Kamikaze: l’epopea degli ultimi samurai

249
Quando, a metà ottobre del 1944, la battaglia del golfo di Leyte ebbe inizio, tra le forze imperiali giapponesi, da una parte, e gli americani, dall’altra, era già chiaro a tutti quale sarebbe stato l’esito. Dopo la battaglia delle Midway (luglio 1942) i nipponici avevano perso l’iniziativa sul fronte del Pacifico, e quei formidabili aerei che erano gli Zero, che tanto avevano spaventato inglesi e americani per tutta la parte iniziale della guerra nel Pacifico, cominciavano ad essere aerei obsoleti in confronto agli aerei che le industrie statunitensi cominciarono a produrre.
Ma perché  parlare della battaglia del golfo di Leyte? 
Perché è stata la prima battaglia in cui le forze giapponesi usarono quelli che da lì in poi sarebbero diventati il peggior incubo delle navi alleate: i Kamikaze
Kamikaze in giapponese vuol dire vento divino, e ricorda l’episodio del mancato sbarco dei mongoli sull’isola proprio a causa di una serie di giganteschi maremoti.
L’idea di creare delle unità suicide che si sarebbero schiantate sulle navi nemiche fu partorita dal viceammiraglio Takijiro Onishi. Il viceammiraglio aveva riflettuto sul fatto che l’unico metodo per fermare l’avanzata statunitense sarebbe stata quella di lanciare degli aerei carichi di bombe sulle navi nemiche.
Il compito di crearne la prima unità fu affidato al comandante Asaiki Tamai che chiese a un ristretto gruppo di piloti da lui addestrati di entrare a far parte della nuova unità speciale. Accettarono tutti. E così, il 20 ottobre i 24 piloti (23 più il tenente Yukio Seki) formarono quella che ancora oggi è considerata la prima unità kamikaze. 
Il periodo di massimo utilizzo di queste unità fu durante la battaglia di Okinawa (tra l’aprile e il giugno del 1945) dove i giapponesi si trovarono a difendere quello che era a tutti gli effetti territorio giapponese, con le unghie e con i denti. Agli uomini che da terra e dalle portaerei era stata affidata di scagliarsi contro le navi americane, attendeva un compito sacro. 
A Okinawa, il primo grande attacco Kamikaze (nell’operazione Kikusui, numerata dalla 1 alla 10) fu condotto nella tarda mattinata del 6 Aprile, con un totale di 335 aerei tra quelli della marina e quelli dell’esercito. L’ultimo attacco (Kikusui 10) fu sferrato tra il 21 e il 22 di Giugno. 
Ma perché, oggi, nel 2021 è giusto ricordare il sacrificio dei Kamikaze? 
Perché sono degli esempi da seguire ancora oggi, quei piloti che da ogni angolo del Giappone seppero prendere sulle spalle il peso di una decisione così grande quanto gravosa. Non ebbero paura di compiere l’estremo sacrificio, senza nessun rimpianto
Va sottolineato, però, come non si trattasse del gesto dettato da un momento di esaltazione o di “adrenalina”. Poteva anzi accadere che i Kamikaze dovessero attendere mesi e mesi prima di essere impiegati, ed in questo periodo passavano il tempo dedicandosi alle occupazioni normali, quasi che non avessero davanti la prospettiva di partire per una morte certa e quasi che quelle non fossero le ultime giornate della loro vita. 
Il loro misticismo guerriero si univa ad una fredda e lucida determinazione perché, essi dovevano addestrarsi a fondo nelle tecniche precise dell’attacco a percussione che per la sua efficacia richiedeva fino all’ultimo un assoluto dominio di sé.
Questo dominio, questa lucida e luminosa calma proveniva da una concezione tradizionale che non vede nella nascita il principio dell’esistenza umana e nella morte la fine ineluttabile dell’essere.
Per questo, il loro eroismo non era cupo, tragico, disperato, ma rettificato dalla certezza di una più alta vita. Per questo i Kamikaze venivano considerati come “dèi viventi”.
Quanta differenza con i tagliagole dell’Isis, che infliggono la loro violenza sugli innocenti fingendo motivazioni religiose, impropriamente chiamati Kamikaze dall’ignoranza giornalistica!
In conclusione, il sacrificio dei piloti del Vento Divino ci ricorda che è sempre possibile, anche in questi tempi di attaccamento alla vita (nella sua dimensione esclusivamente orizzontale), affermare una “più che vita” attraverso il dono totale di sé, indipendentemente da vittoria e sconfitta, conformando il proprio essere ad un’idea.