Il sentiero della vita Nobile | Sul senso della lettura

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Uscito su Raido n. 36


E’ tipico degli intellettuali moderni ricercare nei testi scritti delle verità assolute o, nei peggiori casi, leggere qualunque cosa capiti tra le mani soltanto per acquisire nuove nozioni, senza alcuna utilità o scopo, ma per “cultura generale”. In queste due parole risiede esattamente tutta la conoscenza moderna, la quale è solo verbale e teorica e per ciò nozionistica e assolutamente distante dalla saggezza che è poi la reale conoscenza e la forma superiore di sapere.
Proprio per le sue caratteristiche assolute la vera conoscenza non si può comunicare attraverso uno scritto e neanche verbalmente. La Verità può essere trasmessa solo attraverso l’esperienza diretta e da uomini o comunità che l’abbiano ricevuta come testimone da custodire e trasmettere. Premesso ciò, arriviamo al valore ed all’uso che un uomo impegnato in un percorso di crescita spirituale ed interiore deve attribuire alle letture. Considerando in alto grado l’esempio di Roma ci riserviamo di usare le parole di un grande Romano, Lucio Anneo Seneca, che con le sue opere ha unito l’esperienza personale ad una visione tradizionale del mondo, dando vita a dei veri e propri manuali di orientamento per una crescita interiore. Quanto riportato di seguito è tratto dalle Lettere a Lucilio, libro I, Lettera II “La lettura che giova”.
«Da quanto mi scrivi e da quanto sento, nutro per te buone speranze: non corri qua e là e non ti agiti in continui spostamenti. Questa agitazione indica un’infermità interiore: per me, invece, primo segno di un animo equilibrato è la capacità di starsene tranquilli in un posto e in compagnia di se stessi.
2. Bada poi che il fatto di leggere una massa di autori e libri di ogni genere non sia un pò segno di incostanza e di volubilità. Devi insistere su certi scrittori e nutrirti di loro, se vuoi ricavarne un profitto spirituale duraturo. Chi è dappertutto, non è da nessuna parte. Quando uno passa la vita a vagabondare, avrà molte relazioni ospitali, ma nessun amico. Lo stesso capita inevitabilmente a chi non si dedica a fondo a nessun autore, ma sfoglia tutto in fretta e alla svelta.
3. Non giova né si assimila il cibo vomitato subito dopo il pasto. Niente ostacola tanto la guarigione quanto il frequente cambiare medicina; non si cicatrizza una ferita curata in modo sempre diverso. Una pianta, se viene spostata spesso, non si irrobustisce; niente è così efficace da poter giovare in poco tempo. Troppi libri sono dispersivi: dal momento che non puoi leggere tutti i volumi che potresti avere, basta possederne quanti puoi leggerne.
4. “Ma”, ribatti, “a me piace sfogliare un pò questo libro, un pò quest’altro”. È proprio di uno stomaco viziato assaggiare molte cose: la varietà di cibi non nutre, intossica. Leggi sempre perciò, autori di valore riconosciuto e se di tanto in tanto ti viene in mente di passare ad altri, ritorna poi ai primi.
5. Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto per sopportare la povertà e per affrontare la morte e tutte le altre sventure umane. Dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa. Il frutto di oggi l’ho tratto da Epicuro (è mia abitudine penetrare nell’accampamento nemico, ma non da disertore, se mai da esploratore); dichiara Epicuro: “È nobile cosa la povertà accettata con gioia”.
6. Ma se è accettata con gioia, non è povertà. Povero non è chi ha poco, ma chi vuole di più. Cosa importa quanto c’è nel forziere o nei granaî, quanti sono i capi di bestiame o i redditi da usura, se ha gli occhi sulla roba altrui e fa il conto non di quanto ha, ma di quanto vorrebbe procurarsi? Mi domandi quale sia la giusta misura della ricchezza? Primo avere il necessario, secondo quanto basta. Stammi bene».
Ribadiamo che il valore dei testi pur essendo basilare per una formazione completa è prettamente indicativo e deve essere vissuto in chiave strumentale. E’ necessario applicare nella vita di tutti i giorni ciò che troviamo nella lettura e che suscita in noi una certa aderenza interiore; questa è l’unica via per una conoscenza che non sia soltanto mentale e razionale, ma reale e vera.