Rigenerazione Evola | Cecco d’Ascoli e Dante Alighieri

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Tratto da RigenerazionEvola


Ennesima puntata del filone che, partito in senso stretto da Dante Alighieri, si dirama a tematiche e figure in qualche modo connesse al Sommo Poeta, alle sue opere, al suo pensiero. Oggi proponiamo un articolo uscito nel dicembre 1955 sul Roma, in cui Julius Evola tratteggiava la misteriosa figura di Cecco d’Ascoli (1269-1327), al secolo Francesco Stabili di Simeone, poeta, medico, insegnante, filosofo e astrologo, appartenente alla confraternita iniziatica dei Fedeli d’Amore, insieme presumibilmente allo stesso Dante e a tante altre figure di spicco, come Guido Cavalcanti. Per il suo pensiero ritenuto eretico, Cecco fu arso vivo sul rogo dall’Inquisizione, davanti alla basilica di Santa Croce a Firenze, il 16 settembre 1327. La sua opera più celebre ed a tutt’oggi enigmatica è l’Acerba, un poema enciclopedico, rimasto incompiuto, composto di quasi cinquemila endecasillabi in sestine, contenente nozioni di cosmologia, filosofia naturale e antropologia, influenzato dal pensiero di Aristotele, Tommaso d’Aquino e dalla filosofia araba. In esso è palese l’attacco sistematico proprio alla Divina Commedia dantesca: Evola si sofferma brevemente anche su questo aspetto, vale a dire l’avversione nutrita da Cecco nei confronti di Dante.

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di Julius Evola

tratto dal “Roma”, 21 dicembre 1955

Cecco d’Ascoli è una delle figure più interessanti del Quattrocento italiano: scienziato, astrologo, poeta, fors’anche medico, fu un uomo schietto, rude, irruento, di un parlare inattenuato che lo fece adorare dai suoi discepoli e odiare a morte dai suoi avversari. L’opera principale che di lui ci è rimasta è l’Acerba, oscuro poema di cui non è stato ancora possibile far uscire una edizione critica, tante sono le difficoltà presentate dalla lettura dei codici. In esso figura, quasi come una parola d’ordine, un noto verso: «Qui non si canta al modo delle rane», che Papini molto tempo fa (nel suo periodo migliore) mise in testa ad una sua rivista rivoluzionaria e anticonformista.

Miniatura dell’Acerba raffigurante l’Avarizia (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana)

Cecco d’Ascoli è una figura che ancora non è stata compresa a fondo, anche perché il nostro mondo accademico poco sa della vera natura dell’ambiente a cui appartenne e che è quello dei cosiddetti «Fedeli d’Amore». Infatti l’opera decisiva e rivelatrice che, su questo argomento, Luigi Valli ha pubblicato nel 1928, pel mondo accademico è valsa quasi come non esistente. Riprendendo con un poderoso apparato critico e con una documentazione vastissima e serrata idee già difese dal Rossetti, dall’Aroux e dal Perez, il Valli ha dimostrato che la gran parte dei «Fedeli d’Amore», ai quali apparteneva anche Dante, scriveva in un linguaggio cifrato, comprensibile a pieno solo per gli iniziati che ne possedevano la chiave: di «amore» nel senso corrente non essendo, nei loro poemi, quasi mai il caso. Il lato poetico ed erotico di tutta questa letteratura sarebbe stato quello più esteriore, di copertura, perché la «dottrina che s’asconde – sotto il velame delli versi strani» (le parole sono di Dante) non era destinata né alla «gente grossa», né ai giudici dell’Inquisizione.

