La “leggenda nera” del Valle de los Caìdos

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Salgo al Valle in un freddissimo giorno di Gennaio, il 5, data festeggiata in tutta la Spagna per la famosa “Cavalcata dei Re Magi”, dove i bambini durante la notte ricevono i doni (come lo stesso Gesù bambino riceve nella narrazione biblica i doni e l’adorazione dei Magi). La data mi sembra significativa, oltretutto quello che vado a visitare non è solo un monumento alla memoria ma anche un edificio religioso.
L’atmosfera è surreale, avevo preso il bus da Madrid al mattino mentre pioveva, arrivato a fare il cambio navetta presso l’Escorial (già piuttosto alti di quota), giungo all’ingresso del magnifico parco naturale che ospita il Valle con un cielo grigio e pesante come il piombo. Tra la nebbia, lontano e in altro, tra alberi e monti spicca una immensa croce, la vista è suggestiva. Arrivato dopo 5km di salita in cima alla sede del complesso monumentale l’aria e tutto il bosco si tace improvvisamente, un’ondata di gelo sembra bloccare il tempo per qualche secondo e poi, improvvisamente, la neve. La mia prima nevicata di questo anno e devo dire una nevicata esemplare, nel giro di poche decine di minuti tutta la zona è completamente un manto latteo… l’emozione è fortissima. Credo che non avrei potuto sperare in una atmosfera migliore per portare il mio omaggio sulla tomba di José Antonio Primo de Rivera e di tutti i Caidos por Dios y por España.
Già nel 2019 pubblicammo un articolo sul Valle  e sulla profanazione della salma di Franco, e a quello vi rimando per una maggiore e dettagliata descrizione dello splendido edificio.
Voglio invece soffermarmi oggi sulla “Legenda nera” attorno alla costruzione di questo bellissimo e imponente monumento, nella speranza di fare un poco più di chiarezza.
Il Valle de Los Caídos ha da sempre avuto un esercito infido e silente di detrattori, che solo dopo la morte del Caudillo hanno iniziato a far sentire la loro voce con arroganza e maestria demagogica, dediti a questo compito ormai da molti anni; il processo si intensifico con Zapatero e la sua Legge sulla memoria storica; la stessa che il suo successore -sotto vari aspetti, non solo in carica-, Pedro Sánchez, vuole “perfezionare” attraverso la cosiddetta Legge della Memoria Democratica. Con due scopi: consumare, dopo aver profanato la sua tomba, la denigrazione dell’ex Capo dello Stato, Francisco Franco; e zittire chi conserva una lucida memoria o ha acquisito una conoscenza veritiera di ciò che era il franchismo; a cominciare dagli storici, ovviamente. La citazione di Orwell sul controllo del passato per controllare il presente e il futuro è inevitabile.
Oltretutto Francisco Franco non voleva essere seppellito al Valle, anzi voleva stare accanto a sua moglie in una modesta cappella situata nel cimitero del Pardo a Madrid. Juan Carlos volle però farlo seppellire al Valle e lì è rimasto per quasi 45 anni fin quando Pedro Sanchez si è svegliato e ha deciso di fregarsene della “pacificazione” e della pietas per i morti riaprendo una ferita che si stava rimarginando.
In questo può essere sintetizzato tutto lo sforzo ossessivo della sinistra spagnola — e dei suoi sostenitori esterni — che, proclamandosi democratici, cercano invece la frattura sociale degli spagnoli, alimentando una deriva da guerra civile che finisce per convincere gli europei che l’unica fonte di legittimità si trova nei banditori dell’estrema sinistra più totalitaria, mentre la destra spagnola guarda dall’altra parte o addirittura punta al linciaggio del franchismo (o per “correttezza politica”, o perché cercatori dello stesso sostegno esterno). Quindi, con pochi oppositori, quella sinistra è disposta a sospendere per sempre tutta una serie di libertà individuali; perché la minaccia è percepita molto chiaramente in Spagna ma è in agguato e colpisce tutta l’Europa, o ciò che resta della sua civiltà; Civiltà Europea che, nonostante tutta la tenacia dei suoi nemici, è ancora “troppo” viva, più di quanto vorrebbero questi manipolatori politici, intellettuali o semplicemente agitatori di professione, venduti a interessi indicibili.
Ma la verità storica non può essere taciuta anche se non viene divulgata, e ci sono ancora studiosi veri, come Alberto Bárcena Pérez, che nella sua tesi di dottorato, discussa alla CEU San Pablo University, nel 2013, dopo sette anni di ricerca ha messo nero su bianco la “leggenda nera” in merito al Valle.
