Rigenerazione Evola | La fine del mondo occidentale

205

Nel marzo 1930 Julius Evola, nel fascicolo n. 4 della celebre rivista quindicinale da lui fondata, “La Torre”, che avrebbe chiuso i battenti dopo il 10° numero, uscito nel giugno di quell’anno, a causa dei continui scontri con esponenti della stampa ufficiale e del regime, presentò una nota profetica sulle sorti dell’occidente. Lo stile della rivista, com’è noto, era frontale, diretto, sarcastico, caustico, in linea sia con la prosa di Evola di quegli anni, sia con le finalità della testata, con cui il barone, insieme ad alcuni dei collaboratori che lo avevano già affiancato nell’esperienza del Gruppo di Ur, intendeva portare la visione del mondo tradizionale sul piano della cultura e della politica dell’epoca, criticando, polemizzando, e mettendo in evidenza, senza remore di sorta, tutti gli aspetti del regime fascista e, più in generale, della società di quegli anni, che non erano accettabili proprio da un punto di vista tradizionale.

Nel fascicolo n. 4 trovava spazio questa sorta di breve profezia sulle sorti dell’occidente (ricordiamo che Rivolta contro il mondo moderno sarebbe stata pubblicata nel 1934), che, tra le righe del consueto sarcasmo verso improvvisati critici ed improbabili polemisti, risaltava per la sua lungimiranza: non sarà difficile ritrovare nel mondo in cui viviamo, soprattutto in questi ultimi tempi distopici e rovesciati, inquietanti riscontri. La stessa citazione del giornalista e politico francese Jean Luchaire, figlio acquisito di Gaetano Salvemini (rinviamo alla nota al testo per approfondirne la figura e la vicenda storica) circa i futuri rapporti tra tecnica e capitale fanno riflettere, se pensiamo al ruolo che sta svolgendo oggi la “tecnica” in tutte le sue accezioni materiali e profane (nulla a che vedere con i significati prospettati da Juenger o da Heidegger), non ultima quella “scientifico-sanitaria” oggi predominante, e se pensiamo a certe personalità di “filantropi” internazionali, da Bill Gates a Jacques Attali, e consimili.

Se al processo di collettivizzazione di matrice comunista cui Evola faceva e avrebbe continuato a fare inevitabilmente riferimento in quegli anni, come porta di accesso all’età del dominio della casta dei servi, sostituiamo la massificazione anonima ed orizzontale che nasce, solo per apparente antinomia, dall’estremizzazione del monadismo laicista di derivazione liberal-capitalistica, il quadro è completato.

***

di Julius Evola

tratto da “La Torre”, n. 4, 15 marzo 1930

È proprio tutta nostra la colpa se agli occhi di taluno la nostra «Torre» è apparsa nelle tinte di un profetismo addirittura sinistro e apocalittico? A sentire, oltre il «doganiere»-rapa di una rivista già citata, «La Volontà d’ltalia», «Roma Fascista», «L’ltalia Letteraria» (ma perché mai questo giornale ha cambiato il suo antico nome di «Fiera» letteraria? «Fiera» era talmente espressivo per lo stato di spirito della letteratura italiana d’oggi!), «L’Ora», ecc. – ci sarebbe proprio da convincersene.

E perché questo? Perché diciamo che il mondo occidentale si avvia verso la sua «fine». Ma è appunto su ciò che significa «fine» che bisognerebbe intendersi! I nostri punti di riferimento non sono per nulla quelli in corso. E se noi non preferiamo, ma dimostriamo – attraverso la constatazione di caratteri e di processi precisi della storia e della cultura – il tramonto di una civiltà, questo stesso fatto agli occhi dei più potrebbe assumere un aspetto molto diverso e per nulla allarmante.

E spieghiamoci con un esempio. Noi non pensiamo per nulla che la fine del mondo occidentale debba per forza rivestire quell’aspetto coreograficamente catastrofico, cui la mente dei più è subito portata. Non si tratterà necessariamente di cataclismi, e nemmeno di quelle nuove guerre mondiali, sui cui orrori e sui cui esiti di sterminio dell’uman genere molti fin d’oggi lugubramente c’intrattengono. Anzi, una guerra… un altro buon squassamento, ma radicale, però, risolutivo – che altro potrebbe augurarsi chi ancora spera?

