La Miccia | Scopriamo l’atleta combattente

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D: Qual è, secondo te, la sfida più grande che un giovane al primo incontro con lo sport dovrebbe scoprire e superare, andando oltre la mera passività dello sforzo fisico?

R: La sfida più grande è Imparare a sognare ed avere coraggio! Lo sport è un trampolino di lancio per mettersi a nudo con se stessi, capirsi e capire il mondo, stimolare una vocazione interiore mediante un’accresciuta percezione delle cose e della vita. Salire in cima ad una vetta e festeggiare l’impresa rende felici, scendere dalle altezze e ripensare a ciò che è accaduto durante l’ascesi, non solo dal punto di vista fisico ma soprattutto mentale, e quindi spirituale, trasforma l’ascesa in ascesi ed ecco che si passa dal piano orizzontale (mero aspetto fisico) al piano verticale (aspetto interiore). L’atleta combattente diviene quindi l’atleta differenziato (che si differenzia rispetto allo sport orizzontale) ovvero percepire ciò che accade durante la fatica, immagazzinare le emozioni, le sensazioni, captare gli attimi ed attribuirli un significato valoriale sono processi che plasmano l’anima di un ragazzo, ed una volta metabolizzati, diventano scosse che fanno vibrare cuore, mente e corpo. Imparare a sognare, a porsi degli obbiettivi realizzando cosi i nostri sogni squarcia il grigiore dei tempi moderni facendo penetrare in noi una luce intrinseca.

 
 

D: La domanda ti sembrerà scontata, nel libro lo spieghi, ma per tutti i nostri amici che ancora non ti hanno letto e devono farsi un’idea su ciò di cui stiamo parlando, potresti dirci cosa significa “Atleta combattente”?

R: Vi è in atto una guerra culturale che ci vuole schiavi, amorfi e de-virilizzati. Ebbene, l’atleta combattente si fa veicolo di un messaggio chiaro e potente: uscire dalla propria comfort zone ed alzare il livello dei propri obbiettivi. Se intorno a noi assaporiamo solo il grigiore del mondo moderno è perché ci siamo fatti ipnotizzare. Dilaniando la comfort zone, ci dissociamo dall’incantesimo ipnotico riprendendo cosi il controllo della nostra vita. Se intorno è buio, l’atleta combattente non aspetta che qualcuno accenda la luce. Egli agisce accendendo cosi una fiamma che, oltre ad illuminare la propria strada, diventa esempio e, divampando, genera energia, vitalità e libertà. L’Atleta combattente dunque combatte il mondo e nel mondo per essere felice e forte.

 
 

D: Sempre più spesso lo sport viene praticato per “diventare belli”. Ormai la società insegna che andare in palestra è un must per sfoggiare il proprio ego e allenarsi nello storytelling in tempo reale sui social. Secondo noi dal tuo libro emerge ben altro. Cosa vorresti far capire ai ragazzi e ai tanti adulti che entrano in palestra come se fossero in un talent show?

R: La bellezza è una forma estetica soggettiva in quanto bello è ciò che per ognuno di noi scaturisce armonia, ed anche se esiste una certa oggettività dell’estetica propinata dalla società attuale ci scordiamo che i giudizi e le opinioni spesso derivano dalla valutazione cognitiva dell’epoca in cui viviamo e dunque è facile capire che sfruttare lo sport per modificarsi fisicamente denota spesso delle falle insite nella personalità che minano la tenuta interiore del soggetto. I selfie, l’apologia esasperata del proprio corpo, l’ossessione della perfezione nell’avvicinarsi sempre più alla teoria del “bello moderno” denota un forte disturbo di personalità in quanto rileva insicurezze e debolezze che rendono un ragazzo schiavo di sé stesso. Secondo te, è bello trovarsi “alla porta” pronti per saltare da un aereo a 200km orari affrontando 4000 metri di vuoto oppure essere a 6000 metri di altitudine, lungo una parete ghiacciata a -20° mentre il respiro che soffoca ogni pensiero o guardarsi allo specchio ed osservare il naso rotto e deformato dopo anni di pugilato? Per me si perché, appunto, come riporto nella prima riga, la bellezza è soggettiva, ed a parer mio non vi è bellezza più lucente che emanarla mediante il proprio vissuto anziché mostrare bellezza tramite corpi ipertrofici paragonabili ai crostacei: duro all’esterno, molli all’interno. Ed allora mi rivolgo a te che hai appena letto questa risposta: cos’è per te il “bello”?

 
 

D: Tu pratichi anche paracadutismo. Nel tuo libro, nella breve biografia che ti riguarda, ma anche facendo una breve ricerca su internet, possiamo capire che vivi questo sport – già intenso di per se – ancor più profondamente, viste le gare alle quali hai partecipato. Come ti sei approcciato a questo campo? E come vivi questa esperienza?

R: Mi sono avvicinato al paracadutismo per onorare una tradizione. Ho conseguito l’abilitazione al brevetto militare mediante un corso di paracadutismo durato 3 mesi nel quale corpo e spirito sono entranti in sintonia dando vita ad una centratura esistenziale che mi ha permesso di creare le fondamenta per cercare di vivere la mia esistenza lungo una continua tensione di crescita e miglioramento. 79 anni fa, nel deserto di El Alamein, i paracadutisti della Folgore scrissero una delle pagine più belle della storia d’Italia; da una sconfitta militare nacque il mito del paracadutismo italiano sancendo cosi una vittoria perenne in quanto, come disse Sallustio “il mito è per sempre” e ciò è diventato una fonte di resilienza che mi ha ispirato: i fallimenti sono l’anticamera dei successi. Umiltà e consapevolezza sono le parole chiave per aprire le porte verso una formazione continua che può portare a scalare i livelli della nostra anima.

 

 D: Un’antica massima della Tradizione insegna che “Ognuno ha il suo”. Nel campo dello sport quanto è vera questa frase?

R: Questa frase è semplicemente l’essenza del principio delle discipline sportive. L’Atleta Combattente è un tuono che squarcia il falso mito della cinica democrazia paritaria, formula esistenziale desueta ed utopica. Per quale motivo? Le discipline sportive hanno la capacità di risvegliare attitudini umane celate alimentando e rinvigorendo quelle sfumature che determinano l’unicità e l’autenticità di ogni essere umano: LE VIRTU’. Se consideriamo la nostra vita come un’“opera d’arte”, le virtù sono quei tasselli che definiscono, arricchiscono e colorano la nostra esistenza differenziandoci e rendendoci UNICI ed IRRIPETIBILI. Ecco perché le discipline sportive si fanno veicolo di un messaggio chiaro e potente: “UNICUIQUE SUUM” (a ciascuno il suo) mettendo in luce le differenziazioni tra gli esseri umani istillando una gerarchia d’animo riordinando i tre elementi fondamentali che costituiscono l’essenza umana: Spirito, Anima, Corpo. Questa formula si contrappone al principio livellatore democratico dell’ “unicuique idem” (a tutti lo stesso) che impone una snaturalizzazione della vita cancellando cosi le diversità e le unicità. Lo sport, in particolar modo le discipline sportive, impone e “costringe” l’Uomo a valorizzarsi ed accrescersi impedendo cosi di annullarsi.

 
 

D: Dalla nostra esperienza di studenti e dal confronto che ‘TNT-Studenti e Dinamite’ ha con la realtà studentesca, sappiamo che a scuola lo sport è vissuto come un momento di brutale scioglimento di energie e compostezza, volutamente non indirizzato come momento di formazione. Ci si sfoga, non facendo niente, oppure facendo ciò che ci pare giocando a pallavolo e calcio. Considerando i tuoi studi, hai una ricetta migliore per andare oltre questo errore e per raddrizzare il concetto di sport nelle scuole?

R: Attualmente, l’ora di educazione fisica è vista e vissuta come un corto circuito del corpo umano anziché come una connessione tra corpo e mente al fine di potenziare i ragazzi ma come ben sappiamo, ad ogni problema esiste una soluzione: all’atassia psico-fisica esasperante che regna durante le ore di educazione fisica bisogna contrapporre la prassia: la coordinazione di tutte le capacità umane al fine di distinguere ed elevare ogni singolo alunno. Perché il caos è il principio direttivo che attualmente impera nelle ore di educazione fisica? L’Uomo ha perso una particolare dimensione che personalmente considero la genesi di ogni azione: la dimensione del PERCHE’. Chiedersi il perché ogni qual volta si compie un’azione e quindi attribuire un significato valoriale a ciò che si fa, è fondamentale per tracciare una rotta di edificazione personale. Se l’obbiettivo della scuola è la formazione olistica del ragazzo, ogni singola materia deve rappresentare una fonte di energia e di crescita nella quale i ragazzi possono attingere non solo competenze ma soprattutto ispirazione e vocazione per il futuro. “PERCHE’ INSEGNO EDUCAZIONE FISICA?” È la domanda che dovrebbero porsi tutti professori di tale materia, e se attualmente l’ora di educazione motoria è vista e vissuta come un libero sfogo senza una precisa direzione formativa la causa è riconducibile dalla mancanza di una dimensione verticale da parte dei professori. La ricetta che svela le coordinate per tracciare una nuova rotta la troviamo nell’ARS ATLETICA, la disciplina formativa del corpo e dell’anima. I romani fecero di quest’arte il simbolo per eccellenza dell’edificazione personale: dare la possibilità ai ragazzi d’incanalare le proprie energie mediante il movimento. Il professore diventa cosi seminatore di Uomini e non spargitore di sterpaglie. Un docente che mediante lo sport, e quindi il movimento, riesce a creare questa connessione saprà elevare ogni suo singolo allievo, renderlo autentico aumentando cosi la sua autostima per far germogliare in lui qualità, pregi, valori. Ed ecco che al caos viene contrapposta un’azione diretta, tesa ad elevare anziché distruggere. Se posso permettermi di dare un consiglio ai ragazzi: siate propositivi! Se notate anarchia e dissoluzione nelle ore di educazione fisica, fate quadrato e proponete ai professori attività che possono generare calore e miglioramento.

