Rigenerazione Evola | Quando Giorgio Manganelli scrisse di Guénon

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(Tratto da RigenerazionEvola)


Riprendiamo la programmazione dopo la pausa estiva, con il penultimo contributo dello speciale dedicato alla celebrazione dei settant’anni dalla dipartita terrena di René Guénon, Quello che proponiamo oggi è un breve ma ficcante elzeviro scritto dal celebre giornalista e scrittore Giorgio Manganelli, scomparso nel 1990, con cui veniva recensito Il Re del Mondo di Guénon, nell’edizione pubblicata da Adelphi nel 1977. Non siamo in grado di indicare esattamente data e testata di pubblicazione dello scritto, che si intitolava Come si passa da Cartesio alla Cabala, ma poco importa. Manganelli, che fu anche docente, critico letterario, traduttore e consulente editoriale di case editrici come Mondadori, Einaudi, Adelphi, Garzanti e Feltrinelli, possedeva una prosa sferzante e barocca, ricca ed imprevedibile nelle aggettivazioni e nelle figurazioni, che la rendevano inconfondibile. In tal senso, leggere un suo scritto su un’opera di Guénon, con alcune digressioni sulla figura del metafisico di Blois e persino un riferimento quasi “dadaista” a Julius Evola, è sicuramente qualcosa di molto particolare ed originale.
 
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Come si passa da Cartesio alla Cabala

di Giorgio Manganelli

La pubblicazione di questo breve volume di René Guénon è un’impresa di avveduta provocazione: giacché difficilmente un testo di mole tanto esigua può riuscire a tal punto sconcertante, irritante, inaccettabile, ragionevolmente argomentato e impossibile. Guénon stesso, in mezzo ai ‘moderni’, è un esempio di ben argomentata impossibilità. La sua vita – Guénon è morto nel 1951, in Egitto, convertito all’Islam – è stata quella di uno studioso impegnato nel disimpegno, saldamente fondato sulla diserzione dalla Storia e dal Contemporaneo, e dominato da un interesse, moralmente assai dubbio, per la Verità, intesa come opposto della Realtà. Iniziatico, sistematico raccoglitore di simboli, di indizi simbolici, di polvere di simboli, Guénon ha, apparentemente, a che fare con i trafficanti in déi, spiriti, visioni, magismi tipo India, incantamenti da periferia depressa, e tutto quel confuso traffico oltremondano che passa per ‘trasmigrazione delle anime’. In realtà, a costoro è totalmente estranei, e li ha in non velato dispetto.

“Il nome Melchisedec, o più esattamente ‘Melki-Tsedeq’, di fatto non è che il nome con cui la funzione stessa del ‘Re del Mondo’ si trova espressamente designata nella tradizione giudeocristiana” (René Guénon)

Leggendo Guénon si nota qualcosa che non finisce di stupire: quest’uomo sa scrivere. Ha letto Cartesio, l’ha anatemizzato come profeta del mondo delle “quantità”: ma quella lettura l’ha salvato, assieme alla matematica, che insegnava nei licei della provincia francese. Questa prosa ha una durezza che si impone a chi si è abituato a considerare la Verità come il soggetto privilegiato di una specifica cattiva letteratura, una sorta di pornografia dello Spirito – anche l’Anima ha i suoi bordelli. Provatevi a masticare la teocipria di Madame Blavatsky, o le bolle lievitate di Krishnamurti, e se credete che serva a qualcosa essere buoni, andate a fare le corse nella crema di Aurobindo; e magari servisse a qualcosa essere cattivi: provatevi a degustare gli sformati di vetro e chiodi di Julius Evola.

Guénon si occupa della Tradizione: cioè di una struttura simbolica originaria, preistorica, super-umana (Guénon non dice “sovrumana”, né “divina”), nella quale la coerenza del mondo e dei simboli è necessaria ed essenziale: “il simbolismo è sempre perfettamente coerente, e non potrebbe non esserlo per il fatto stesso che non è il risultato di qualche convenzione più o meno artificiale, ma al contrario è fondato sulla natura stessa delle cose”. Questa citazione è tratta da un altro testo, Simboli delle Scienza Sacra (Adelphi, ’75) che consiglio a chi desidera seguire le ardue macchinazioni di questa intelligenza anticontemporanea.

Nella prosa di Guénon non vi è traccia dei patetici aromi che stordiscono e disgustano: ragionato, asciutto, lavora con pazienza filologica su un uno sterminato schedario, un catalogo da archeologo dove raccoglie i frantumi di un significato originario, i deformi segni del nostro tempo, il tempo “nero” della mitologia indiana. In questa polvere di simboli sulla quale cautamente soffia, Guénon intravede tracce vaghe di immagini intemporali; forme tratte da abbondanti depositi – leggende, tradizioni, superstizioni, oggetti, etimologie, puri accostamenti fonici – travestono altre forme, che ne vestono altre ancora, tra cui la prima.

Il Re del mondo è una sorta di nota in calce ad un libro, Bestie, uomini e déi di Ossendowsky (1924; in italiano, Edizioni Mediterranee) nel quale l’autore, profugo in Mongolia dalla Russia in rivoluzione, aveva raccolto alcune tradizioni indigene, tra cui quella di un sotterraneo Re del Mondo, signore di una stirpe clandestina che tutela i simboli eterni. Questo mito viene collegato ad altre non dissimili testimonianze, e via via ad altri temi, figurazioni, antiche schegge, dal Graal al prete Gianni, dalla Montagna sacra ai bètili, dai Re Magi alla Cabala. Un itinerario fantasmatico, e tuttavia disegnato dalla maniacale minuzia di una cartografo: o forse di un esploratore che raccoglie indizi con chiarezza e ordine: quell’itinerario, quella carta alludono ad un Altrove la cui impossibilità ci rifiuta e ci adesca.