I «Fedeli d’Amore» costituivano, in effetti, una organizzazione segreta che col simbolo della «Donna» significava la «Sapienza Santa», una conoscenza superiore e trasfigurante; che, in secondo luogo, avversava la Chiesa corrotta e politicante, da essa identificata alla «Morte» e alla «Pietra che impietra»; che, in terzo luogo, militava per ghibellinismo e sognava la restaurazione dell’Impero. È merito di Mario Alessandrini aver utilizzato, in un libro recentissimo, uscito presso l’editore Casini (Cecco d’Ascoli, Roma, 1955), appunto gli accertamenti del Valli nell’affrontare lo studio e l’interpretazione dell’opera e della figura di Cecco. È una ricerca seriamente condotta e spesso suggestiva, che anche per i non-specialisti può presentare dell’interesse.

Nella storia della letteratura, Cecco d’Ascoli viene presentato come un nemico di Dante. La ragione completa di tale ostilità può venire però in luce solo in una ricerca, come quella dell’Alessandrini. Non si trattava di semplice invidia, come molti hanno voluto. L’Alessandrini fa risaltare che, in questo campo, se mai, si trattava di una differenza di temperamenti. Pur scrivendo dei versi, Cecco d’Ascoli disprezzava coloro che facevano soltanto della poesia e che indulgevano in mere finzioni. «Lascio le ciance – egli scrisse – e ritorno su nel vero: le fabule mi fur sempre nemiche». Così non poteva nemmeno approvare una parte della creazione dantesca; soprattutto l’«Inferno», la parte della Divina Commedia che, per via del suo contenuto umano e poetico, è comunemente più apprezzata, proprio per questo dava sui nervi a Cecco.

Ma anche per un altro e più importante aspetto, secondo l’Alessandrini, Cecco d’Ascoli avversò Dante, vedendovi ciò che oggi si chiamerebbe un «deviazionista». Si è che tragici avvenimenti provocarono ad un dato momento una crisi e uno sbandamento nelle fila dei «Fedeli d’Amore». Si trattò, in primo luogo, della morte di Arrigo VII, cioè di colui nel quale il ghibellinismo aveva riposto le sue massime speranze per la restaurazione dell’Impero; in secondo luogo, della condanna e della spietata distruzione dell’Ordine dei Templari, organizzazione potente che aveva essa stessa aspetti segreti, che coltivava una dottrina non riducibile alla ortodossia e che aveva connessioni proprio coi «Fedeli d’Amore» (si vuole che lo stesso Dante fosse un Templare).

Per via di tali avvenimenti, sembra che fra i «Fedeli d’Amore» si verificassero delle defezioni e perfino dei cambiamenti di parte e che Cecco d’Ascoli avesse delle ragioni per accusare Dante, almeno, di remissivismo. Scrive l’Alessandrini: «Tutta l’acredine che Cecco manifesta nell’Acerba verso Dante non ha e non può avere altro valore, se non quello di risentimento che gli spiriti forti e intransigenti fino al martirio dimostrano verso i compagni di fede di più remissiva e adattabile natura». È questa, una tesi molto audace, date le conseguenze che ne deriverebbero per la figura di Dante. Ma, purtroppo, mancano dati sufficienti.

Così non si può nemmeno dire con sicurezza se Cecco d’Ascoli abbia finito la sua vita sul rogo (fu arso, insieme a tutti i suoi libri, il 16 settembre 1327) a causa della sua incrollabile aderenza alla dottrina segreta dei «Fedeli d’Amore». Nella sentenza della condanna, manca ogni accenno in proposito, ci si riferisce invece, essenzialmente, al carattere eretico di alcune sue teorie astrologiche, mentre a Firenze si mormorava che la vera ragione per cui fu arso era stata il risentimento nutrito dal Duca di Calabria, a causa di una profezia assai sinistra, ma avveratasi, fatta da Cecco nei riguardi della figlia, di colei che doveva essere la famigerata regina Giovanna di Napoli. Certo è che fino all’ultimo Cecco dimostrò una forza incomparabile d’animo e una ferrea coerenza con tutta la sua vita. Le sue ultime parole al cospetto del rogo sembra che siano state:  «L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo».