FUOCO | Sproletari di tutto il mondo, uniamoci!

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di Andrea Monti


Non si è iniziato a parlare di proletari con Marx ed Engels, e nemmeno con Saint-Simon o Cabet: il termine proletarius, designante chi non ha altra ricchezza che la prole, risale all’antica Roma. Più precisamente, alla Roma monarchica, la Roma della riforma censuale di Servio Tullio: in questo contesto nacque la fondamentale distinzione fra classis (quanti avevano i mezzi per prestare servizio militare) e proletarii (coloro che, sprovvisti di mezzi, venivano esentati dal servizio militare – nozione del tutto differente da quella di «schiavo», che non esisteva nella Roma monarchica e alto-repubblicana).
Ora, benché tale distinzione, per altro superata con la riforma di Gneo Mario, possa apparire «romanamente barbara», chi si richiama ad una visione del mondo tradizionale non potrà non rintracciare, nel solo modo con cui venne denominata la classe inferiore, una saggezza – o, meglio, Sapienza – oggi persa (quasi) del tutto, su cui invece varrebbe la pena impostare una riflessione. Definire i poverissimi «proletarii» (da proles, «discendenza»), infatti, presupponeva che a fondamento della società vi fosse una salda nozione di pietas familiare, la quale faceva della famiglia il nucleo primigenio e più importante della società (per dirla in altri termini, con Aristotele, l’oikon come primo fondamento della polis). Tale nucleo aveva un’importanza tale da costituire una ricchezza non meramente materiale – anzi, un alto numero di giovani bocche da sfamare metteva a dura prova il padre e la madre proletarii –, ma anche, e soprattutto, affettiva, culturale, sociale e spirituale: il figlio, che non a caso era definito in latino liber, era anzitutto, anche se nato in una famiglia proletaria, aspirazione alla piena libertà, possibilità, slancio verso l’avvenire, inteso tanto a livello dell’individuo in quanto tale quanto in funzione della comunità; era l’incarnazione del divenire paterno – e materno –; era assicurazione di un perpetrarsi e di un perpetuarsi di valori.
Evidentemente qualcosa andò storto.
Il termine proletario, scomparso insieme alla romanità, ricomparve a cavallo fra ‘700 e ‘800 e, com’è noto, in breve tempo s’impose come parola-bandierina (rigorosamente rossa!) di una certa parte politica, che identificava con «proletariato»la massa indigente, sfruttata e sottopagata che usciva sconfitta dalle rivoluzioni industriali liberiste e che, ancora una volta, aveva tutta la sua ricchezza nella prole. Ebbene, per quanto attestasse una condizione al limite della disperazione, la definizione «proletario», allora come nell’antica Roma, portava etimologicamente con sé una luce di speranza, un frammento del domani. Ma tale sete di futuro, non corroborata da un saldo radicamento nel passato e nella Tradizione, non poggiante neppure su una seria riflessione storica, si risolse ben presto in una scomposta rissa anarcoide, in un infoiato trambusto di piazza che continua ancora oggi.
Ma un obiettivo, a ben vedere, questa «lotta di classe» l’ha conseguito: non siamo più proletari. Marx ce l’ha fatta, Lenin ce l’ha fatta, Mao ce l’ha fatta! Peccato però che uscire dalla condizione di proletari non abbia significato acquisire nuove ricchezze oltre alla prole: ha significato perdere anche quest’ultima. Per descrivere questa condizione, troverei calzante l’espressione «sproletariato».
La moderna società occidentale (e con «occidentale» si comprenda anche l’Oriente prono alle dinamiche occidentali), tanto infantilmente ammaliata da un futuro distopico a carattere iper-tecnologico, con gli occhioni sgranati davanti all’ultimo robot di Musk, invero sta rinunciando a prendere in mano il proprio futuro prossimo. I dati sulla denatalità sono eloquentissimi (per dati precisi, grafici, previsioni e analisi dettagliate, rinvio ai recenti articoli e lavori della biologa e «fuochista» Cristina Coccia): il tasso di mortalità nel 2020 (morti/1000 abitanti) è quasi il doppio rispetto a quello di natalità: 12,5 contro 6,8 (dati ISTAT); il tasso di fertilità (numero medio di figli per donna, che per garantire il ricambio generazionale dovrebbe essere ≥ 2) è 1,24, e in alcune zone del Bel Paese (spaventoso il quadro della Sardegna!) non supera l’1 (dati ISTAT). Dovrebbe essere questa situazione a preoccuparci di un suo potenziale (e per certi versi già reale) «sviluppo insostenibile»: l’inverno demografico in cui ci accingiamo ad entrare avrà costi altissimi, che investiranno, e stanno già investendo, l’intera società, e che la depaupereranno di quel poco che le è rimasto tanto sotto il profilo economico (si pensi alle pensioni e all’assistenza per gli anziani) quanto sotto quello spirituale e morale. E sarà un «cane che si morde la coda»: più la situazione economica e sociale si aggraverà, meno motivi avrà una coppia per mettere al mondo figli…
Ma cosa ci ha ridotti così? Chi dobbiamo ringraziare per non essere (neppure) più «proletari»?
