Draghi e l’ossessione per il “tesoro” pubblico italiano

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I mass media hanno accolto festanti e scodinzolanti Mario Draghi come nuovo messia per la soluzione di tutti i mali italici.
A ben vedere in realtà, come un rettile attaccato al proprio tesoro, mister Draghi non perde il vizio e pone le basi per una nuova stagione di privatizzazioni. Ma tanto lui può. Ci ha salvati dal virus.

(Tratto da Huffingtonpost.it) – Ddl concorrenza: il ritorno del Britannia? 

Timidamente, qualche giornale (Il Manifesto con un bell’articolo di Marco Bersani e Il Fatto Quotidiano con un interessante testo di Virginia Della Sala), ha incominciato a fare luce sul testo del Disegno di Legge per il mercato e la concorrenza, approvato dal Consiglio dei Ministri il 4 Novembre scorso, ma non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Conosciamo, pertanto, soltanto la bozza “in entrata”. Ma è sufficiente a dare il senso politico dell’operazione in corso. Vero, come è stato enfatizzato, che, “per ora”, sono state opportunamente lasciate fuori concessioni per gli stabilimenti balneari e commercio ambulante, ambiti inseguiti da oltre un decennio dalla famigerata Direttiva Bolkestein, nonostante gli “scudi” approvati dal Parlamento.

Ma, come ho sottolineato nei giorni precedenti al varo del provvedimento a Palazzo Chigi, il testo approvato in CdM non è acqua fresca. Anzi. Sembra di essere tornati, in un improvviso flash back, al 2 Giugno del 1992, quando, a bordo dello yacht “Britannia”, Mario Draghi, allora “soltanto” Direttore Generale del Dipartimento del Tesoro al Ministero dell’Economia e delle Finanze, davanti ad una selezionatissima platea di investment bankers e di chief economic officers, riconosceva la necessità, l’urgenza, l’utilità della privatizzazioni delle principali aziende dello Stato.

Infatti, il DdL appena licenziato dal Governo, in molti articoli, sembra scritto trent’anni fa. Colpisce l’intensità ideologica. In particolare, risalta la totale rimozione dei risultati raggiunti nella gestione privatistica dei monopoli naturali, come le risorse idriche, il trasporto pubblico locale, il ciclo dei rifiuti, le grandi infrastrutture di rete.

 Per colmare la lacuna, suggeriamo agli estensori dei testi di leggere qualche rapporto della Corte dei Conti sulle gestioni private dei monopoli naturali in Italia. Suggeriamo anche di verificare quanto avviene ad esempio nel Regno Unito in merito alla ri-nazionalizzazione della gestione delle ferrovie e delle risorse idriche.

In estrema sintesi, nell’ambito dei monopoli naturali, la teoria della cosiddetta “concorrenza per il mercato” non funziona: la stagione delle privatizzazioni ha portato aumenti delle tariffe per gli utenti, strutturale carenza di investimenti e conseguente peggioramento della qualità dei servizi, rendite stratosferiche per gli azionisti.

 Il caso di Aspi-Atlantia in merito alla tragedia del Ponte Morandi sulla A10 non è un caso, è la regola. Risultati analoghi si possono riscontrare nei bilanci di Atlantia su Aeroporti di Roma o nei bilanci di Acea per quanto riguarda la captazione e la distribuzione dell’acqua nella Capitale o, ancora, nei servizi resi da Roma TPL, gestore privato del 20% del trasporto pubblico locale all’interno del Grande Raccordo Anulare.

Forse, sarebbe anche opportuno ricordare che, i cittadini italiani, 10 anni fa, approvarono con 27 milioni di voti un quesito referendario per abrogare la normativa di regolazione dei servizi locali operati in house dai Comuni e ribaltare la tendenza alla gestione privatistica dei beni pubblici, a cominciare dall’acqua.

Il clamoroso risultato del referendum del 2011 è stato finora sostanzialmente ignorato, ma mai così radicalmente contraddetto come negli articoli della normativa in corso di pubblicazione.

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