Alcune considerazioni sul conflitto – di Daniele Perra

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di Daniele Perra


Fonti del Pentagono (non RT o Sputnik) sostengono che la Russia (al momento) non abbia utilizzato neanche il 10% della sua capacità militare nell’operazione in Ucraina. Ciò smentisce in poche parole la retorica finora utilizzata dell’“invasione su vasta scala” e lascia intendere, a prescindere dalla propaganda occidentale, che la soluzione negoziale (salvo sabotaggio esterno, visto che l’“Occidente” sembra intenzionato a prolungare il conflitto il più a lungo possibile) sia ancora quella preferita da Mosca.
Chiunque conosca un minimo le relazioni internazionali e la diplomazia (quindi non Di Maio) sa che al tavolo dei negoziati (soprattutto quando ci si siede da un posizione di forza o di oggettivo vantaggio) si parte dall’offerta più alta per poi fare eventuali concessioni. In questo senso, le richieste di Mosca sulla neutralità dell’Ucraina, il riconoscimento delle Repubbliche popolari e dell’annessione della Crimea (di fatto, nuovamente russa da diversi anni) non paiono affatto irricevibili.  
Indubbiamente Kiev sta vincendo proprio sul lato della propaganda. Questa vittoria, tuttavia, si limita al solo “Occidente”. Diversi Paesi dell’America Latina (oltre ai tradizionali alletati Venezuela, Cuba e Nicaragua) non sembrano volersi schierare con la vulgata sanzionatoria (tra essi Brasile e Argentina). In Asia, il Pakistan (potenza nucleare) sceglie di comprare gas e grano dalla Russia; la Cina sta rafforzando ulteriormente la sua cooperazione energetica con Mosca; la Turchia (ad oggi), dopo aver venduto per anni droni militari all’Ucraina (utilizzati anche per attacchi sul Donbass), non sembra interessata a partecipare al gioco delle sanzioni o a chiudere gli stretti alle navi russe (come aveva falsamente suggerito il presidente ucraino).
Da attore navigato (noto per le sue “irresistibili” esibizioni in cui suona strumenti musicali con i genitali) Zelens’kyi è riuscito a fare breccia solo in un “Occidente” che ormai vive già nel metaverso. Rimango profondamente rattristato di fronte ad “analisi”, dettate dal sovraeccitamento da conflitto, in cui si tessono le lodi del (mai esistito) “fantasma di Kiev” o dell’eroica resistenza dei 13 soldati ucraini dell’Isola dei Serpenti (tutti arresi senza sparare un colpo). 
Il comico è riuscito anche a dare l’idea di una unità nazionale che di fatto non esiste. Kiev è in mano a bande armate che sono più interessate a dare la caccia ai cittadini filorussi che a combattere i russi. Ragione per cui Mosca, al momento, non sembra intenzionata ad entrare nella capitale rischiando di fare la fine di Israele a Beirut. É notizia di oggi (da confermare) il fallito attentato allo stesso Zelens’kyi che sarebbe stato salvato proprio da una soffiata dei servizi segreti russi (altro fatto che dimostrebbe la volontà di Mosca di negoziare). 
L’unica cosa sensata fatta dall’Ucraina negli ultimi 8 anni è stata indubbiamente la telefonata del ministro degli esteri Dmytro Kuleba al suo pari grado (per modo di dire) cinese Wang Yi chiedendogli una mediazione. La Cina sarebbe l’unico attore capace di svolgere tale compito visto che la sua posizione è rimasta sempre la stessa. È la seguente: “La parte cinese mantiene una posizione obiettiva ed equa sulla questione ucraina, insiste nel rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, si oppone a qualsiasi forza esterna che interferisce negli affari interni dell’Ucraina e sostiene la risoluzione del problema ucraino politicamente in modo pacifico. Riteniamo che la soluzione definitiva alla crisi ucraina consista nel mantenere due equilibri, vale a dire, comprendere l’equilibrio tra gli interessi di diverse regioni e diverse nazionalità in Ucraina, raggiungere l’equilibrio delle relazioni con la Russia e l’Europa, al fine di non rendere l’Ucraina un avamposto di confronto, ma piuttosto un ponte per la comunicazione tra est ed ovest” (contenuto in Interpretazione della filosofia diplomatica cinese nella Nuova Era, Anteo Edizioni 2021, p. 33).
P. S. A quando il rogo dei libri di Dostoevskij, delle opere di Cechov o la messa al bando di Tchaikovsky?