Di epidemie dello Spirito, di papi e draghi

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Il livello di contagio di questa malattia sempre più pressante ha raggiunto livelli di non ritorno: per le strade si vive un misto di falsa consapevolezza, di sapere distorto e di superstizione, tramandata ai posteri (se ci saranno) per mezzo dei nostri mezzi di dis-informazione, le quali auto generano le stesse fonti a cui fanno riferimento per ricostruirlo.
Per chi vive oggi, non conoscendo i veri antecedenti e le matrici culturali che hanno generato tutto questo, sarà difficile evitare di essere condizionati, e non avranno la forza per distinguere il “realmente accaduto” dal “luogo comune” o nell’andare a cercarne le tracce laddove sia avvenuto. La malattia ci tocca tutti, fiaccando lo spirito e lasciando una trappola contagiosa nella sua essenza.
Chi ne è colpito deve effettuare continui atti basati sulla propria forza di volontà per uscirne. Chi soccombe perde la propria capacità di analisi e contatto con la realtà, trasformandosi a sua volta in amplificatore del morbo, continuando a diffondersi.
Gli aspetti visibili della malattia sono mutevoli, camaleontici, prendono l’aspetto necessario a fare il maggior danno nella specifica situazione: oggi una guerra, ieri un virus, domani la mancanza di materie prime, etc.
Non ha importanza come vi coglierà o cercherà di irretirvi con i suoi miasmi questo Drago, ma lo farà sempre viaggiando su binari simili, e soprattutto lo farà sfruttando l’assenza di difese spirituali del mondo post-materialista e giocando (solleticando) la natura biologica istintuale dell’animale-uomo.
Interessante a tal proposito potrebbe risultare la riflessione gregoriana sull’evento epidemico vissuto dallo stesso Papa Gregorio,[1] la quale si inserisce in un contesto più ampio, ovvero la lettura del reale e della Storia attraverso le “lenti” del sapere tradizionale.
Già l’inizio della omelia I, permette di chiarire la metodologia adottata: soffermandosi sul Vangelo di Luca (21, 25-32) il pontefice riflette su quanto sta accadendo nel mondo che circonda lui e la sua comunità, riprendendo i versi del passo evangelico, tra cui «vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze» (Lc 21,10), cui si accompagnano una serie di segni nel cielo e altre calamità che si abbatteranno sulla terra.[2]
Gregorio collega quindi la diffusione dei disagi umani alla profezia di Cristo e afferma inoltre che il Signore annuncia “i mali del mondo prossimo alla fine” nella maniera che possa turbare meno i fedeli.
La parola di Dio, infatti, fa sì che all’appropinquarsi del Giudizio gli esseri umani siano pronti grazie al precedente disvelamento dei flagelli che li attendono, in modo che abbiano timore di Dio ma che al contempo facciano affidamento sul suo Amore.
Nell’Omelia XXXV, riflettendo sui medesimi versetti, Gregorio afferma che la rivelazione divina consente di evitare almeno in parte le ferite inferte dagli «iacula», i dardi che colpiscono i fedeli e che si manifestano materialmente attraverso le sventure, come ad esempio una malattia.[3]
Ovviamente quella di Gregorio è una riflessione “storica” calata nel suo tempo, mediante la quale il pontefice ambisce a rendere più sopportabile la sofferenza causata dai tempi eccezionali che si sono abbattuti sull’Urbe, inquadrandoli al contempo nella prospettiva consueta e in definitiva accettabile della prossima fine dei tempi; ma è altresì vero che resta una riflessione valida per tutte le situazioni che vive l’umanità dei “tempi ultimi”.
All’inizio di questa breve riflessione abbiamo parlato dei “miasmi del Drago”, e ci è sembrato utile oltre che necessario, riportare a chiusura altri due passi speculari contenuti rispettivamente nell’Omelia XIX e XXXVIII, riferimenti diretti a un’esperienza di vita di Gregorio Magno, il quale ricorda come fossero giunti presso il suo monastero fondato sul colle Celio due fratelli: il primo era arrivato mosso da sincero desiderio di vivere rettamente e di dedicarsi alla vita monastica, il secondo invece ne rappresentava il contraltare negativo e si era rifugiato lì solo perché non aveva di dove andare.
Durante la pestilenza questi cadde colpito dal morbo e venne attorniato dai confratelli che si misero a pregare per lui perché “impossibilitato a partecipare alle preghiere perché a detta sua un orribile drago gli opprimeva il petto impedendogli di muoversi”.
La vicenda si concluse poi con la salvezza e la conversione del giovane, sottratto alle grinfie del drago grazie alle assidue preghiere dei monaci.[4]
Centrarsi quindi, riportare equilibrio nella propria vita, attraverso la preghiera, la meditazione, lo studio della Dottrina e il continuo esercizio alla vita di milizia sono le uniche armi contro questi draghi del mondo moderno.

[1] Papa Gregorio Magno (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. La Chiesa cattolica lo venera come santo e dottore della Chiesa. Anche le Chiese ortodosse lo venerano come santo.

[2] G. Magno, Homiliae in Evangelia/Omelie sui Vangeli, a cura di G. Cremascoli, Roma 1994 (Opere di Gregorio Magno, II), I.1.1

[3] Ibidem, I.35.1.

[4] Ibidem, I.19.7, II.38.16.