In primo luogo, lì non c’era solo il lavoro forzato, né fu “costruito da prigionieri politici”; detto come dovrebbe essere, non esclusivamente, perché vi lavoravano sia liberi che penali. Inoltre, dei 19 anni che durarono i lavori – dal 1940 al 1959 – solo per sette – dal 1943 al 1953 – vi lavorarono prigionieri. D’altra parte, sebbene la stessa documentazione franchista li definisca “politici”, la maggior parte di loro aveva poco di politico; almeno nel concetto che il termine è abitualmente usato. Erano lì, come si può verificare esaminando le corti marziali che hanno subito (un’importante raccolta fondamentale al riguardo è quella conservata nell’Archivio Storico del Ministero della Difesa, che Pablo Linares, presidente dell’Associazione per la Difesa del Valle de los Caidos, ha studiato a fondo, anche se non è l’unico) o i processi che li hanno portati in prigione, disseminati in vari fascicoli distribuiti in tutta la geografia spagnola, perché avevano alle spalle, in alta percentuale, soprattutto delitti di sangue, commessi nelle retrovie contro persone indifese.
Uno dei casi più noti è quello di Justo Roldán Sainero, conosciuto assieme ad altri anonimi compagni come il “Matacuras” (l’ammazza preti) condannato in due corti marziali per aver partecipato, come miliziano armato, direttamente all’omicidio dei fratelli Creus, nell’estate del 1936 e ai “fatti di Pinto”. Vi furono stuprate e uccise cinque donne: quattro furono crivellate di proiettili dai loro stupratori, la quinta morì il giorno successivo sulla strada. Nella stessa città fu assassinato il sacerdote don Manuel Callejo Montero, 24 anni, cappellano della scuola di San José, insieme al padre, José María Calleja, 56 anni, che ottenne un’ultima grazia dalle milizie: quella di morire prima di suo figlio.  In totale, 24 persone furono uccise a Pinto quell’estate del primo anno di guerra (molti dei quali erano prelati), tra cui il meccanico Ladislao Martín, trascinato per la città e sepolto vivo da quattro miliziani. La causa era ideologica: sebbene appartenesse alla classe operaia, era falangista; da qui la crudeltà. Quel passato criminale e violentemente anticlericale spinse il CdA a decidere di trasferirlo in un’altra destinazione più consona, ma l’accordo non fu rispettato e rimase per molti anni con i monaci benedettini del Valle. Il “Matacuras” accettato l’indulto del 1945, fu rilasciato nel 1946, pur restando in Valle fino alla fine dei lavori. Quando se ne andò gli venne fornito, come a tutti coloro che ne fecero richiesta, niente di meno che un alloggio protetto a Madrid!
Un caso meno raccapricciante, ma anche significativo, è quello di Leonardo García Agüero, idraulico del Valle, incluso anche nel sistema del riscatto delle pene: aveva assassinato un figlio davanti alla madre, María Moliner, quando stava andando arrestare il cugino nella sua stessa casa. Ci sono stati casi più gravi, come quello di Cipriano Salas Romero, uno degli assassini del “treno della morte” o di Jaén, dove hanno trasferito i prigionieri che erano stati trattenuti nella cattedrale di quella città, diretti a Madrid, dove non arrivarono mai: a Vallecas furono consegnati dalla Guardia Civile, che fino ad allora li aveva custoditi, alle milizie, “perché li trovarono molto agitati”. Furono divisi in gruppi e crivellati di mitragliatrici sugli argini della ferrovia. Tra le vittime, il vescovo di Jaén, monsignor Basulto, beatificato a Tarragona nell’ottobre 2013, e sua sorella Teresa, per la quale il prelato si è scusato con gli assassini, sostenendo che sua sorella non ha mai fatto del male a nessuno. Le dissero di non preoccuparsi, che sarebbe stata una donna a finirla, come è successo: è stata consegnata a una miliziana. Il vescovo è morto in ginocchio “chiedendo perdono per i suoi assassini”, come muoiono i martiri. Teresa Basulto non fu l’unica donna ad avere quella fine; almeno due Figlie della Carità sono state uccise. In totale caddero quasi tutti i prigionieri di quella spedizione, circa 250 persone. Fu il primo genocidio, prima di Paracuellos, della Guerra Civile. Come ha detto, Cipriano Salas, secondo gli atti, “ho usato una mitragliatrice sulle vittime, sulla piattaforma del Pozo del Tío Raimundo”. Cipriano, originario di Valdemoro, era di professione falegname, e impiegato della Compagnia Ferroviaria, “affiliato al Partito Socialista -secondo la relazione della Guardia Civile di Vallecas del 18 ottobre 1939-, prestò servizio con le armi e prese parte nella detenzione di diverse persone che sono state poi uccise”. Tra questi, il padre di uno dei suoi accusatori, Santiago Lorenzo. Anche se nulla è uguale a quello che ha fatto in relazione al genocidio del suddetto treno. Ebbene, Cipriano Salas è uno degli assassini di quel giorno, che finì per riscattare le sue condanne nella Valle dei Caduti; nel distaccamento penale del Monastero, in particolare. Per quel massacro fu perseguito insieme ad altri 167 imputati. No, non si può dire, a rigor di termini, che Cipriano Salas fosse un prigioniero politico, ma piuttosto un criminale di guerra.
