La Miccia | Scopriamo l’Atleta combattente pt.2

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Continuiamo la nostra intervista all’atleta combattente, dando ufficialmente inizio alla collaborazione con Matteo Colnago, autore dell’omonimo libro “L’atleta combattente” nonché sportivo e studioso poliedrico come già vi abbiamo presentato. Ci lanciamo in questa nuova avventura dunque, con la volontà e la speranza di creare soprattutto tra i più giovani un ulteriore segnale di rottura e di riconquista della vita. Insieme a Matteo, noi ragazzi di TNT – Studenti e Dinamite porteremo avanti una chiacchierata mensile per chiarire e rafforzare i punti della nostra lotta contro i falsi miti, le incertezze e le distorsioni che questo mondo genera attorno allo sport e alla sua potenzialità d’elevazione. Chiunque volesse contribuire con una domanda, può contattarci alla mail [email protected]
 
D) Qual è lo spirito dell’atleta combattente calato nella quotidianità di tutti i giorni? Soprattutto dopo due anni di pandemia che ha fissato ed eretto definitivamente a valori la comodità, la pigrizia, la sfiducia e l’incostanza, qual è il più grande nemico per un ragazzo che aspira ad essere un atleta combattente?
Vi siete mai chiesti cos’è la sofferenza? Io si, o meglio… l’atleta combattente si è posto spesso questa domanda: la sofferenza. La sofferenza la dipingo nella mia mente come una signora distinta, alta e slanciata, vestita con un elegante abito scuro che si avvicina in punta di piedi, quasi a non volerti disturbare; nel momento in cui stai cercando un appiglio nella tua vita, lei, con un gesto freddo e fulmineo ti stacca le mani dagli appigli, facendoti sentire perso ed angosciato nel vuoto, avvolgendoti nel suo mantello scuro, “salvandoti” dalla precipitosa caduta, per poi soffocarti lentamente. Il mantello prima ti salva, poi ti stringe scaldandoti. Resti inerme, vorresti liberarti ma più ti agiti e più divampano le fiammate che, trafiggendoti il cuore, inceneriscono la mente facendoti bruciare lentamente nel logorio del dolore. Questo meccanismo destabilizzante ha come perno, appunto, il dolore. Esiste una sorta di linea di demarcazione tra il punto in cui finisce il vostro dolore e il punto in cui inizia la sofferenza (causa del dolore). Ora facciamo un esperimento: chiudiamo gli occhi e riviviamo i lunghi mesi passati durante la chiusura forzata, focalizzandoci su ciò che ci ha fatto più soffrire, sugli aspetti che ci hanno destabilizzato maggiormente, inquadriamoli e delineiamoli. Riapriamo gli occhi, e in questo “snapshot mentale” probabilmente le due immagini che sono apparse nella nostra mente sono state le seguenti: in primis il periodo passato forzatamente nella nostra comfort zone, obbligandoci al distanziamento sociale, facendo regredire le straordinarie capacità che i nostri 5 sensi ci donano ogni giorno: sentire, udire, percepire, osservare, toccare… ed ecco che la signora elegante e distinta (la sofferenza) entra in azione, e se l’internamento materiale a cui siamo stati sottoposti possiamo descriverlo come il “dolore pulito” – cioè una semplice ed immediata sensazione fisica che diagnostica una situazione quotidiana fuori dallo standard – il compito della “nera signora” è quello di far sorgere il cosiddetto “dolore sporco”, ovvero le reazione alla prima tipologia di dolore: gli epiteti ed i comportamenti che insorgono quando cerchiamo di proteggerci dal primo dolore.
 
 
 
La pandemia ci ha portato a chiuderci nell’ignoto perché l’assenza di sicurezza ha causato angoscia, panico, rabbia, odio e rassegnazione. Lo stravolgimento improvviso della nostra quotidianità ha destabilizzato soprattutto i nostri sogni, i nostri progetti, la volontà di vivere e seguire la nostra autenticità. La nostra tavola a colori è stata – o ha rischiato di essere – avvolta da un mantello di pece nera.
Detto ciò, perché ho parlato della sofferenza, dolore pulito, dolore sporco? E soprattutto cosa c’entra con l’”ATLETA COMBATTENTE”?
Una delle “piaghe” della società moderna che lambisce e stravolge le anime degli uomini, soprattutto dei ragazzi è appunto la sofferenza. I ragazzi soffrono proprio perché non sono più abituati a soffrire, i giovani d’oggi maledicono ogni forma di emozione negativa, dimenticando o non sapendo che le emozioni sono nate per contrastare e superare le difficoltà. Perché sopportare quando si può evitare? Perché sacrificarsi quando si possono ottenere apparentemente gli stessi obbiettivi con un trucco? Magari con uno stratagemma ammiccante che sostituisce la lungimiranza con la furbizia, che a lunga distanza, però, si rileva misera e poco avveduta nel tempo. Perché fare fatica quando la prima sensazione che percepiamo è il dolore? La risposta la troviamo affrontando tre step che ci permettono di reagire, combattere e stravolgere l’intorpidimento spirituale e fisico a cui siamo stati sottoposti in questi ultimi due anni:

«Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa aver soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere»

