Il Sentiero della vita Nobile | Europa: un modo di Essere (Rutilio Sermonti)

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EUROPA: UN MODO DI ESSERE

(Intervento presentato in occasione del convegno internazionale “L’Europa dei Popoli”, organizzato in collaborazione da Raido, Tierra y Pueblo, Polaris)

 

di Rutilio Sermonti

 

NON SI PUO’ FONDARE ALCUNA REALTA’ POLITICA VALIDA E DURATURA, SE ESSA NON  POGGIA SU UNA REALTA’ SPIRITUALE GIA’ IMMANENTE.
Il patto o la legge con cui tale realtà viene sanzionata, costituisce soltanto la precisa formulazione giuridica di qualcosa che deve già esistere nello spirito di quelli che sottoscrivono il documento. Esso è certamente necessario (e va redatto con estrema cura e competenza) perchè il principio possa essere applicato senza equivoci né incertezze, ma non lo crea né lo determina.
Quando poi si tratta di una realtà di ordine associativo, tendente cioè a fare ex pluribus unum, non può bastare una semplice convergenza di interessi, come ad esempio la necessità di difendersi da un comune nemico, Essa può essere l’occasione, si direbbe in chimica il catalizzatore, della tendenza unitaria, ma non può crearla dal nulla. Può dar luogo a una momentanea alleanza, a una forma di sinergia, non ad una unità, se non in presenza di un fattore unitario reale, anche se solo parzialmente avvertito. E’ questo che va compreso, quando si affronta il tema dell’ Europa unita.
L’evidente opportunità di una unità europea apparve chiaramente a chiunque si rendesse conto del tragico errore, ovvero del tradimento, commesso per ottuso egoismo da Inghilterra e Francia nel 1939, allorché, per gretta tutela dei loro interessi egemonici, esse imboccarono la strada scivolosa che condusse alla sudditanza dell’intero nostro continente ad USA e URSS. La denunzia di tale esiziale errore era stata ripetutamente, diremmo angosciosamente, pronunziata da Benito Mussolini, negli anni precedenti al conflitto, ma non era stata sufficiente a forare le coriacee meningi degli “statisti” democratici ai due lati della Manica. Ricordiamo il vano, desolato riconoscimento di un competente “addetto ai lavori”, e cioè l’ambasciatore britannico a Roma, Lord Perth: “Se in certe difficoltà europee si fosse seguito il consiglio di Mussolini, le cose sarebbero oggi molto diverse”. Ma i Parlamenti delle due grandi democrazie non ratificarono il “Patto a Quattro” e optarono per il disastro.
Ad onta di quello, però, furono ancora, nel 1943, i “cattivi” Fascisti, riuniti a congresso a Verona, a riaffermare l’unità dell’Europa, nei famosi “diciotto punti”, l’ottavo dei quali, dedicato alla politica estera italiana, al capoverso, dice: “Tale politica si adopererà inoltre,  per la realizzazione di una comunità europea, con la federazione di tutte le nazioni che accettano i seguenti principi fondamentali: a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro continente; b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali; (omissis)”.  La lettera c)  contiene la sana impostazione dei rapporti Europa-Africa, che sarebbe interessante confrontare  con le scempiaggini buonistico-suicide degli europeisti “politically correct”, se non ci portasse a estendere troppo il tema di questo intervento. Ma la parte che abbiamo trascritta basta a dimostrare come ai congressisti di Verona fosse ben chiaro il concetto che abbiamo espresso all’inizio: che senza spirito europeo non si può fare l’Europa.
La chiara esclusione della Gran Bretagna non era infatti espressione di sciovinistico rancore (perchè, allora, non la Francia?) ma della precisa constatazione storica che quello Stato era sempre stato connaturatamente nemico dello spirito unitario europeo. E anche in quello, si può costatare come Mussolini e i suoi avessero visto giusto, con l’Inghilterra nell’UE in funzione di cagnolino anti-europeo dell’imperialismo Yankee. 
Chiediamoci allora: che cosa portò l’europeismo post-bellico all’aborto di Maastricht? A che si deve se tutte le fitte trattative non hanno portato che alla costituzione di  una grossa “holding” commerciale, con potere di esproprio della sovranità delle nazioni? Tutto ciò che è umano ha pregi e difetti, ma invero si può dire che l’Unione  di Maastricht faccia eccezione, perchè di pregi non ne ha alcuno, almeno dal punto di vista dei popoli europei. Per giunta, si presenta come “alleata obbligatoria” proprio con quelli da cui dovrebbe soprattutto difendersi!
Individueremo facilmente il suo fattore incapacitante nella pregiudiziale antifascista. La stessa in nome della quale Roosevelt e soci scatenarono contro l’Europa il mondo intero! Il solo pensare a costruire un’Europa escludendo come estraneo e abominevole, in blocco, tutto il pensiero, il sentire e l’esperienza politica definibile, grosso modo, “fascista”, non è fazioso: è semplicemente idiota.
Sappiamo come, dal 1945 e ininterrottamente per l’innanzi, i tracotanti veri vincitori della Guerra Mondiale abbiano avuto estrema cura di imporre, con l’aiuto del lavaggio del cervello di massa e delle note leggi liberticide, sistemi politici tali che selezionassero classi dirigenti aventi il solo requisito della sicura fede antifascista. Ebbene, i “parlamentari europei” sono fatti della stessa pasta e sortiti con lo stesso criterio. Che si può pretendere da loro? Essi non rappresentano i popoli europei, e tanto meno lo spirito unitario europeo: rappresentano solo l’antifascismo europeo (vero o pecorile). E’ come voler fare la corrida con un toro castrato. Un’Europa col permesso del Fondo Monetario Internazionale e il nulla osta di Israele.
