La Miccia | L’era dell’instabilità

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Non sarebbe sbagliato soprannominare questa era come l’”era dell’instabilità”. Infatti, questo nostro tempo, è caratterizzato dal vivere alla giornata, senza fare dei piani a lungo termine che si basino sul mettere delle fondamenta nella propria vita o ripensare ad azioni compiute nel passato per migliorarle nel futuro. È come se non ci interessasse ciò che c’era prima e ciò che verrà dopo.
Questo vivere alla giornata, però, non è inteso e vissuto per dare il massimo ogni giorno della propria vita e arrivare a sera con “qualcosa di fatto”. No. Lo stile di vita adottato è quello di un perenne letargo e di una pigrizia che porta l’uomo a procrastinare ogni suo impegno, cercando costantemente di svincolarsi da qualunque responsabilità e dovere.
Per questo l’instabilità, oggi, ha invaso a trecentosessanta gradi la nostra vita. Si parla di instabilità economica, sociale e instabilità interna all’uomo.
La prima è facile da intuire: lavori precari, costi in aumento, rateizzazione di qualunque cosa affinché la si possa possedere per non essere inferiori all’altro.
Si è cercato – e ci si è riusciti – di far diventare l’uomo un animale, spaventato dal mondo che egli stesso si è costruito tutto attorno, divenuto incapace di riconoscere le sue vocazioni. Molte sono le persone che hanno fatto (o sono state costrette a fare) le trottole in ambito lavorativo; hanno fatto decine e decine di lavori e lavoretti senza riuscire a trovare il proprio campo o un posto fisso (ormai divenuto addirittura una barzelletta per comici come Checco Zalone). Ma siamo convinti che la colpa non sia solamente di queste persone. Tutto ciò è l’obiettivo del sistema che sta riuscendo a far diventare il lavoro non una forma di liberazione e di ascesi, bensì un hobby, o una dipendenza. Si punta a dare a tutti un “reddito universale” mantenendo così le persone affamate e sottomesse, ma felici di non essersi alzate per andare a lavorare. Gli stipendi d’altro canto sono sempre più da fame e con i prezzi di ogni cosa in aumento, l’uomo non è più in grado neanche di vivere degnamente: egli perciò mira a sopravvivere.
La seconda, l’instabilità sociale, riguarda le relazioni con i propri famigliari, con la propria ragazza o ragazzo, con i propri amici ed in generale tutte le persone che possiamo avere attorno. I rapporti sono diventati liquidi. I discorsi affrontati si fanno sempre più superficiali, quasi inutili, perché tale è la preparazione umana, la sensibilità e l’attenzione che si hanno.
Così come sui social, anche nella realtà il contatto è diventato frenetico ma freddo, lontano, carente di un vero calore. Tutte le relazioni sono costruite sopra a convenienze e convenzioni e divengono, così, dei contratti. Non si mettono in campo neanche le emozioni e i sentimenti. Anche in famiglia – che, non molto tempo fa, era una istituzione sacra alla base di ogni vera società – non si discute più seriamente e, anche qui, non c’è crescita personale e collettiva. Si convive solo perché obbligati da un vincolo che è stato reso pura formalità e, non a caso, sempre più spesso questo vincolo viene rotto come tutta la famiglia. Non protetti più da una formazione familiare, si diventa quindi facili prede del mondo moderno che, con i suoi tentacoli e potenti fauci, ci stritola e ci inghiotte fino a rimanere di noi nient’altro che poltiglia; non passano pochi anni dalla nascita che si diventa subito servi inconsci del sistema.
Si noti che queste instabilità sono tutte collegate, perché derivanti da quest’ultima: l’instabilità interna all’uomo. Molte volte l’abbiamo ribadito e non ci stancheremo mai di farlo: è l’uomo che è in rovina, non ciò che Dio ha creato. È l’uomo che si sta avvelenando, non è Dio che ci avvelena, così come è l’uomo che avvelena la terra e non Dio che la sta facendo morire. Gli esempi sono infiniti, il risultato non cambia. Lontani, come siamo oggi, dal Sacro, diventiamo nullità e siamo capaci solo di distruggere e non più di costruire, creare.
Spiritualmente, l’uomo è vuoto. Egli crede solamente in ciò che vede. Internamente è frammentato, è mollo, in balia dei venti e degli eventi di questo mondo violento (che egli stesso si è creato). Quest’uomo non ha più ideali, non ha più valori e, ci dispiace dirlo, non ha più alcuna ancóra di salvezza se non appresta a rimettersi sulla giusta via.
Ecco perché instabilità. Metaforicamente, è come costruire un palazzo di cemento armato con alla base delle colonne di cartongesso. Il palazzo è questo mondo e dentro di esso ci siamo noi con le nostre vite. E ora che si è capito qual è il problema, bisogna risolverlo e reagire e non soltanto alzare le spalle e dire, come sempre: “che ci posso fare io?”.
Anzitutto è importante ridare a se stessi una forma andata persa. Ri-acquisire uno stile fatto di valori tradizionali e quindi solari. Ricordiamoci sempre che se questa è l’era dell’instabilità, cioè dell’incertezza perpetua, del buio, ad essa si può solamente contrapporre la stabilità di uno spirito che si rifà al Sole e che ne è portatore anche nelle ore più buie. “Rimanere in piedi sopra le rovine” deve essere il nostro motto; consapevoli che, nonostante il mondo crolli a pezzi, noi dobbiamo rimanere intransigenti sulle nostre posizioni di riconquista e portare avanti una concezione del mondo diversa da quella attualmente in voga.
Stabilità contrapposta all’instabilità;
Azione contrapposta all’agitazione;
Verità di contro alle menzogne.
Questa la forma, questo lo stile.