Questo mantra di San Tommaso Moro rappresenta il modus operandi con cui possiamo approcciarci ad ogni situazione che ci piomba addosso: abbiamo scelto noi di stare rinchiusi in casa per mesi e mesi? No. A che serve maledire il mondo, erigerci supremi giudici o esperti del settore solo per esternare la nostra rabbia causata dall’impotenza? A nulla. Meglio accendere una candela dentro di sé che maledire l’oscurità! Non possiamo cambiare ciò che ci viene imposto, ma possiamo affrontarlo con perspicacia e dinamismo prendendo il destino per le corna. Se sul ring abbiamo di fronte a noi un avversario più alto, più corpulento, qual è la soluzione per affrontarlo? “Caricarlo” a testa bassa con rabbia caotica oppure sfruttare la sua forza apparente facendolo stancare, sfiancandolo con schivate per poi colpirlo nell’istante in cui la sua aggressività determina la sua vulnerabilità? Pensate ad un alpinista, prossimo ad una scalata: l’esisto della spedizione dipenderà per il 50% dalla sua preparazione ed il restante dalle condizioni che madre natura gli riserverà. Se le condizioni della montagna sono avverse, l’atleta non potrà cambiare morfologia della natura. Dovrà assolutamente accettare ciò che gli è stato riservato con la consapevolezza che può valutare una via alternativa da percorrere per arrivare in cima oppure cambiare vetta se la situazione glielo permette o se nel caso ciò non è possibile, accettare le regole del gioco imparando così ad accettare l’attesa e la valutazione del rischio. L’atleta combattente durante la pandemia non ha potuto andare in montagna, scalare, allenarsi, organizzare spedizioni… e quindi uno sportivo senza sport cos’è? Può essere tutto! Il libro difatti è nato durante la pandemia, in quanto il momento si è identificato propizio per fermarsi, riflettere, creare, progettare per poi ripartire all’assalto! Non possiamo scegliere come cambiare il mondo ma sicuramente dobbiamo scegliere come cambiarci per vivere il mondo!
 
 
Il secondo step risiede nella strategia che precede la tattica per affrontare qualsiasi scelta che si prospetta nella nostra vita e non solo durante un periodo nefasto: se chiudiamo gli occhi e proviamo a immaginare un gruppo di giovani che balla al ritmo di musica appartenente al genere “afro”, visualizzeremo un “gregge” di ragazzi in preda all’atassia, animati da un ritmo stordente, corpi prigionieri di vibrazioni che creano palpitazioni caotiche nelle menti dei giovani; il bisogno dell’immediato, la necessità di evadere, la ricerca di un’emozione a breve termine figlia della società gravida di superficialità e di furbizia spicciola. Terminata la canzone, i corpi storditi riprenderanno a fluttuare nello spazio, le vibrazioni hanno scalfito il corpo appiattendo la mente. Ora chiudiamo gli occhi, facciamoci rapire dalle note di Wagner: il corpo rimane immobile, il corpo non è fugace perché si appresta a ricevere vibrazioni profonde e alte. Nel silenzio della sinfonia, una frequenza si instaura nell’anima; è una frequenza che non si avverte nell’immediato, si percepirà nel tempo. Il saper attendere, lavorando su se stessi in silenzio, senza brama e con dedizione, attendendo il momento propizio, edificando un sogno, un progetto, senza farsi prendere dall’impeto della frenesia di voler tutto e subito consci che ciò che stimoliamo ora riecheggerà nel futuro. Le note chiassose irrompono, distruggono e si dissolvono nello spazio. Le note profonde rimangono, accompagnano le riflessioni nel silenzio, per poi irradiare una visione. Un atleta compie le sue gesta, raggiunge i traguardi, migliora se stesso vivendo ciò che aspira mediante cadenza silenziosa e profonda costanza. Egli costruisce se stesso componendo quotidianamente il quadro della sua vita.
In ultimo, l’atleta combattente cerca d’incarnare il “qui e ora” restando sveglio anche quando sembra di vivere un perenne solstizio. Avete mai corso di notte? Io sì, ho provato… ho corso in mezzo ad un bosco, passando tra i prati delle campagne brianzole, infilandomi tra arbusti e campi coltivati… tutto è diverso rispetto alla luce del Sole… la banalità diventa un ostacolo, gli spazi aperti diventano luoghi dell’ignoto… o ti fermi nell’oscurità oppure corri, avanzi ed agisci… cala l’ego, s’alza l’attenzione. Perché è così importante l’attenzione? L’attenzione è il modus vivendi dell’atleta combattente, vivere in agguato

«significa non distrarsi mai, non fare niente di non premeditato, prestare attenzione al minimo dettaglio, dare importanza a tutto, anche se il fatto in questione sembra d’importanza irrilevante. Un comportamento estremamente attento e delicato verso tutto ciò che entra in relazione con noi. La conseguenza immediata è l’amore del lavoro ben fatto ed una simpatia comprensiva per gli stessi e le cose con cui viviamo (la famiglia, la ragazza, gli amici, i colleghi…). Essendo attenti siamo più cortesi, diventiamo più gentili e più ponderati ed ecco che sorge una nuova forma di vita, meno nevrotica e meno aggressiva.»

In questa lucida e mirata sintesi, Antonio Medrano, sintetizza e descrivere il significato intrinseco del “vivere in agguato”, perché l’atleta combattente nasce prima di tutto dall’ispirazione di esempi.
In questo stato di tensione rilassata, correre di notte diventa una forma di anticipazione del futuro, saper attivarsi ed attivare sensi, emozioni e capacità che ci permettono di percepire senza poter vedere ed anticipare sapendo che può accadere. Ciò permette di vivere nell’oscurità, saper stare a galla anche nei momenti più bui della nostra esistenza. Imparare a soffrire vuol dire anche eludere la sofferenza, imparando a gestirla, affrontarla e superarla.
Le virtù conquistate nel dolore e nel sacrificio sono più forti dell’odio e della morte, della sofferenza e del caos.
Accettare e ingaggiare il destino, saper vivere lungo una frequenza alta e profonda che ci permette di lavorare silenziosamente con la lungimiranza di vivere in alto e vivere in agguato sono i tre lati dello “stargate“: quella porta che ci permette di entrare in contatto con le stelle.