FUOCO | Homo homini lupus: il vero volto della “Umma” neoliberista

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Sociologo dei processi culturali, appassionato di letteratura e viaggi in moto, autore di “Islamismo capitalista” per la Manifestolibri e coautore di vari saggi di mediologia, si dedica allo studio per passione ed animo tenace.

Sostenere che il wahhabismo sia non solo compatibile, ma anche funzionale alla diffusione in Arabia Saudita del capitalismo di consumo, vuole dire innanzitutto rivedere i presupposti ideologici, più che culturali, attraverso cui la nostra società rappresenta sé stessa. Alle origini di questa convergenza tra la versione del più disseccato letteralismo coranico e l’adozione di comportamenti e stili di vita del consumismo più avanzato, c’è infatti un duplice occultamento che riguarda i modi e le forme di legittimazione del potere da un lato, ed il ruolo del diritto rispetto agli individui da un altro. Noi oggi fatichiamo a ricostruire queste connessioni a causa dell’egemonia esercitata dal concetto liberale di società civile.

Negli ultimi 40 anni la versione imperante del neoliberismo ha dispiegato per intero il suo potenziale. Questo si è manifestato non solo nell’economia e nella finanza, ma soprattutto nel radicale ridimensionamento, se non nella vera e propria distruzione, di qualsiasi funzione redistributiva, di tutela e salvaguardia delle fasce più deboli della popolazione, così come nella liquefazione dei partiti e dei sindacati di massa. In sostanza tutte le funzioni e le organizzazioni volte alla mediazione ed alla contrattazione. I residui cioè delle funzioni sociali dello Stato figlio del diritto positivo affermatosi con la rivoluzione francese, per limitarci alle democrazie liberali. Ma anche le manifestazioni concrete del contrattualismo: la sorgente, non a caso palesemente in crisi in tutto il cosiddetto occidente democratico, della legittimazione statuale negli ultimi 200 anni, cioè dalla distruzione dell’Ancien Régime.

In questa operazione di smantellamento ha svolto un ruolo estremamente efficace e flessibile proprio l’idea della società civile come presunta camera di compensazione e difesa delle libertà individuali. La società civile ha dimostrato di prosperare nella crisi delle forme del contrattualismo moderno, nella loro assenza, o spesso quale strumento della loro distruzione. Lo si è visto coi movimenti che in Europa hanno tentato di occupare il vuoto lasciato dai partiti di massa – con risultati risibili – a quelli che hanno acceso le cosiddette primavere arabe – venendo poi coerentemente e tragicamente schiacciati dalle forze che avevano contribuito a scatenare.

Emergono dunque in filigrana, diversi elementi in comune fra il cuore del pensiero liberale dal quale si è sviluppata l’idea di società civile ed una certa declinazione dell’idea stessa di umma, nello specifico quella wahhabita. Entrambe tendono a porsi come dimensione universale, innescando una consonanza fra l’idea liberale sulla dimensione economica dell’individuo quale autentica forma universale del diritto naturale, e la natura della umma come insieme dei credenti sottomessi alla legge divina. Entrambe le concezioni, inoltre, affermano di svolgere la loro funzione e di trovare il proprio senso al di là dei condizionamenti culturali locali e soprattutto dei regimi politici vigenti, sebbene questa sia più una pretesa che altro. Non si fa mai parola, in nessuno dei due casi, di una qualche forma di contestazione dell’imperio della dimensione economica, il cui movente, per così dire, rimane inaccessibile ad un approccio razionale e confinato in una dimensione fideistica. Non è, appunto, soggetto a contrattazione. Non sorprende quindi che il concetto di società civile costituisca il terreno privilegiato su cui ormai da oltre un decennio si tenta di coniugare una vaga e confusa concezione dell’Islam con l’economia di mercato.

«La verità è evidente: non può esserci società civile senza economia di mercato: pertanto uno dei modi per promuovere la società civile nei Paesi islamici è quello di promuovere l’economia di mercato». Termina così l’introduzione ad una breve raccolta di saggi (A. Yayla, Islam ed economia di mercato), apparsa in Turchia nel 2002, a cura di Atilla Yayla. Una raccolta centrata proprio sull’idea di coniugare Islam e società civile sulla base dell’economia di mercato. Non a caso i riferimenti filosofici del pensatore turco – uno dei principali alfieri del liberalismo islamico – sono proprio Hume e Locke, ma soprattutto von Hayek. Diciamo subito che a 18 anni di distanza, l’auspicio e la previsione di Yayla si sono dimostrati entrambe fallaci. Isoliamo però il caso saudita, di cui ci stiamo occupando: fra tutti i paesi musulmani, è quello che senza dubbio ha visto il progressivo incremento e consolidamento di un islamismo – declinato nelle forme del terrorismo, dell’identitarismo religioso e del militarismo – perfettamente a suo agio con le più avanzate forme di capitalismo, così come con l’implentazione delle più feroci forme di economia di mercato – si pensi alle condizioni semischiavili con le quali sono trattati i lavoratori – e a un controllo spietato sull’informazione, fino al massacro del giornalista Jamal Khashoggi. Dovremmo dunque dedurne l’assoluta mancanza di una società civile, secondo i canoni del neoliberismo attuale? Assolutamente no, se ne analizziamo da vicino la concezione. Ma andiamo con ordine.

