Haiku e volti in maschera

203
Pubblichiamo questo contributo inviatoci da Leo Sevis (pseudonimo già noto sulle nostre pagine).
In questo interessante scritto, viene utilizzato uno haiku contemporaneo come vettore e focus per una puntuale quanto apprezzata riflessione, rispetto ad alcuni “elementi” della cosiddetta Era Covid.
Non ci dilungheremo troppo ma prima di lasciarvi allo scritto vogliamo cogliere l’occasione per fare una breve digressione sulla valenza dello haiku come forma poetica, e lo faremo facendo parlare una figura a noi molto cara, Mario Polia:
“Un haiku è un lampo che illumina la notte[…]rappresenta una rozza, austera semplicità, la capacità di ridurre le proprie soddisfazioni all’essenziale, di captare la sostanza con l’anima, di traguardare nell’insondabile mistero della vita. […]
Perché la capacità di riconoscere l’essenzialità dei luoghi risuona con la stessa vibrazione nel cuore di chi legge o scrive in ogni angolo del mondo. In ogni angolo del mondo in cui ci siano spazio, libertà e capacità d’ascolto. Visione e leggerezza.
E per scrivere un buon haiku il pennello deve essere mosso dal cuore, non basta imitare il ritmo del verso […]Quaerere deum.
Cercare Dio, l’assoluto e non se stessi. Come i monaci benedettini sulle montagne di Norcia, sui Sibillini, o come Celestino negli eremi della Maiella, dove la luna ride, l’erba è odorosa e il canto dei pastori sembra un haiku.”
E noi vi lasciamo con questa traduzione di un haiku di Kobayashi Issa (1763-1827) :
Il samurai è al servizio persino dell’usignolo.

Volti in maschera –

Non più sotto i lampioni

Parole e nuvole

(Margherita Petriccione)

Tre versi. Diciassette sillabe. Suddivise secondo uno schema tradizionale di 5-7-5. Linguaggio scarno ed essenziale, ridotto al minimo necessario. Due immagini. Nessuna emozione direttamente rappresentata.

In poche parole, uno haiku. Nello specifico, uno degli haiku di Margherita Petriccione inclusi nella nuova raccolta di poesia giapponese di autori italiani de L’Inedito Letterario, dal titolo Trabocca nel loto la giovane rosa.

Eppure, in queste 17 sillabe, apparentemente così fredde e criptiche, è condensata in modo estremamente efficace, per chi sia avvezzo alle convenzioni dell’antico genere poetico dello haiku, tutta la tragedia dell’anno e mezzo appena trascorso e dell’umanità attanagliata alla gola da quel fenomeno alienante, che tutti abbiamo imparato a conoscere come pandemia da Sars-COVID-19. Questo breve contributo, dunque, sarà l’umile tentativo di illustrare come questo genere poetico, a prima vista così lontano dalla nostra cultura nazionale, possa divenire invece il medium, con cui esprimere efficacemente e liricamente non solo i temi classici della poesia, ma, perfino nei suoi più gravi e profondi, anche una tragedia epocale, globale e soprattutto umana, ancor prima che sanitaria.

Il primo verso dello haiku della Petriccione è fondamentale per introdurre al tema del carme: i volti in maschera, infatti, sono i volti, i nasi e le bocche dei cittadini coperti, oppressi, letteralmente cancellati dalla mascherina, simbolo universale di questa pandemia e di questo stato di emergenza prolungato ad infinitum. L’utilizzo del termine maschera al posto di mascherina è ovviamente determinato dalla necessità di mantenere il primo verso all’interno delle 5 sillabe previste dalla tradizione dello haiku classico.

Ecco quindi che, fin da subito, siamo catapultati nella realtà del COVID-19, attraverso nientemeno che il semplice atto di nominare uno dei suoi simboli più caratteristici, ovverosia la mascherina, sia essa chirurgica o di qualunque altro tipo. Sterminata potenza del verbo e incredibile efficacia della poetica giapponese: non è necessario nominare direttamente un oggetto (in questo caso il virus), per dipingerlo nella mente di un lettore attento. “Scuola” del carattere denotativo del linguaggio.

Al termine del primo verso giunge dunque il kireji, ovvero il taglio o cesura tipico della poetica haiku: termina la prima immagine del componimento, per dare spazio alla seconda (e conclusiva), il cui collegamento con la prima dovrà essere ricercato dal lettore stesso, senza affidarsi alla guida esplicita dell’autrice. Ma ancora, all’altezza del secondo verso, non è possibile rintracciare alcunchè di risolutivo: la Petriccione si limita a fornire un luogo, al massimo una specifica atmosfera e un cosiddetto piccolo kigo, ovvero una espressione, che suggerisca una specifica parte della giornata. In questo caso, si tratta probabilmente della sera, o anche della notte: non più sotto i lampioni. Certo, i lampioni potrebbero essere spenti, ma, essendo loro naturale funzione quella di far luce sulle strade avviluppate dal buio, la mente del lettore viene istintivamente catapultata nella sera, nella notte della città, contribuendo a disegnare, in concomitanza col tema del COVID-19, un’atmosfera tristemente cupa e tenebrosa, velata dall’insicurezza e dallo sconforto. Ancora una volta, non è necessario nominare il buio o la tristezza per rievocare questi tratti nella mente del lettore: un linguaggio finemente denotativo ed elegantemente allusivo può bastare allo scopo, alleggerendo così i versi della loro retorica emotiva e coinvolgendo attivamente il lettore nel processo poetico.