Noi vediamo più nero ancora. Ecco, per esempio, una delle forme in cui, fra le altre, potremmo anche raffigurarci la “fine del mondo”.
Niente più guerre. Fratellanza universale. Livellamento totale. Unica parola d’ordine: obbedire – incapacità, divenuta organica attraverso l’educazione di generazioni, a far altro che obbedire. Niente capi. Onnipotenza della “società”. Gli uomini, mezzi per l’azione sulle cose. L’organizzazione, la industrializzazione, il meccanismo, la potenza e il benessere fisico e materiale raggiungeranno apici affatto inconcepibili e vertiginosi. Accuratamente scientificamente liberati dall’Io e dallo spiritogli uomini diverranno sanissimi, sportivi, lavoratori. Parti impersonali nell’immane agglomerato sociale, nulla, in fondo, li distinguerà più gli uni dagli altri. Il loro pensiero e il loro modo di sentire e di giudicare avrà carattere assolutamente collettivo.

Con le altre, anche la differenza morale fra i sessi scomparirà, e può darsi anche che il vegetarianesimo farà parte delle abitudini razionalmente acquistate di quel mondo, giustificandosi sull’evidente simiglianza delle nuove generazioni con gli animali domestici (quelli selvatici allora non vedendo più permesso di esistere che in qualche giardino zoologico). Le ultime prigioni rinchiuderanno nell’isolamento più terrificante gli ultimi attentatori dell’umanità: i pensatori, i testimoni della spiritualità, i pericolosi maniaci dell’eroismo e della fierezza guerriera. Gli ultimi asceti si estingueranno a uno a uno sulle vette o in mezzo ai deserti. E la massa celebrerà sé stessa per bocca di poeti ufficiali e autorizzati, i quali liricizzeranno i valori civili e canteranno la religione del servigio sociale. A questo punto, sorgerà una grande aurora. L’umanità sarà veramente rigenerata, e non conserverà più nemmeno il ricordo dei passati tempi di barbarie.

Ora: a voi chi permetterebbe di chiamar «fine» questa fine? Di vedervi, con noi, il collasso totale, la caduta definitiva? Sapreste voi forse concepire un mito più splendido, un avvenire più radioso, per l’«evoluzione»?

Jean Luchaire (1901-1946)

Rassicuratevi dunque: i cattivi profeti abitano l’altra sponda. Non vi disturbano. Anzi vi dicon quasi: Bravi, continuate, ma per carità: guardatevi dall’aprir gli occhi, anche per un solo istante! Le vertigini sono pericolose per chi va con sicurezza sonnambolica sul vuoto.

Riportiamo alcune considerazioni che Jean Luchaire (1) fa in «Notre Temps» (n. 6) sotto il titolo: Le Politique face au Technique: «Domani, come oggi, il potere tecnico e il capitale sussisteranno. Ma mentre oggi la tecnica è ancora al servigio del capitale, domani il capitale non sarà più che uno strumento necessario nelle mani della tecnica… Nella misura in cui l’evoluzione scientifica ci trasporterà verso la società nuova (senza scosse e senza riflusso), la qualità del capitalista e la qualità del tecnico si riuniranno nelle stesse persone. Verrà un momento in cui capitalista diverrà sinonimo di tecnico superiore…
Un giorno verrà indubbiamente, molto più tardi, in cui la volontà politica e gli interessi materiali della collettività s’identificheranno, in cui la tecnica scientifica e la politica diverranno una sola e medesima cosa. L ‘umanità allora entrerà nell’èra tecnica totale, che segnerà la fusione fra l’iniziativa privata e l’iniziativa collettiva, fra l’evoluzione del materiale e l’evoluzione dello spirituale».

Tutto questo, per un aspetto del possibile processo evolutivo di cui abbiamo detto nella nota precedente, va preso in seria considerazione, tanto più che non è soltanto cosa del domani…Per il passaggio integrale dall’epoca borghese (quella del dominio della casta dei mercanti) all’epoca proletaria (dominio della casta dei servi), un processo del genere è uno dei più desiderabili per la sua efficacia. Nella totale materializzazione, l’unica gerarchia possibile può soltanto basarsi sulla capacità tecnica, la quale disporrà direttamente del principio materiale del potere: l’oro. E tale sarà la legge di una nuova generazione.

