Il lupo perde il pelo ma non il vizio

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Hanno fatto scalpore negli ultimi giorni delle registrazioni dell’ex Presidente del Consiglio italiano Massimo D’Alema, e di uno strano affare da intermediario riguardo la vendita di armi alla Colombia. Nel lungo audio si sente chiaramente affermare dal vecchio leader màximo della sinistra nostrana che: “Noi stiamo lavorando perché? Perché siamo stupidi? No, perché siamo convinti che alla fine riceveremo tutti noi 80 milioni di euro.
Quindi si può fare un investimento, però non appena noi avremo questi contratti divideremo tutto, sarà diviso tutto. Questo non è un problema”. È dunque il lauto compenso ad aver mosso D’Alema in questa trattativa parallela a quella avviata dal governo italiano. L’affare di D’Alema e soci è stato di conseguenza mandato in fumo proprio dal sottosegretario alla Difesa e dal ministro della Difesa Guerini.
Che l’ex premier fosse una persona incline al mondo delle armi – e dei soldi soprattutto – non lo possiamo dimenticare, visto che è stato proprio il suo governo nel 1999 ad autorizzare l’uso dello spazio aereo italiano durante i bombardamenti di Belgrado portati avanti illegalmente dalla NATO. Con questa scelta, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Italia fece attivamente parte di un conflitto.
L’allora premier permise infatti l’utilizzo delle basi aeree nazionali per il bombardamento, e la conseguente morte di numerosi civili serbi, nel conflitto fra la Serbia di Milosevic e gli USA. Sul caso delle armi decideranno ora i tribunali, è anche giusto ricordare che D’Alema è dal 2013 che non copre nessuna carica istituzionale, ma, come dice il vecchio adagio, “il lupo perde il pelo ma non il vizio”.

(Tratto da Ilfattoquotidiano.it) – D’Alema e le armi alla Colombia, la procura di Napoli indaga su sedicenti intermediatori dopo un esposto

Sul caso della vendita delle armi alla Colombia per cui avrebbe giocato un ruolo anche Massimo D’Alema, la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo. Gli inquirenti, secondo quanto riporta il Corriere della Sera, stano indagando sulla vendita di navi, sommergibili e aerei militari prodotti da Fincantieri e Leonardo.

L’attività è partita dopo un esposto presentato dall’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (APM) che ha sede a Napoli riguardante Emanuele Caruso e altre persone che sarebbero invece coinvolte come sedicenti intermediatori del governo italiano nel Paese sudamericano attraverso documenti falsi (questi ultimi pubblicati sul quotidiano La Verità). L’ufficio inquirente partenopeo ipotizza nei confronti degli indagati falso, truffa e sostituzione di persona. Quest’ultimo reato sarebbe stato formulato in relazione alla contraffazione della firma del segretario generale dell’Apm, l’ambasciatore Sergio Piazzi, e per l’intestazione del documento sul quale compaiono il simbolo e il nome del presidente risalenti a dieci anni fa. Il caso è stato portato alla luce dal sito web sassate.it e poi ripreso da “La Verità”. È stato quest’ultimo quotidiano ad ipotizzare una trattativa parallela a quella dei governi che vedrebbe coinvolti Massimo D’Alema e un gruppo di rappresentanti di azienda colombiani, trattativa interrotta grazie all’intervento del sottosegretario Giorgio Mulè. Agli atti figura anche la registrazione audio di una conversazione alla quale prende parte anche D’Alema. Non è escluso il trasferimento del fascicolo a Roma.

L’affare sembrava essere entrato nel vivo nel febbraio scorso, quando D’Alema aveva partecipato a una call col contatto colombiano dei due broker italiani coinvolti della vicenda. L’audio di quell’incontro è stato pubblicato in forma integrale dal Fatto Quotidiano. Nella conversazione l’ex presidente del consiglio non nasconde di avere una certa fretta. Perché – spiega – potrebbero cambiare i vertici delle società italiane, ossia Leonardo e Fincantieri, e perché a maggio in Colombia ci saranno le elezioni presidenziali: “Se vogliamo essere sicuri del risultato, bisogna concludere prima di queste date”.

Al Fatto D’Alema ha spiegato come sarebbe andata la vicenda: “Sono venuti da me due consiglieri del ministero degli Esteri della Colombia e mi hanno chiesto di essere messi in contatto con le società offrendosi di fare un lavoro di promozione. Insistevano perché volevano dei riconoscimenti, dei soldi, e gli ho spiegato che le società quotate fanno dei contratti”. L’ex presidente del consiglio nega di aver “fatto alcuna mediazione” e comunque di essersi mosso gratuitamente. Però ha suggerito di mettere sotto contratto lo studio legale americano Robert Allen Law: “È molto importante che la parte colombiana sia rappresentata da uno studio legale. Per due ragioni: innanzitutto il contratto tra Robert Allen e la parte colombiana sarà sottoposto al controllo delle autorità degli Stati Uniti. La legge americana protegge l’attività legale, il rapporto tra il legale e il suo cliente con il segreto. Se invece è un contratto commerciale, non c’è segreto”, si sente nell’audio pubblicato dal Fatto. “Ho detto a queste persone che la via doveva essere una via professionale, le società italiane non fanno contratto così, a singoli. Ho suggerito di rivolgersi a una società di questo tipo”, ha spiegato D’Alema. Fincantieri e Leonardo non hanno mai negato i rapporti coi mediatori. Addirittura Fincantieri era arrivata a firmare un memorandum of understanding, cioè un accordo in cui si fissa la cornice dell’operazione senza entrare nei dettagli economici. Leonardo, invece, stava solo valutando l’affare.