E’ che i suoi artefici sono impotenti per loro intima essenza; non sono curabili.
Ne fa fede anche la loro penosa ricerca della “radici”, quasi che le radici fossero un particolare decorativo. Le radici sarebbero -udite, udite! – ebraico-cristiane!
Ebraiche? E’ veramente il colmo, se si considera: 1) che gli Ebrei (delle radici) non sono un popolo europeo, ma medio-orientale; 2) che essi considerano se stessi popolo superiore per decreto divino, mentre i “goim” (e cioè gli Europei) sarebbero simili alle bestie, e destinati a servirli.
Quanto al Cristianesimo, anch’esso di radici semitiche, si è, invero, parzialmente europeizzato, soprattutto come cattolicesimo. Ma ciò è avvenuto solo nel III – IV secolo dopo Cristo. E, prima, che c’era in Europa: il vuoto? E l’odierna “civiltà europea”, parte integrante della così detta “civiltà occidentale”, positivistica, materialistica, capitalistica, edonistica, demagogica, che pretende di imporsi con la violenza militare al resto della Terra, avrebbe per caso le “radici” nel messaggio di Cristo, o ne sarebbe invece la totale negazione?
Penso sia proprio il caso di lasciar perdere gli accomodamenti intellettualistici forzati, e di seguire invece l’esortazione che Dante pone in bocca al suo Ulisse: CONSIDERATE LA VOSTRA SEMENZA.
Basta scollarsi dagli occhi le fette di prosciutto buonistico-yaltesche, per non avere alcun dubbio: la prima ad unire tra loro in un unico spirito gran parte delle genti europee fu Roma. Di Roma il gallico Rutilio Namaziano potè cantare “Patriam fecistis diversis de gentibus unam”. E Roma riuscì a fare intimamente proprie sia la civiltà etrusca che quella ellenica.
Sull’impero romano calarono come conquistatori gli uomini del nord.  Ma anche di essi potrebbe scriversi, parafrasando, quello che fu detto della Grecia conquistata: Roma capta ferum victorem coepit” . Perchè non fu Roma a diventare germanica, ma i Germani a farsi romani, e tali i loro imperatori tennero a definirsi, dai Capeto agli Hohenstaufen, e si chiamò Sacro Romano Impero.
Dobbiamo quindi proclamare, con legittimo orgoglio, che l’anima dell’ Europa è Roma, e solo in quel nome augusto potrà l’Europa risorgere.
Ma che intendiamo con “Roma”? E’ bene essere chiari. Che vuol dire “romanità”?
Non si riferisce certo a determinate istituzioni politiche, che, nei secoli, sono più volte mutate.
Non ha neppure base razziale, dato che romane furono e si sentirono genti delle etnie più diverse, persino non europee.
Non è neppure una religione. Ricordiamo che una delle istituzioni più tipicamente romane fu il Pantheon di Agrippa, che offriva un tetto in Roma a tutti i culti dell’impero che non potessero permettersi templi propri. Anche il Cristianesimo di un Carlo Magno, che fece decapitare migliaia di Sassoni inermi perchè rifiutavano di abiurare alla loro fede, di romano non ebbe che il nome.
“Romanità” descrive un modo di essere. E’ questo che va inteso.
Romano è il senso del sacro, che pervade ogni norma di vita.
Romano è il considerare l’onore più importante della vita fisica, e l’identificare il proprio onore con quello di Roma (il più romano e simbolico di tutti gli eroi romani è Attilio Regolo).
Romano è il motto germanico unsere Ehre heisst Treue (il nostro onore vuol dire fedeltà) Romano è anche il severo parcere subiectis, debellare superbos, che si espresse in assoluto rispetto per le istituzioni, i culti, le gerarchie e gli usi dei popoli leali all’ecumene imperiale.
Romana è la regola di diritto unicuique suum tribuere (a ognuno ciò che gli spetta), che nulla ha a che fare con l’unicuique idem della velleitaria e verbale demagogia modernista.
Romano è il lavoro dei campi, inteso con la sacralità di un rito nuziale con la Natura, e quindi col Divino.
Quindi, ciò che unificava il primo impero d’Europa era solo la FIDES, senza alcuna pretesa di appiattimento, né di rinunzia alle proprie tradizioni, com’è invece nel grigio pastone della globalizzazione, e anche nell’UE di Maastricht.
Con simili criteri, ci è agevole seguire il filo dell’unico spirito europeo, tenendolo ben distinto dall’imperialismo mercantile di stile calvinista-anglosassone.
Ma è chiaro che la necessità assoluta di ritrovare quello spirito, oggi latente nelle masse e vivo solo in pochi,  equivale a dire che prima dell’Europa, occorre fare gli Europei. Che non vedremo mai nascere un’Europa veramente unita e vitale, se prima non la faremo fiorire nei nostri cuori, nel profondo del nostro essere, con tale forza trainante da trasmettersi, dal Mar Glaciale Artico al Mediterraneo,  a tutti gli Uomini degni di questo nome.
Tale è il compito immenso e tremendo che il destino assegna a noi, in piedi tra le rovine. Se falliremo, sarà solo il trionfo della violenza bruta ed ottusa.
Che i nostri Padri ci aiutino, ci ispirino, ci confortino col loro esempio. A loro rivolgiamo l’invocazione che fu dei Fratres Arvales: ENOS LASES IUVATE!
 
                                                                                             

 

 

Roma, 4 febbraio 2006