Rigenerazione Evola | Evola, fascismo e neofascismo: quando le etichette sovrastano la verità

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a cura della Redazione di RigenerAzione Evola

Qualche giorno fa, sulle colonne de “Il Giornale”, è stato riproposto uno stralcio dell’autodifesa di Julius Evola al celebre processo ai FAR del 1951, sotto l’intitolazione “Quando Julius Evola andò a processo per difendere il diritto di pensare (a destra)”, introdotto da una laconica nota dal seguente testo: “Ecco il discorso che il filosofo tenne per dimostrare che non era neofascista”.

Al di là dell’improprietà dell’epiteto di “filosofo”, spesso usato con riferimento ad Evola e su cui già altre volte ci siamo soffermati, teniamo in particolare a sottolineare che, per l’ennesima volta, nel tentativo di “riabilitare” o “difendere” Evola (o un non meglio definito libero “pensiero di destra”) dagli strali che da decenni e decenni lo hanno per bersaglio da ogni parte, si cerca di evidenziare una presunta totale distanza ideale del barone dal “fascismo” (espressione da sempre abusata e che, recentemente, lo è ancora di più, a tutti i livelli), o comunque da ogni forma di “neofascismo”.

“Il Giornale” lo fa, stavolta, prelevando un estratto ad hoc dal ben più lungo testo dell’autodifesa del barone, e precisamente proponendo la sintesi finale in 6 punti, con una chiosa conclusiva, peraltro tagliata e fatta terminare con la stentorea frase: “questo è tutto” (mentre nel testo seguivano altre considerazioni). Tale estratto viene descritto, come, appunto, come “il discorso” (sic) “che il filosofo tenne per dimostrare che non era neofascista”. Un taglia e cuci che, indipendentemente dalla buona fede di chi l’ha posto in essere, non rende assolutamente il senso ed i contenuti dell’intero testo dell’autodifesa che Evola lesse dinnanzi alla Corte d’Assise di Roma il 12 ottobre 1951, e che RigenerAzione Evola ripropose integralmente, alcuni anni fa, proprio trattando del processo ai F.A.R..

Ritorna dunque il tema trito e ritrito dei rapporti tra Evola, il fascismo e il neofascismo, che richiederebbe un trattato a parte per dare una risposta compiuta, ma su cui cercheremo di nuovo di precisare dei punti, per provare a fare chiarezza, secondo quella che, d’altronde, con riferimento al barone, è una delle finalità primarie di RigenerAzione Evola.

Innanzitutto Evola non tenne il suo “discorso” per dimostrare che non fosse “neofascista”, ma per riassumere, in primis, quelle che da sempre furono le sue idee, il suo richiamo alla Tradizione e, nello specifico, alle applicazioni della stessa nella sfera politica, in termini di concezione spirituale, aristocratica, organica, gerarchica, per poi chiarire, come egli stesso scrisse testualmente in un altro tratto dell’autodifesa: “Io ho difeso e difendo «idee fasciste» non in quanto sono «fasciste», ma nella misura in cui riprendono una tradizione superiore e anteriore al fascismo, in quanto appartengono al retaggio della concezione gerarchica, aristocratica e tradizionale dello Stato, concezione avente carattere universale e mantenutasi in Europa fino alla Rivoluzione francese”. Per poi aggiungere ancora, in un altro punto: “Quanto al fascismo storico, se in esso io ho sostenuto quegli aspetti che sono suscettibili a giustificarsi con l’accennato ordine di idee, vi ho combattuto idee più o meno risententi del clima politico materialista dei tempi ultimi, per cui critiche a ciò che oggi volgarmente si considera come fascismo sono frequenti negli stessi miei scritti che si vorrebbe incriminare” (da notare il riferimento significativo a “ciò che oggi volgarmente si considera come fascismo”) (…) “Vi è chi ama dipingere il fascismo come una «bieca tirannide». Nel periodo di tale «tirannide» non mi è mai accaduto di subire una situazione come la presente”, vale a dire, di arrivare ad essere processato per le proprie idee.

Francesco Carnelutti, noto avvocato e giurista che, pur di estrazione liberale, accettò di difendere Evola nel processo-farsa intentato ai danni del Barone

E già queste parole basterebbero per capire che, con Evola, non si tratta semplicemente di fare riferimento al cd. “fascismo storico” per come si è manifestato, con i suoi aspetti migliori e peggiori, come se si trattasse di un fenomeno avulso da qualunque matrice precedente, o peggio ancora, ricollegandolo, in punta di storiografia marxista, al capitalismo come “dittatura della borghesia”, o, in punta di storiografia liberale, alla rivoluzione giacobina. Si tratta, invece, di concepire il fascismo in un senso metastorico, in rapporto cioè alla matrice tradizionale atemporale – questa solenne sconosciuta di tutta la storiografia moderna e contemporanea – di cui fu un’emanazione sul piano storico-materiale, a prescindere totalmente dalla consapevolezza che, di ciò, potessero avere gli interpreti più o meno di primo piano del fascismo stesso, a partire dallo stesso Mussolini.