 
 
 

D: Ormai è assodato che lo sport è un business da milioni di euro, farcito di discorsi motivazionali sul successo e sull’ambizione di arrivare primi. Ma quando si è sulla rampa di lancio dell’aereo e ci si deve lanciare, oppure quando si è in cordata sul Monte Bianco a meno dieci gradi, oppure, più semplicemente, quando si è immersi in una dura sessione d’esame ma allo stesso tempo si deve andare a lavorare e cercare di continuare un’attività sportiva – o le altre normali attività del quotidiano -, cosa ci deve essere davvero di sprono per continuare?

R: Quando si scrive un libro ci sono due possibilità: sacrificare del tempo e cimentarsi nella scrittura al fine di rendere il libro espressione di sé, oppure affidarsi ad un ghost writer. La differenza sostanziale è che mentre si scrive un libro nascono e s’inerpicano ricerche e curiosità che ti permettono di creare nuove vibrazioni nell’essere andando ben oltre il “semplice” concetto che si sta esprimendo nel libro; ciò non è possibile stimolarlo nel momento in cui ci si affida ad un professionista perché ciò che accade a lui mentre scrive è ciò che sarebbe dovuto accadere a te. Tutti noi siamo autori di un libro irripetibile e speciale. Quando nasciamo ci viene affidato un libro bianco su cui scrivere la nostra storia. Ogni pagina di questo libro contiene esperienze vissute animate da gioie, dolori, fallimenti, realizzazioni, sorrisi, lacrime, scoperte… in sostanza mille colori che definiscono la nostra esistenza e per fare della nostra vita un’opera d’arte non bisogna solo esistere, ma ESSERE. Altrimenti si rischia di recitare un copione che ci viene affidato o peggio ancora affidare la propria vita ad altri. La MOTIVAZIONE è fondamentale. Ciò che mi spinge ad organizzare una nuova spedizione alpinistica mentre preparo un esame universitario facendo conciliare il lavoro a tempo pieno è la volontà di creare qualcosa di bello, sapendo con certezza che il presente sarà completamente diverso rispetto al futuro perché quest’ultimo lo sto scrivendo ora in quell’istante. Se il coraggio è la scintilla che innesca l’azione, la MOTIVAZIONE è l’esplosione che ci accompagna a realizzare i nostri sogni, a guardare nuovi orizzonti e porci nuovi obbiettivi.

 
 
 

D: Eccoci giunti all’ultima domanda. Ci hai già detto che significato ha per te il termine di “Atleta combattente”. Adesso, però, ti chiediamo di dare a tutti quelli che leggeranno questa tua intervista due motivi per leggere il tuo libro e per praticare del sano sport.

R: Pensate ad un sogno che volete realizzare, ad un obbiettivo che volete raggiungere. L’atleta combattente è quel trampolino di lancio che innesca la miccia dell’azione accorciando le distanze tra voi ed il vostro sogno…e magari accompagnarvi passo dopo passo verso la felicità. Perché praticare del sano sport? Vi rispondo con una frase scritta da Mia Pavolini, la più giovane volontaria del SAF ricordando Piera Gatteschi Fondelli, prima ed unica Generale donna del SAF: <<Se la vita è movimento, lotta, delusioni, entusiasmo, fede, tenerezza, rabbia o dolore, interessarsi a tutto, sapersi meravigliare, estasiare, commuovere, e saper capire ed aiutare con amore, saper ridere e saper piangere, se tutto ciò è vita, tu eri la vita>>. Perché praticare uno sport sano? Per essere tutto ciò sopra riportato.