Vires VS Virus • pillole tradizionali contro il contagio della paura – 5

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«Chi esorta il giovane a viver bene e il vecchio, invece, a ben morire, è uno sciocco; non solo in ragione della dolcezza che è comunque propria della vita, ma per il fatto che l’esercizio del ben vivere dipende da quello di ben morire».
(Epicuro, Epistola a Meneceo)
Nella sua lettera a Meneceo, Epicuro sintetizza la propria concezione di felicità come risultato di una vita saggia, bella e giusta. Virtù connaturate alla felicità e da questa inseparabili. Il filosofo greco non manca di riflettere sulla morte o meglio su come una vita ben spesa porti a un ben morire.
Come la nascita è il preludio della vita, così la morte ne è l’epilogo, a essa legata in maniera indissolubile. Essere consapevoli della morte è stimolo a non vanificare la propria esistenza e a farne un’opportunità per ricercare dimensioni di ordine superiore e spirituali.
La vita è l’occasione per compiere la propria missione sulla terra, senza lasciarsi dominare dagli istinti e dai bisogni materiali ma incarnando quella rettitudine e quella nobiltà d’animo in grado di sacralizzare (da sacrum facere) la propria esistenza. 
Si muore come si ha vissuto, per questo il «ben morire» di Epicuro – indipendentemente se la morte arrivi presto o tardi – è il coronamento del «ben morire».
Nella società contemporanea morire non va di moda, è un tabù, un fatto privato da tenere nascosto. La morte così ignorata e tenuta lontana dalla vita, ha finito per pervadere ogni aspetto dell’esistenza. Attraverso il lavoro di formazione, il militante deve ricercare la propria ascesa spirituale affermando in ogni ambito della propria esistenza i principi di Virtù, Conoscenza, Verità e Giustizia.
«Militia est vita hominis super terram»