La fedina penale di alcuni di coloro che hanno scontato condanne nella Valle è impressionante, ma nessuno è stato portato lì con la forza, tutti hanno deciso volontariamente di riscattare i loro delitti, troppo spesso ignobili.
Detto questo, devo ribadire che non vi furono portati con la forza, ma che dovettero richiederlo tramite il Patronato Centrale per il Redenzione delle Pene, o Nostra Signora della Misericordia, del Ministero della Giustizia. Sembra incredibile che sia necessario insistere su questo assunto, visto che è stato pubblicato e reso note innumerevoli volte perché i ricercatori o coloro che sono interessati all’argomento non lo sappiano: Daniel Sueiro, autore apertamente antifranchista, nel suo libro The True Story of the Valle de los Caidos, lo ha reso chiarissimo attraverso le testimonianze raccolte e registrate dall’autore, che ha intervistato molti di quei prigionieri.
Le ragioni della sua richiesta sono state trattate con attenzione anche dalla maggior parte degli autori che si sono occupati della questione: hanno ridotto la pena fino a giungere — addirittura contro quanto stabilito dalla legge che ha avviato questo tipo di sistema — a riscattare sei giorni di pena per uno di lavoro; contabilizzavano addirittura gli straordinari che potevano fare e il lavoro a cottimo, nonché il congedo per malattia. La previdenza sociale era praticamente la stessa di quella in vigore per i liberi, con i quali condividevano gli stessi box e orari! Tutto ciò è riscontrabile nell’Archivio Centrale del Palazzo Reale di Madrid, in particolare nella Collezione “Valle de los Caídos”, una documentazione molto ampia, tra cui gli elenchi dei condannati. Sono presenti le busta paga dei detenuti, dove si verifica che, in base al lavoro svolto, venivano pagati come quelli liberi.
Vivevano in paesi costruiti dai principali appaltatori, in condizioni migliori degli abitanti di paesi e villaggi di molti paesi dell’epoca, e non solo della Spagna.
Nelle case dei paesi la vita non era nemmeno simile a quella che i detrattori del regime vorrebbero descrivere parlando di baracche, sporche e sudice. Talmente terribili dovevano essere che d’estate quei posti diventavano pieni di visitatori, finché il consigliere del Valle, Faustino de La Banda, nel luglio 1950, dovette scrivere una circolare ufficiale in cui affermare che questo non era “un luogo estivo”. E a sostegno di quanti detto nella documentazione conservata nell’Archivio del Palazzo si trovano ampie informazioni per giustificare le misure che intendeva applicare per controllare la popolazione che vi si insediava senza alcun controllo. Esigeva ad esempio che gli iscritti a quelle abitazioni chiedessero l’autorizzazione ad insediarvi parenti o altri invitati, sia per giorni, settimane o mesi. Nelle lettere di risposta dal lavoro, gli operai liberi o penali del Valle parlano di figli, nipoti, suoceri e persino amici che da anni andavano in “vacanza”; sì, usano spesso questa parola, in un caso specificando la causa: per non passare “giorni da cani a Madrid”. Il caso più eclatante è quello di un ex detenuto, Juan Solomando Muñoz, che nella stessa estate del 1950 chiese quattro registrazioni per diversi gruppi familiari: sorella, cognato, nipoti e infine , già in ottobre, suocera; tutti e quattro sono stati concessi dallo stato.