Sempre al secondo verso, poi, veniamo a sapere che qualcosa non è più presente (non più sotto i lampioni), ma, per sapere cosa, dovremo attendere di giungere al termine della lettura dello haiku.

Ed è infatti proprio all’altezza del terzo e ultimo verso, che due semplici e comunissimi termini ci consentono di dare un senso a quella che potrebbe a prima vista sembrare un’accozzaglia di segni indecifrabili: parole e nuvole. Ma a cosa si riferisce la Petriccione? Il COVID-19; le strade buie; la luce fioca dei lampioni, che tentano di illuminare qualcosa che non c’è più, in questa nuova stagione unica della vita senza più stagioni, che è la pandemia da COVID-19. Ciò che non viene più illuminato, dunque, sono le parole. Le parole di quei volti in maschera e quelle “nuvole” di condensa, di vapore acqueo, che, prima della pandemia, era del tutto usuale intravedere nell’aria fredda dell’inverno tra due persone che si parlano, frutto di quella naturale e vivace socialità, con cui ciascuno di noi cerca di scaldare il cuore, stretto dal freddo della stagione.

La Petriccione fornisce quindi anche un kigo vero e proprio, una espressione stagionale, che situa il suo haiku in inverno, contribuendo a definire ancora di più quell’atmosfera di tristezza, insicurezza e oscurità, che già al secondo verso s’era fatta evidente. A tutto ciò, si aggiunge ora l’elemento del freddo, oltre all’assenza del segno esterno di quel fattore di calore interiore ed emotivo, che è la socialità, espressa dal dialogo, dalle parole scambiate in strada sotto la luce dei lampioni. Parole, che ora non siamo più in grado di scorgere, private come sono, a causa della onnipresente mascherina, della loro naturale condensa nell’aria, ricordo tanto caro e diffuso dell’infanzia di ciascuno di noi, quando cercavamo di scaldarci le mani alitandovi sopra. In questo nuovo inverno, tutti, alla vista, sembrano silenziosi, mute sfingi senza volto.

Ecco che, quindi, il freddo della notte e dell’inverno si fa ancora più pungente e penetrante, ancora più profondo, perché, al di là del corpo, giunge sin dentro alla nostra anima, imprigionata, insicura, impaurita, dubbiosa e incerta in questa incredibile (perchè ancora stentiamo a credere che possa essere tutto vero) stagione dell’umanità.

Ma c’è di più. E se l’assenza del vapore non fosse dovuta solo fisicamente alla mascherina? E se invece, addirittura, la Petriccione volesse alludere a un effettivo venir meno del dialogo tra gli uomini e della loro socialità? Sappiamo tutti che il COVID-19 ha avuto conseguenze collettive, a livello psicologico, estremamente gravi, forse anche più gravi di quelle fisiologiche: depressione, stress, isolamento, abbandono, reclusione sociale, esaurimento nervoso. E sappiamo tutti fin troppo bene, come indossare la mascherina renda più difficoltoso ogni tipo di comunicazione, da quella verbale fino a quella espressiva: sparisce quasi del tutto la mimica facciale, così caratteristica della nostra natura comunicativa, si fa fatica a parlare e ad ascoltare e spesso, per evitare (inutili?) stanchezze, preferiamo non parlare affatto, porre materialmente fine al dialogo.

Allora, forse, le parole e le nuvole della Petriccione, che non si vedono più sotto ai lampioni la sera, non sono tanto le frasi e il respiro nascosti dietro alle mascherine chirurgiche (ma comunque ancora presenti nella loro forma puramente comunicativa), quanto la totale assenza di comunicazione, una capitolazione dell’uomo di fronte alle infinite restrizioni governative e in faccia alle infinite preoccupazioni quotidiane di una pandemia, di cui non si riesce a cavare un ragno dal buco, tra confusione mediatica e dietro-front istituzionali.

Forse quella mascherina non è solo la barriera fisica, che rende invisibili i segni della naturale socialità dell’essere umano; forse quella mascherina è invece il segno materiale di una muro più profondo, un muro invisibile nato nell’uomo a causa della paura quotidianamente indotta nella sua anima da un sistema, da un contesto, da una condizione, che ormai perseverano da fin troppo tempo, senza permettere di vedere una via d’uscita. Un muro, che ha reso gli uomini sempre più isolati, sempre più soli e impauriti, fino a rubar loro la voce, fino a rubarci parole e nuvole: facendoci sempre più indifesi, sempre più soli, sempre più atomi.