Vi sono molti modi per nominarlo: taluni l’hanno chiamato nichilismo, altri libertinismo, altri hanno coniato altrettanti -ismi. Io palerei piuttosto di un «macro-diritto» che noi rivendichiamo senza mai chiamarlo per nome. Parafrasando la celebre dichiarazione d’Indipendenza americana, parlerei di diritto all’Infelicità.
Ebbene, si tratta di un diritto sulla cui natura il moderno non s’interroga; un diritto che la società liberista e socialista bollano come «conquista di civiltà»; un diritto che, in ultima analisi, presenta come opportunità e come «diritto da poter esercitare» (al limite del «dovere civico»), qualcosa che conduce alla rovina, individuale e collettiva. Tale macro-diritto ha delle sue applicazioni concrete, il cui schema è piuttosto fisso. Restando in tema di demografia, si potrebbe partire con il diritto alla non-maternità, confuso (spesso apposta) con quello all’indipendenza della donna: diritto sbandierato da dive di Hollywood (e dalle loro imitazioni locali) con le case piene di animaletti. La bellissima Jennifer Aniston è in testa a tutte; seguono Cameron Diaz, Kim Cattral («Mi piacciono i bambini, ma non per lunghi periodi»[!]), e la lista si allunga fino a toccare la nostra Michela Marzano, deputata dem che afferma di non volere bambini per non «trasmetter loro il fascismo» di suo nonno. A tale «diritto a non avere figli», si accompagna quello all’aborto: due modi per celare sotto la veste rassicurante del femminismo problemi sociali enormi, che sono la vera causa (talvolta inconscia) del numero sempre minore di bambini che vengono messi al mondo: quello della precarietà del lavoro, soprattutto giovanile; quello dell’enorme scarto fra competenze e conoscenze offerte dalla scuola e richieste dal lavoro; quello di un’adolescenza di quindici anni – nel senso che ha la durata di quindici anni! E a ciò si aggiunge una catastrofe di tipo spirituale: per il giovane moderno non esiste che la realtà, la quale è irrimediabilmente brutta e destinata a peggiorare (anche i grandi fautori del progressismo lo sanno!). Di qui, se non l’estrema domanda «che ci faccio al mondo?», almeno la rinuncia a perpetrare sé stessi nel tempo. E dunque al giovane disperato per l’avvenire proprio e del mondo, la risposta che viene data è «sei libero di non avere figli, è un tuo diritto».
Ancora, potremmo prendere il «caso pornografia». Anche qui, sarebbe interessante chiedersi se il «diritto» all’accesso illimitato a qualsiasi contenuto sessuale, spessissimo di molesta – e modesta – caratura, non mascheri l’impossibilità per l’uomo moderno di relazionarsi sessualmente in maniera appassionata nel rispetto del partner e di sé; è ancora più interessante chiedersi se la pornografia on line non sia da interpretare come una tappa di un percorso di disumanizzazione dei rapporti, percorso di cui s’intravedono i contorni anche «grazie» a numerose misure spacciate per sanitarie negli ultimi anni.
Si potrebbe andare avanti a lungo, e rintracciare il medesimo schema: viene offerta come «conquista di civiltà» una condizione che normalmente sarebbe definita infelice. E questo ha inizialmente effetti di giubilo liberatorio e adolescenziale (il lungo ‘68 italiano, francese e americano); terminata l’ubriacatura, però, si piomba in un mondo più infelice: l’hangover si fa sentire potentemente, e la presa di coscienza è ahinoi molto parziale. Si apre dunque l’estrema stagione di vera e propria psychomachia: di lotta fra un Male che appare trionfante e un Bene ridotto al lumicino. E ciò che è drammatico è che a questa lotta abbiamo imparato a non prendere parte, schiavi come siamo del relativismo post-moderno che non distingue più Bene e Male, non riconosce più fatti ma opinioni, non parla più di Verità ma di narrazioni. Le cose andranno come andranno, si ripete.
E invece dobbiamo prendervi parte. Perché? Perché (senza pretesa di originalità) non abbiamo da perderci che le nostre catene, i cui anelli scintillanti sono le tante sfaccettature del «diritto all’Infelicità» che informa tutto il nostro tempo. Sono catene allettanti, certo: vengono spacciate, paradossalmente, per strumento di libertà; e tuttavia basta scalfirne la patina dorata per vedere che sono fatte di precariato, di bimbi non nati, di corpi morti di uomini e donne che ancora guardavano il cielo per rivolgersi a Dio e che, invece, hanno trovato un aereo a stelle e strisce che ha insegnato loro la democrazia e il progresso.