Era inoltre molto frequente che i lavoratori chiedessero il cambio dell’alloggio per motivi personali: il ricongiungimento matrimoniale, prendersi cura di una suocera anziana che viveva in un altro paese, l’arrivo in vacanza di tutti i bambini, i figli che lavoravano a Madrid o prestavano servizio militare o trasferirsi in un’altra città più vicina alla scuola in modo che il proprio figlio non debba viaggiare così a lungo, etc. Non sembravano aver bisogno di molti ansiolitici, per citare il professor Ruibal, per sopportare la vita.
Infine, c’è la questione delle migliaia di morti, o addirittura omicidi, durante i lavori. Le uniche cifre attendibili in merito provengono da due persone che avevano motivo di conoscere bene l’argomento; ed entrambi sono arrivati ​​lì per riscattare le loro sentenze: il dottor Lausín, che aveva fatto parte del comitato rosso di Aravaca, e il praticante, il signor Orejas. Secondo il primo, durante i lavori – ricordiamo che si tratta di 19 anni di edificazione – 14 persone sono morte in incidenti sul lavoro o incidenti stradali, e secondo il secondo , erano 18. In sintesi, i dati sono ben al di sotto della media nazionale degli infortuni sul lavoro, soprattutto tenendo conto delle caratteristiche del lavoro. E nessuno dei due ex detenuti repubblicani aveva il minimo interesse a imbiancare l’immagine del franchismo; oltretutto quando vengono raccolte queste testimonianze, Franco era già morto. La catastrofe dei prigionieri repubblicani nella Valle dei Caduti è una delle più grandi bugie inventate dagli autori della leggenda.
A questo proposito, devo aggiungere che è conservata la corrispondenza tra la vedova del primo defunto, Jerónima Díaz e l’architetto Diego Méndez, che chiede di fargli ottenere una casa a Madrid, come già si faceva con quelli che stavano uscendo. Méndez trasferisce la richiesta al ministro dell’Interno, Blas Pérez, che gli dice di elaborarla come le precedenti. Ebbene, il marito di Jerónima, Alberto Pérez Alonso, era morto nel 1948, il che significa che durante i primi otto anni non si era verificato alcun incidente mortale.
In conclusione parliamo del significato della Valle dei Caduti, che ora viene presentata come il mausoleo di un egocentrico o il monumento a una dittatura che cercava di umiliare le sue vittime. Tutto questo è insostenibile come appena visto. Il Valle è un monumento religioso, concepito così dal principio. Soffermiamoci a considerare in quali elementi si compone il complesso: una basilica pontificia, già profanata dall’attuale governo spagnolo, un’abbazia benedettina, un coro incaricato dai monaci, e la Croce più grande del mondo. Resta da aggiungere l’ostello e il Centro di Studi Sociali e religiosi, privato dell’attività quando il sussidio è stato ritirato, sebbene Leopoldo Calvo Sotelo lo avesse già tagliato. Tale Centro, nel progetto di Franco, era uno degli obiettivi principali, poiché aveva lo scopo di raccogliere tutte le pubblicazioni in materia sociale, in particolare quelle del magistero ecclesiastico, per stabilire negli intenti “la vera giustizia sociale in Spagna”. Vi sarebbero stati organizzati, come effettivamente è avvenuto, convegni per uomini d’affari, membri dell’organizzazione sindacale e altri agenti sociali con relatori di grande levatura intellettuale e appartenenti a diverse tendenze politiche. L’obiettivo era applicare la Dottrina Sociale della Chiesa ai rapporti di lavoro, come fece e riconobbe Pio XII, che conferì a Franco l’Ordine Supremo di Cristo. Forse è per questo che già nella Transizione si riteneva che non avesse senso mantenerlo attivo.
Quanto al presunto revanscismo franchista incarnato nella monumentale opera del Valle e della sua gestione, basti leggere il decreto che sancisce la nascita della Fondazione della Santa Cruz del Valle de los Caídos, del 23 agosto 1957:
[…] il sacro dovere di onorare i nostri eroi ei nostri martiri deve essere sempre accompagnato dal sentimento del perdono imposto dal messaggio evangelico.
Inoltre, i cinque anni che sono seguiti alla Vittoria hanno visto lo sviluppo di una politica guidata dal più alto senso di unità e fratellanza tra gli spagnoli.
Di conseguenza, questo deve essere il Monumento a tutti i caduti, sul cui sacrificio trionfano le braccia pacificatrici della Croce.
 
Vi auguro di visitarlo finché siete in tempo, prima che altre profanazioni possano ulteriormente deturparlo, e nella speranza che il riposo di chi a Noi sta caro non venga nuovamente disturbato.