Turismo di massa: tra immagine e profitto

371
Il principale obiettivo dell’iper-capitalismo contemporaneo è quello di gestire e controllare la vita degli individui. Ciò avviene con la creazione di immaginari utopistici da raggiungere a tutti i costi, creando nelle menti sogni materialistici che solo il consumo ed il lavoro concepito come macchina da soldi possono realizzare.
Con questo meccanismo muta anche il significato di lavoro più profondo e nobile che contraddistingue il senso del termine sin dall’alba dei tempi. 
Il lavoro viene inteso solamente come uno strumento di arricchimento personale al fine di raggiungere determinati scopi di consumo. Perde dunque la sua missione aristocratica che è quella che concepisce il lavoro come una forma di bene comune, il mettere a disposizione della comunità il proprio “saper fare” per il buon funzionamento del sistema sociale. 
Il medesimo discorso vale anche per lo studio, divenuto oggi un mezzo per raggiungere un determinato lavoro, per essere un “qualcuno” solo a fini di mero guadagno o di vana gloria, con il quale realizzare tutte quelle aspirazioni proprie del mondo contemporaneo che siamo continuamente educati a desiderare. 
Una tale  sovversione  della vita appiattisce qualsiasi forma di personalità e di pensiero individuale perché gli obiettivi di acquisto ed il sogno di realizzare una vacanza alle Maldive o a Sharm el Sheikh diventano sogni comuni di tutti gli individui, ed il capitale diviene l’unico obiettivo e l’unico mezzo per sentirsi accettati, per soddisfarli e raggiungere quei determinati imperdibili traguardi che rendono l’uomo agli occhi della massa uno che “ce l’ha fatta”. Il meccanismo crea di conseguenza grandi forme di competizione: un individuo, per sentirsi “alla pari”, sarà spinto a produrre di più per arricchirsi di più e quindi per realizzare un effimero “sogno” dopo l’altro.. 
Una delle attrattive che più è stata sdoganata  dal consumismo nell’odierno immaginario occidentale dal secondo dopoguerra in poi , è quella del mito della “vacanza da sogno” che crea di conseguenza l’adorazione delle vacanze estive, del così chiamato (utilizzando un influenza anglofona nel nostro lessico) il tanto desiderato “week-end”. Le vacanze non vengono più considerate come un meritato riposo dopo mesi di lavoro per il bene comune, ma come un periodo in cui sfogare tutti i desideri accumulati nel tempo attraverso il capitale che il lavoratore ha guadagnato nei mesi invernali. Questo riduce l’individuo ad una macchina vuota, annientando qualsiasi dimensione spirituale, oltre che sociale: per un determinato periodo egli lavora e guadagna, per poi arrivare al’estate, in cui questo spendere, consumare, quanto accumulato. Non a caso, facendo un esempio banale, i centri commerciali durante il fine settimana vengono presi d’assalto nel nome del famigerato shopping.
Nell’immaginario occidentale quindi, si sono formate delle mete geografiche bramosamente desiderate. Il consumismo ha creato la perfetta dimensione della vacanza da sogno, essi sono diventati status symbol, luoghi da raggiungere anche senza un reale interesse storico e culturale ma semplicemente perché fatti calare dall’alto come luoghi perfetti.
Non a caso, si sono create nel tempo mete denominate come “da ricchi”, in cui tutto è sopravvalutato, e mete da “ceto medio”. Queste etichette non hanno fatto altro che dividere e creare vite monotone, vite già percorse prive di personalità. Luoghi in cui molti si recano solo per quelle determinate etichette e per far parte di una determinata categoria sociale.
Tutto questo rientra nella gestione dell’esistenza individuale da parte del grande capitale economico-finanziario. 
Noi, se la vita è ridotta a questo ingranaggio umiliante, dobbiamo, anche nel nostro piccolo, ribellarci a questa folle tendenza. La vacanza dev’essere considerata come un momento di ricreazione (“ricreare l’azione”), non come lo sfogo degli impulsi materialistici più effimeri ed indomabili. Un momento in cui riacquistare nello spirito quei contatti con tutto ciò che non è materia o che non è di moda. Dobbiamo visitare i piccoli paesi sconosciuti che caratterizzano il nostro continente e scoprirne l’essenza più spirituale ed elevata. Dobbiamo girare per i boschi, scoprire chiese abbandonate, case dismesse, dobbiamo entrarci, esplorarle. 
Dobbiamo guardare le stelle, riacquistare il contatto con la nostra solitudine, con gli elementi della natura: tuffarci nei fiumi più gelidi, scalare le vette più tortuose, correre per le colline più ripide. 
Solo con un determinato stile di vita possiamo dichiarare guerra al sistema dell’infinito profitto.
L’impulsivo desiderio di recarsi in determinate mete ha generato un disastroso fenomeno, quello del turismo di massa mordi e fuggi. Questo fenomeno, ha ridotto le nostre città in prodotti commerciali privandole della loro dimensione intima. Prendiamo l’esempio di Venezia, città piena di visitatori nei mesi estivi ma in cui nessuno abita più, il centro storico è disabitato e le case vengono per lo più utilizzate per fare soldi con i visitatori. Il turismo di massa plastifica i luoghi, essi diventano grandi villaggi turistici, luoghi super-affollati privi di identità ed invivibili durante i mesi di maggiore affluenza. L’arte, le nostre bellezza storiche diventano mezzi per fare soldi, non strumenti di contemplazione artistica. In questo ingranaggio ne giovano i bilanci delle grandi compagnie aeree low cost, delle compagnie navali da crociera, le potenti catene alberghiere ai danni dei piccoli alberghi gestiti da privati.
A tal proposito, è importante rammentare la lacerazione che il fenomeno del turismo di massa crea. Dall’inizio del secolo, è esplosa ad esempio la moda di recarsi in Giordania, nella città di Petra. Essa nel corso degli anni ha subito dei flussi di turismo immensi che hanno provocato degli inevitabili danni al suo patrimonio storico. In questo modo, per i Governi viene meno importante la tutela della bellezza e della stessa meta se questa diviene mezzo di profitto incontrastabile. 
“Il turismo apporta ricchezza ma sporca e umilia il paese dove si stabilisce”.
Il risultato di questa creazione immaginaria utopistica da parte dell’iper-capitalismo è terribile. Lo possiamo vedere in ciò che resta dell’europeo medio nei giorni nostri. Dov’è finita la sua aristocratica, forte ed indipendente personalità? Si è spenta piano piano, ed a spegnerla è stato questo meccanismo che rende l’essere umano poco più che un macchinario da fabbrica al servizio della ricchezza. Basta vedere oggi quali sono le illusorie mete turistiche degli europei, qual è il film mentale perfetto: nella spiaggia di Formentera a bere un drink con la pelle che deve abbronzarsi a tutti i costi. Perché anche l’abbronzatura è diventata come un qualcosa da mostrare e di cui vantarsi, è sinonimo di vacanza, al contrario di meno di un secolo fa in cui solo chi lavorava per ore sotto il sole era abbronzato e ciò veniva considerato come un fattore di povertà o comunque di un basso stile di vita. 
Queste mete vengono prenotate e scelte tramite degli intermediari su internet che annientano il lavoro di tante agenzie di viaggio. 
Gli intermediari presentano dei pacchetti con la formula “tutto incluso” a prezzi stracciati verso le località del momento. Queste in verità, non sono altro che luoghi sradicati dalla loro natura e trasformati in mezzi per fare profitti senza limiti. Dobbiamo dunque riscoprire il concetto di meta turistica e rivalutarla come un qualcosa che ci arricchisce interiormente, un luogo che veramente ci interessa e che vogliamo vivere per nostra scelta. Non come un’entità geografica passeggera ed effimera priva delle sue radici più remote. Il mondo moderno pretende di normare ogni passo che compiamo, anche nelle nostre scelte. Noi dobbiamo con altrettanta forza essere ribelli a questo modello studiato a tavolino ed imposto sugli individui.