Da un punto di vista puramente storico, nel Fascismo italiano confluirono più istanze, che pertanto lo resero un movimento dalle molteplici anime: da quella combattentistica portata dagli Arditi e dagli altri gruppi paramilitari emersi dalla prima guerra mondiale, alle componenti socialiste, a quelle più conservatrici e filo-risorgimentali, ecc.. Una volta al potere, Mussolini cercò di codificare ed organizzare le esigenze rivoluzionarie del fascismo, elaborando una dottrina articolata per la concezione dello Stato, dell’economia, della comunità nazionale. La ripresa della romanità come valore superiore e comportamentale, una concezione spirituale e guerriera della vita, supportata dall’esperienza dei combattenti della prima guerra mondiale, che portarono una mentalità da “mobilitazione permanente”, di jüngeriana memoria, che avrebbe animato lo spirito antiborghese, per (ri)dare vita all’uomo nuovo; l’assorbimento del socialismo storico in una visione gerarchica, corporativa; il superamento della lotta di classe tramite l’organicismo: tutte le forze vive della nazione operanti per un fine comune, unite in un unico “fascio di forze”.

Certamente si fece riferimento al Risorgimento, soprattutto nei suoi aspetti combattentistici e patriottici, non in quelli di altra, più sospetta natura. Certamente ci furono molti esponenti fascisti che si richiamarono alla rivoluzione francese o al sindacalismo rivoluzionario: costituivano l’ala “sinistra” del fascismo, che periodicamente fece capolino durante il ventennio (si pensi alle concezione della “corporazione proprietaria” di Ugo Spirito), per riemergere con prepotenza durante la R.S.I.. Era dunque inevitabile che, sempre storicamente, un movimento complesso come quello fascista contenesse in sé molte anime. Che poi sarebbero riemerse nel primo M.S.I., nella contrapposizione tra evoliani-tradizionalisti, socializzatori, corporativisti.

Passando all’aspetto metastorico, occorre spazzar via tutte le concezioni sopra accennate, quelle secondo cui i totalitarismi europei di “destra” del novecento in genere proverrebbero dall’humus della rivoluzione francese, in continuità con il giacobinismo (il nazionalismo in senso deteriore era una derivazione dal giacobinismo in chiave sovversiva, per frammentare e dissolvere il modello tradizionale imperiale), o quelle che li riducono, secondo il rigidissimo schema dualistico del materialismo storico marxista, ad emanazione in forma dittatoriale del capitalismo.

I fascismi in generale avevano una natura differente: la componente spiritualistica, immanente o trascendente che fosse, li spostava di inquadramento. In Codreanu o in Primo de Rivera la componente cristiana, ortodossa o cattolica, dava un’anima di trascendenza; nel nazionalsocialismo tedesco si ritrovava una componente immanentistica, vitalistica e panteistica tipica del romanticismo nordico, con tutte le conseguenze del caso; nel fascismo italiano si cercò una coesistenza tra eredità ancestrale romana “ghibellina” e cattolicità “guelfa”, e così via.

In generale, tutti i fascismi ebbero negli anni Trenta, con diverse intensità, una funzione di temporanea ripresa di un’idea organica, spirituale e tradizionale, da vero e proprio katechon, che si oppose strenuamente alla sovversione demo-plutocratica, capitalistica e sovietica in atto. Ma gran parte di questi regimi si presentarono fusi e confusi con istanze spurie e/o moderne che ne alterarono più o meno fortemente i caratteri, inevitabilmente visto l’epoca storica in cui si manifestarono (si pensi alla loro forma esteriore quali regimi totalitari di massa, visto che l’epoca contemporanea non poteva più consentire in modo naturale un’unità gerarchica spontanea in senso superiore delle comunità di popolo, che doveva essere ricercata quindi in modo “forzato”).

Julius Evola intervenne, pertanto, per cercare di rettificare gli aspetti del fascismo che, a suo giudizio, non erano in linea con la Tradizione, discernendo sempre quelli positivi da quelli negativi, e così fece per tutta la durata della complessa esperienza fascista, fino alle ultime fasi della guerra.
Schematizzando, possiamo dire che Evola apprezzò molto del fascismo italiano:
1) l’aspetto virile, combattentistico, antiborghese, spirituale, che voleva spazzar via i residui demo-liberali ottocenteschi sopravvissuti all’esperienza della guerra, e che portò alla formazione della Scuola di Mistica Fascista, che ci lasciò fulgidi esempi come quello di Niccolò Giani e che contribuì a forgiare l’indomito spirito legionario dei combattenti della R.S.I.;
2) la concezione mussoliniana dello Stato, quale entelechia, idea-forza spirituale organizzatrice e formatrice (“Non è la nazione a generare lo Stato. Anzi la nazione è creata dallo Stato che dà al popolo… una volontà e quindi una effettiva esistenza”; “Il popolo è il corpo dello Stato e lo Stato è lo spirito del corpo”, scrisse Mussolini), in netta antitesi con la concezione nazionalsocialista dello Stato quale contenitore neutro del Volk;
3) la ripresa della romanità come suprema e specifica idea-forza, mito, simbolo da rivivificare quale ideale per la formazione dell’Uomo nuovo e per forgiare il nuovo organismo politico anche in chiave sovranazionale.

Evola criticò altresì gli aspetti meno conformi all’ottica tradizionale:
1) la forma in termini di stato dittatoriale-totalitario, con l’esaltazione delle masse, dell’elemento “popolo”, tipica appunto dei totalitarismi, con il conseguente ridimensionamento della figura stessa del Duce da Capo in senso tradizionale a capo-popolo, a dittatore bonapartista; certe concezioni dello Stato Etico gentiliano e del suo attualismo, laddove esse penetrarono nei gangli delle istituzioni fasciste, nonché le derive socialisteggianti e antigerarchiche che Evola ritenne di cogliere nella struttura repubblicana e nella socializzazione delle imprese che caratterizzarono la R.S.I.;
2) le deviazioni in senso biologico-materialistico delle dottrine sulla razza, mutuate dall’alleato tedesco e che invano Evola in persona cercò di rettificare con scritti e progetti;
3) le pesanti eredità dell’ottocento liberale e del borghesismo all’italiana, che, nonostante tutto, continuarono a serpeggiare all’interno del regime, sabotandolo in troppi ambiti (l’economia corporativa, la persistenza di una mentalità piccolo-borghese, individualistica ed egoistica, il ridimensionamento del concetto di gerarchia in senso aristocratico e spirituale a mero gerarchismo da caserma, la permanenza di frange di squadrismo in cui l’azione non era supportata da alcun riferimento più alto – di cui lo Evola stesso fu vittima, ad esempio nella sfortunata esperienza de “La Torre”, ecc.).

Se volessimo parlare poi del “neofascismo”, il discorso sarebbe dello stesso tipo: nello specifico dell’immediato dopoguerra, come abbiamo accennato di recente parlando brevemente della genesi di “Cavalcare la tigre” in rapporto a “Gli uomini e le rovine”, Julius Evola, nel tentativo di creare una corrente spiritualista nel M.S.I., influenzandolo quindi in senso tradizionale, a partire dal 1949 iniziò a collaborare con varie testate soprattutto giovanili di quell’area, dopo aver accettato la proposta di un gruppo di ragazzi di riorganizzare e sviluppare in forma più computa i punti di “Orientamenti”: il che portò all’elaborazione de “Gli uomini e le rovine”, uscito nel 1953. Siamo proprio, dunque, a cavallo dell’anno del processo ai F.A.R. (1951): un Evola più “politico”, puntualmente e strumentalmente coinvolto in un processo “politico”. In quegli anni, come scrisse Evola, “sembrava che in Italia fossero presenti le condizioni per dare inizio alla formazione di uno schieramento di Destra: di Destra non nel senso politico, ma anche e soprattutto ideale e spirituale“. Ma, dalla fine degli anni Cinquanta in poi, il barone, deluso per aver verificato l’impossibilità di concretizzare tale progetto, abbandonò gradualmente ogni velleità “politica”, ripiegando sempre più incisivamente sulla prospettiva interiore di “Cavalcare la Tigre”.

Da questo schematico excursus si può pertanto capire quanto sia riduttivo pensare ad un Evola inquadrato ed inquadrabile nel contesto di rigide etichette e categorie puramente ideologiche, storiche o storiografiche.
Per quei lettori, soprattutto più giovani, che volessero approfondire il tema, non possiamo che consigliare la raccolta di scritti evoliani “Fascismo e Terzo Reich” (che nella prima parte riprende gli scritti “Il fascismo visto dalla Destra”). Qui sul nostro sito, nella sezione “Fascismo e dintorni”, se ne possono trovare diversi estratti, più vari altri importanti articoli di Evola che forniscono elementi fondamentali al riguardo: da “Caratteri essenziali dell’esperienza fascista italiana” agli articoli “Fascismo e sacralità dello Stato”“Orizzonti di mistica fascista”“Fascismo e libertà”“Storia vissuta della rivoluzione fascista” (commento all’opera di Farinacci), e così via. Molto istruttivo è anche il fascicolo dedicato da Raido, nell’ambito della Collana “Mistica del Fascismo”, alla celebre “Dottrina del Fascismo” vergata dallo stesso Mussolini, con in appendice un importante quanto assai poco noto saggio di Cesare Mazza sull’atemporalità ed universalità del Fascismo, che getta luce proprio sull’aspetto metastorico cui abbiamo appena accennato poc’anzi.