La Via dell’Azione: siete sicuri di farcela?

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Questo contributo presuppone una conoscenza, almeno di base, della differenza che per il sapere tradizionale intercorre tra la cosiddetta “via dell’azione” e la “via della rinuncia”, o “della contemplazione”: i due percorsi attraverso i quali è possibile attingere al Sacro. Da una parte, la sublimazione dell’agire quotidiano in opera sacrificale, compiuta in sé e per sé, senza attaccamento per il frutto di tale agire; dall’altra parte, la rinuncia all’agire, sostituita dalla pura contemplazione.
Recentemente, anche grazie alla prima edizione in lingua italiana di “La Via dell’Azione” di Antonio Medrano e agli ottimi scritti di Mario Polia per Cinabro Edizioni, la conoscenza della via dell’azione sta conoscendo una particolare fioritura all’interno della c.d. cultura non conforme. Come sempre, a una maggiore diffusione di un’idea o di una pratica fanno da contraltare dei rischi non indifferenti di banalizzazione e travisamento. Vogliamo qui esaminarne due in particolare.
Anzitutto, la via dell’azione opera su un terreno particolarmente insidioso, che impone una costante e intransigente opera di sorveglianza su di sé.
L’azione, infatti, proprio perché opera attraverso ogni possibile manifestazione dell’agire (lo studio, il lavoro, i rapporti con i familiari, ecc.), si pratica concretamente “facendo ciò che facciamo di solito”.
Una prima conseguenza è che si rischia di considerare la via dell’azione “più facile” e “alla portata di tutti” rispetto alla via ascetica della rinuncia e della contemplazione. “Fare”, apparentemente, sembra più facile che “trattenersi dal fare”, soprattutto quando compiamo un’azione che soddisfa il nostro ego. 
Quando scegliamo di “fare” anziché di “non fare” perché lo troviamo più semplice, tuttavia, in noi non si è affatto levata la volontà di compiere un’opera sacrificale. Semplicemente sta parlando la pigrizia, l’istinto deteriore del cercare la via più semplice: l’esatto contrario di quella ricerca della linea di maggior resistenza che, invece, connota le azioni votate al Sacro, ciò che ci mette alla prova e ci fa offrire all’Idea il fiore delle nostre capacità.
Se abbiamo scelto la via dell’azione perché la riteniamo la più semplice, anziché dopo averla considerata come quella più adatta alla nostra natura, abbiamo già sbagliato in partenza. Tutto il nostro agire è destinato al fallimento e a ricadere pesantemente al suolo; proprio come un missile difettoso che, dopo aver puntato brevemente alle stelle, compie una parabola discendente e si schianta a terra. Se vogliamo agire nel mondo riempiendoci la bocca di parole “alte” ma comportandoci esattamente come prima, scordiamoci i Cieli.
Per evitare questo errore, l’azione impersonale deve concentrarsi prevalentemente sui compiti che, nel quotidiano, riteniamo più ingrati e difficili: il rispetto delle scadenze, la costanza negli allenamenti, il rigore nei rapporti con gli altri, l’adempimento agli impegni lavorativi, familiari e personali più faticosi, lo sviluppo di nuove abilità. Si inizierà quindi a scoprire che la “linea di maggior resistenza” coincide con la vetta di noi stessi, con quella cresta assolata da cui possiamo dominare l’orizzonte delle passioni senza rischiare di esserne travolti e riassorbiti.
Inoltre, chi pratica la via dell’azione deve affrontare – e anzitutto conoscere – il rischio che, immergendo la nostra opera nel divenire e nel quotidiano, riemergano presto o tardi le passioni e gli istinti dal basso (pigrizia, abitudini, routine, ecc.) in grado di annullare il valore trascendente e sacrificale del nostro agire, incatenandolo nuovamente alla mera dimensione materiale e rendendolo un susseguirsi di comportamenti inconsapevoli.
Per pigrizia mentale, anche l’uomo più volenteroso, se non mantiene un’attenzione costante, tende infatti a precipitare dagli archetipi agli stereotipi: dimentica ciò che deve essere il proprio punto di riferimento e si rifugia in una sorta di caricatura tipizzata, depotenziata, limitata a una pallida ombra dell’idea originaria. L’anagogico, ciò che Innalza, si trasforma in demagogico, in ciò che è comune, popolare, facilmente raggiungibile. Nella comodità del non pensare, del lasciarsi trasportare. Si trasforma, insomma, nell’essenza del mondo moderno.
Sono pieno di buoni propositi; punto all’azione impersonale il primo giorno; forse ancora il secondo giorno; il terzo mi sono già dimenticato e sto correndo dietro alle mie scadenze pensando solo a cosa preparerò per cena. Ecco che, senza neppure accorgercene, ci siamo riaddormentati. 
Sta a noi riaccendere, con un’attività di reazione e riattivazione, il fuoco dell’azione pura.
La difficoltà, qui, sta nel fatto che siamo proprio noi – gli addormentati – a doverci svegliare con una sonora scrollata. Senza una sveglia abbastanza potente, questo risveglio sarà difficile e, per alcuni, non avverrà mai più. Passato l’impeto momentaneo, si etichetterà lo sforzo compiuto come uno slancio idealistico o giovanile. Si perderà l’occasione di dare un Significato al proprio passaggio sulla terra; si lascerà il Drago covare nelle tenebre che non avremo avuto il coraggio di attraversare. Ci si dimenticherà persino che esista. 
Esiste un antidoto anche a questa seconda deriva. Chi può contare su rapporti autentici, non stucchevolmente amicali ma franchi e netti, è sicuramente avvantaggiato. Una comunità di individui che si incoraggiano a mantenere le linee di vetta e a non addormentarsi è un grande conforto per chi rischia di cadere, proprio come in battaglia si combatte meglio fianco a fianco. Il cameratismo è il reagente che consolida la volontà e impedisce al singolo di venire inglobato nel divenire moderno.
La via dell’azione, però, rimane un percorso da compiere anzitutto in noi stessi: addentrandosi in quella foresta interiore in cui dobbiamo abbandonare presto il sentiero ben tracciato e fendere i rovi delle abitudini, cercando a gran voce l’avversario più pericoloso e restando indifferenti all’esito dello scontro. E questo cercare, questo abbandono del sé, questo identificarsi con la cavalcata non va compiuto una volta, ma cento e mille volte, quotidianamente, perché spezzare l’impeto, ricadere nel desiderio, congela anche l’azione migliore.
J. du Lys