La “sterilizzazione” della lingua politicamente corretta

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(Tratto da electomagazine.it) di Andrea Marcigliano


Ə. Questa è la schevà. Una lettera derivata dall’alfabeto ebraico che indica o l’assenza di suono vocalico, o un suono vocalico indistinto. La linguistica moderna, per influenze della scuola tedesca, l’ha adottata proprio in questa seconda funzione. Perché, quando si traslittera una lingua da come si scrive a come va pronunciata, i problemi sono molti. Anzi, in taluni casi sono proprio cavoli amari. E quelli che studiano inglese ne sanno qualcosa… Facile, quasi elementare la sintassi – non Shakespeare naturalmente, e neppure quella che si usa tra Oxford e Cambridge, ma il parlato comune e la scrittura ordinaria – pazzesca, sempre, la pronuncia.

Insomma ‘sta schevà è un espediente che, ai linguisti torna utile molto. Quando non sanno che pesci pigliare, ce la cacciano dentro…

Dunque, questa specie di “e” rovesciata, è stata, per molto tempo, patrimonio solo di, pochi, specialisti ed eruditi di linguistica, veri sorci di biblioteca, gente strana, nerd come si dice oggi… una sorta di corporazione segreta, con un suo linguaggio criptico ed iniziatico… Contenti loro… si dirà…

Però da qualche tempo la schevà è, improvvisamente, diventata di gran moda. Come e chi abbia dato inizio a tale fenomeno non è dato di sapere. A me, per lo meno. Potrei sospettare una qualche femminista di risulta addottorata in linguistica, probabilmente in tempi alquanto lontani. O anche semplicemente qualcuno che si è imbattuto per caso, su una tastiera o su un libro, in questa lettera non lettera. O, se vogliamo, vocale non vocale. Suono senza suono. Sinceramente il modo non mi interessa. Constato, semplicemente, che oggi tutti i fautori del politically correct, i democratici, gli apologeti dell’uguaglianza a tutti i costi, in sostanza le anime belle della nostra (strana) epoca hanno cominciato a farne uso. E più si va avanti più la usano. E ne abusano.

Non fanno che arrivarmi mail e circolari nelle quali, tanto per fare un esempio invece di trovar scritto “carissimi, carissime” mi becco un bel “carissimə”… E ormai accade non solo nella corrispondenza, diciamo così, privata, ma anche in comunicati di associazioni e persino in alcuni documenti pubblici, ancorché ufficiosi.

Diamo tempo al tempo. Vedrete che, presto, l’uso verrà imposto per legge. A partire dalla Gazzetta Ufficiale, per discendere sino ai temini di italiano delle scuole medie.

E la cosa, sinceramente, non la digerisco proprio…

Eccolo qua il maschilista, per di più omofobo, anti LGBT… Ma aggiornati, apri la mente, abbi rispetto…

Ora, avranno forse ragione loro… però, sinceramente, mi sfugge come per aver rispetto della diversità, si debba brutalizzare la grammatica e distruggere la fonetica. E perdere il significato delle parole. Nonché la loro bellezza.

Faccio alcuni esempi. Così, più per celia che nella speranza di convincere alcuno delle mie posizioni di retroguardia.

Dunque, Petrarca… “Chiare, fresche dolci acque, ove le belle membra pose coləə che solə a me par…” e qui il problema si fa più intricato. Si può ancora scrivere Donna? O è necessario ricorrere a Donnə? o in alternativa Uomə? o forse meglio ancora Cosə, così anche i Transgender sono contenti…

Le parole sono suoni. Articolati. Armonici. Evocativi. Non convenzioni arbitrarie, soggette a mode e ideologie. Le parole hanno una storia. E celano un segreto. Il maschile e il femminile sono le due polarità del Cosmo, se vogliamo semplificare lo Yin e lo Yang, le due metà del Tao, bianca e nera. Quando pronunci un suono, evochi una forza ben precisa, il femminile o il maschile. E la cosa non è indifferente.

Usare, per altro in modo improprio, lo schevà, significa sterilizzare i suoni, e rendere vuote di senso le parole.

È come pretendere che un piatto di spaghetti, una bistecca, un budino abbiano lo stesso sapore. Ovvero che non esistano più sapori.

È pretendere – per fare un altro esempio – che mare e montagna siano uguali. Che non esista più quella meravigliosa varietà del mondo che D’Annunzio cantò in Maia. Che non vi siano i colori. Solo un uniforme, angosciante grigio.

È il Caos, come lo descrive Ovidio nell’incipit delle Metamorfosi. Da cui il Cosmo si è generato in forza dell’azione di Eros. Ovvero proprio attraverso la distinzione primaria, fra Principio maschile e Principio femminile.

Certo, la sto facendo un po’ troppo grossa… forse. Però questa schevà, così politically correct, non la digerisco proprio. Mi sembra riflettere quella, pericolosa, uniformità cui il nostro mondo si va, sempre più, avviando. Negazione delle differenze. Negazione della libertà. Negazione del volto. E negazione dei suoni. Il ritorno al Caos. Forse, giocando con echi di antiche cosmologie, ci stiamo avviando verso la fine di un ciclo. E il Cosmo sta per subire una sincope.

Guardandomi intorno… forse non è un male.