Nota redazionale

(1) Jean Luchaire, giornalista francese nato a Siena nel 1901, figlio di Julien Luchaire (letterato e insegnante francese, che ideò e fondò l’Istituto Francese di Firenze) e Fernande Dauriac (scrittrice, editrice ed economista), divenne, insieme alla sorella Ghita, figlio acquisito di Gaetano Salvemini, quando quest’ultimo, dopo aver tragicamente perso moglie e figli nel terremoto di Messina del 1908, sposò in seconde nozze nel 1916 la signora Duriac, separatasi dal marito.

Luchaire, di formazione socialista, fondò e diresse la rivista Notre Temps dal 1927 al 1940. Decisamente contrario al Trattato di Versailles, che considerava ingiusto nei confronti della Germania, fu presto il promotore di un riavvicinamento tra Francia e Germania, avvicinandosi alle idee europeiste Aristide Briand.

Il giornale collaborazionista “Les Nouveaux Temps” fondato da Jean Luchaire

Nel 1930, Luchaire conobbe Otto Abetz, allora socialdemocratico, che l’anno dopo si sarebbe iscritto al NSDAP per poi entrare nel ministero degli esteri e nelle SS (da cui sarebbe poi stato espulso per affiliazione massonica), diventandone amico fraterno. Grazie alla mediazione di Abetz, la squadra di Notre Temps partecipò alle riunioni franco-tedesche di Sohlberg nella Foresta Nera (luglio-agosto 1930), Rethel nelle Ardenne (agosto 1931) e Magonza (marzo 1932), dando vita al Comité d’entente des jeunesses pour le rapprochement franco-allemand, presieduto dallo stesso Luchaire, che continuò ad operare anche dopo l’ascesa di Hitler al potere.

Anzi, dopo l’occupazione tedesca della Francia nel 1940 Luchaire e Abetz, che erano diventati ambasciatori del Terzo Reich a Parigi, si avvicinarono ancor di più e Luchaire decise di collaborare con il Governo di Vichy: nel  fondò il giornale collaborazionista Les Nouveaux Temps e da allora in poi occupò un posto considerevole nella stampa parigina, diventando presidente dell’Associatione la presse parisienne e, nel 1941, della Corporation nationale de la presse française.

Alla fine della guerra, in fuga da Sigmaringen – rifugio dei collaborazionisti francesi – Luchaire aveva sperato di trovare asilo in Italia, dove fu invece arrestato dai soldati americani a Merano, il 22 maggio del 1945. Trasferito nel carcere di San Vittore a Milano, fu poi trasferito in Francia. A Parigi venne condannato a morte per collaborazionismo dall’Alta Corte di Giustizia nel gennaio 1946, nonostante la testimonianza a suo favore di Otto Abetz (che fu condannato a vent’anni di lavori forzati nel 1949), e fu giustiziato il 22 febbraio a Fort Châtillon. Si racconta che il giorno dell’esecuzione, particolarmente freddo, Luchaire chiese al prete che lo assisteva il cappotto in prestito: scosso dai brividi, non voleva si pensasse che avesse paura.

Con Luchaire era stata arrestata anche la figlia ventiquattrenne Corinne, attrice cinematografica, molto famosa in quegli anni, elegante e raffinata, definita da molti la “Greta Garbo francese”. Nel 1938 ottenne un ruolo importante nel film “Prison sans barreaux” di Léonide Mogouy che le consentì di apparire alla Biennale di Venezia per la presentazione della pellicola. In Italia fu accolta con tutti gli onori dai gerarchi fascisti; a Venezia conobbe Galeazzo Ciano, di cui si dice sia stata amante. Alla figlia, Luchaire lasciò un biglietto in cui le scrisse: “Mia Zizì, tu sei la maggiore. I tuoi fratelli, le tue sorelle, tua madre, hanno bisogno di te e del tuo lavoro (…). Devono dire di te: “è magnifica”, non “è un’incosciente”.” Nel giugno del 1946 Corinne venne condannata per “dégradation nationale”, sempre con l’accusa di collaborazionismo, a dieci anni di carcere; subì in seguito un decreto di espulsione dal paese, perdendo la cittadinanza francese ed i diritti civili. Ridotta quasi all’elemosina, sarebbe morta di tubercolosi due anni dopo, a soli ventinove anni.