Il sentiero della vita Nobile | Ricchezza e usura: una lezione dal mondo antico

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di Aldo Braccio


Uscito su Raido n. 36
Come è noto, nel mondo tradizionale, e in quel suo riflesso storico e temporale che va sotto il nome di “mondo antico”, elementi di carattere politico, religioso ed economico sono fra loro collegati, come applicazioni – di diversa dignità e importanza – di principii superiori. Risulta chiara la lontananza da quella dimensione economicocentrica propria del mondo moderno, riassunta nelle parole del pensatore liberale Wilhelm Röpke: “L’economia di mercato è quel regime economico con il quale sta in piedi o crolla tutto il nostro sistema sociale e culturale”.
Prendiamo il caso della ricchezza materiale, in riferimento al mondo greco e romano.
Platone (Leggi, I, c. 6), distinguendo tra beni divini (maggiori) e beni umani (minori), ripartisce gerarchicamente questi ultimi, assegnando preminenza alla sanità, cui seguono bellezza, vigore fisico e, ultima, la ricchezza. Altrove (Leggi, V, c. 12) viene affermato che la virtù è incompatibile con l’eccessiva disponibilità di beni: “Che i cittadini siano felici e virtuosi assieme, è quasi necessario… D’altra parte che siano molto ricchi e virtuosi, è impossibile, almeno nel senso volgare che si dà alla parola ricchi”.
Anche Seneca (De beneficiis, 1, I, XI) definisce una scala gerarchica dei beni: dopo quelli necessari, senza i quali non possiamo vivere, o non dobbiamo vivere, o non vogliamo vivere (ne sono esempi, rispettivamente, il sottrarsi all’ira letale di un nemico, l’onore e l’amore dei figli) sono rappresentati i beni utili: “Sarà fra questi il denaro, non quello superfluo, ma quello posseduto in giusta misura”.
Nella considerazione degli antichi, l’uomo e la comunità umana non vengono abbandonati ai capricci del possesso e dell’accumulazione capitalistica: è soltanto con il propagarsi delle dottrine sofistiche che viene meno la dimensione comunitaria della polis e si afferma, gradatamente, una concezione individualistica legata al principio della libertà economica.
Aristotele distingue tra attività economica propriamente detta – mezzo di sussistenza in vista del conseguimento del Sommo Bene – e crematistica, il cui scopo è procacciare denaro e ricchezza (Politica, I, III, 9): per lo Stagirita solo la prima è conforme alla legge naturale, mentre la seconda ha carattere artificiale e si sviluppa dall’idea che nessun limite debba porsi al moltiplicarsi della ricchezza. In particolare Aristotele condanna il grande commercio, quale fonte di lucro illimitato, mentre ammette quello al minuto, che rientra nell’attività economica rettamente intesa.
Non potrebbe esservi pronunciamento più chiaro nei confronti di quella passione del possesso denunciata anche da Platone in ordine – ad esempio – ai doveri dei padri: “Che nessuno sia avido di denaro per i propri figli, con l’intenzione di renderli quanto più ricchi possibile: ciò non giova né ad essi (i figli) né allo Stato” (Leggi, V, c. 2); e altrove: “Abbiamo scoperto quegli elementi che i Custodi devono fronteggiare perché inavvertitamente non penetrino nello Stato. Quali sono? Ricchezza e miseria, perché la prima crea lusso, pigrizia e ricerca della novità, la seconda spirito servile e cattive opere, oltre che – anch’essa – ricerca della novità” (La Repubblica, IV, c.2).
Un autore contemporaneo (1) ha messo in risalto come, al di là delle diverse specificazioni, si possa effettivamente parlare di economia antica in senso generale, perché il mondo antico costituiva un’unità politica e culturale (noi diremmo: si fondava su principii superiori condivisi) cui l’economia si conformava.
Economia innanzitutto come mezzo di sussistenza in vista di fini superiori: così, idee come l’accrescimento esponenziale e illimitato della produzione o la circolazione dei capitali a scopo di lucro non venivano prese in considerazione, e la nozione stessa di debito pubblico – creata oggi dal potere finanziario per i suoi interessi predonomici – era sconosciuta.
Il denaro era rappresentato dalla materialità di monete tenute personalmente o affidate a depositi senza interesse, con l’esclusione cioè di strumenti finanziari fittizi o artificiali: non esistevano meccanismi per la creazione di crediti attraverso strumenti fiduciari. E’ significativo d’altronde che gli stessi prestiti di denaro a fini di investimento erano pressoché inesistenti, sia in ambito greco – con l’eccezione dei prestiti legati all’attività marittima – che romano.
Il denaro valeva essenzialmente come mezzo di scambio, sterile di per se stesso (e ancora in epoca medioevale, nell’ambito della filosofia scolastica questo sarà un dato certo e assoluto, a corollario del precetto evangelico mutuum date nihil inde sperantes, Luca, IV, 35); per questa ragione l’usura non è ammessa, il concetto stesso di interesse sul prestito pressoché sconosciuto.
Platone attesta la corresponsione di un interesse solo allorché il committente di un bene non abbia ancora pagato il prezzo dopo un anno dal ritiro del bene (Leggi, XI, c. 5). In ambito romano Catone (De agri coltura, introduzione) definisce il prestito a interesse “vantaggioso, ma disonesto”: “I nostri antichi condannavano il ladro a una multa del doppio, i prestatori a interesse con una multa del quadruplo – tale disposizione ci mostra come considerassero l’usuraio peggio del ladro”. Analogamente Columella (De re rustica, I, 1) considera il mestiere del prestatore a interesse “odioso persino a chi egli finge di aiutare”.
Per concludere, vorremmo sottolineare la singolare attualità di alcune rappresentazioni – formulate da autori romani – della crescita del latifondo in epoca imperiale. Seneca (Lettere a Lucilio, I, XIV) critica con ironia l’estendersi delle grandi proprietà terriere (“Fin dove spingerete i vostri aratri, non contenti di poderi che oltrepassano i confini delle provincie? […] Quello che una volta si chiamava impero, diventa un podere; appropriatevi di tutto quanto potete …”) Appiano Alessandrino, riferendosi sempre all’età imperiale, afferma (De bellis civilibus, I, I, 7): “I ricchi si fecero assegnare la maggior parte delle terre non distribuite[…], comprarono o presero con la forza i piccoli appezzamenti ereditati da vicini poveri realizzando così smisurati dominii […]. Uomini potenti si arricchirono oltre modo e i campi si riempirono di schiavi, mentre la razza italiana, logora e impoverita, perì sotto il peso della miseria, delle imposte e della guerra – se talvolta sfuggiva a questi mali, l’uomo libero si perdeva nell’ozio, senza lavoro, nulla possedendo in un territorio dominato dai ricchi (latifondisti) e affidato alla manovalanza degli schiavi”.
I primi segni di decadenza: non li ritroviamo oggi – moltiplicati per cento – nei processi di formazione della globalizzazione e della moderna accumulazione capitalistica?
 
(1) – M.I. Finley, The Ancient Economy, Berkeley and L. A., University of California Press, 1973.