Quando ipotizziamo l’esistenza di una sorta di umma neoliberista – i cui segni sono evidentissimi proprio in Arabia Saudita – facciamo innanzitutto riferimento ai modi e alle forme di legittimazione del potere, e al ruolo del diritto rispetto agli individui. È infatti da queste due caratterizzazioni del regime vigente che si evince la posizione del singolo soggetto rispetto alla legge, e in quale modo il potere fonda se stesso, dunque instaura uno spazio regolato. In quanto umma la comunità dei credenti non si riconosce in una forma statuale, ed allo stesso tempo una delle sue principali caratteristiche è proprio la sottomissione dei suoi membri alla legge sacra. Quello che interessa al neoliberismo, in questo senso, è esattamente l’assenza di una legislazione sovrana, cioè creata, come precisava von Hayek, con un comando totalmente mondano – quello che fonda lo Stato – mentre la dimensione cui apparterrebbe l’individuo, sostanzialmente, è la legge dell’offerta e dello scambio, la cui natura non è però affatto scientifica, ma ha tutti i tratti di una pretesa fideistica. Una concezione assai simile a quella della legge islamica, la Sharia, fondamentalmente ed integralmente legge di origine trascendente, per quanto elaborata dai giureconsulti.

In sostanza entrambe le concezioni tendono a minare le medesime premesse della sovranità statuale all’origine del contrattualismo – quella sovranità statuale che fa da “telaio” al confronto politico – ed a lasciare l’individuo all’interno di un’unica dimensione regolativa, assolutamente inattingibile alla dinamica della contrattazione politica, cioè estranea alle dinamiche di secolarizzazione del gioco politico. Il neoliberismo perché non riconosce le prerogative dello Stato sovrano quale fonte di regolamentazione autonoma, giuridica e politica. l’Islam wahhabita perché riconosce al solo Allah l’unica ed autentica sovranità, riconoscendo al potere temporale solo un ruolo vicario e/o patrimoniale. Anche se entrambe, va sottolineato en passant, ma anche per far emergere certe “affinità elettive”, al potere vigente – sia esso lo Stato o il re – si rivolgono come garante dei loro privilegi e delle loro attività: il neoliberismo quando pretende dallo Stato la difesa legale e la protezione militare della proprietà e dei capitali, il wahhabismo quanto ottiene dal re privilegi, dotazioni e controllo sociale in cambio dell’endorsement religioso. Il neoliberismo, inoltre, tende a disfarsi di apparati di legge eccessivamente vincolanti e non a caso ha sempre manifestato la sua preferenza verso sistemi legali di tipo consuetudinario, meno esposti a codificazioni rigide frutto di intervento politico. Il wahhabismo fa invece piazza pulita fin da subito di ogni possibilità legislativa, piegando la regolamentazione del comportamento individuale alla Sharia, una legge sacra, per altro lasciata nella sua applicazione alla totale discrezionalità del giudice, e ben lontana dall’essere frutto di un processo legislativo secolare. Non a caso la codificazione delle attività che non ricadono sotto la giurisdizione shariatica, in Arabia Saudita, tecnicamente, è delegata a semplici regolamenti o ad editti reali.

Emerge dunque una particolare affinità fra neoliberismo e wahhabismo, non solo per la particolare dimensione universale cui fanno riferimento, ma soprattutto per i ben precisi confini che a questa dimensione essi pretendono di attribuire (da cui l’apparente contraddizione che li contraddistingue). Sia il neoliberismo che il wahhabismo prefigurano dunque una dimensione extra-statuale data per originaria: per il neoliberismo lo stato di natura inteso come costitutivamente economico (per altro, ribadisco, una pretesa del tutto antiscientifica), e per il wahhabismo una particolare declinazione della umma che si potrebbe definire a tutti gli effetti discrezionale, dunque ben lontana dalla sua autentica dimensione religiosa. Quello che però accende e segnala la convergenza è che entrambe, a questa dimensione, accompagnano una potentissima conventio ad excludendum. Il neoliberismo verso ogni tentativo che rigetti la natura dell’essere umano come mero homo oeconomicus, e tenda a forme di regolamentazione ed organizzazione delle interazioni sociali su basi non esclusivamente dedite al profitto; il wahhabismo verso tutti quei credenti che non adeguandosi alla sua propria visione di cosa deve essere l’Islam, vengono considerati sic et simpliciter non credenti, nemici della vera fede estranei alla umma.

Entrambe questi atteggiamenti – derivabili dalle forme di legittimazione del potere e dal ruolo del diritto nella regolamentazione della vita degli individui – vengono occultati dietro la cortina ideologica propria del concetto di società civile e della sua egemonia culturale. L’idea di società civile, infatti, è lo strumento col quale si attua la conventio ad excludendum, sia nel neoliberismo che nel wahhabismo (ma anche in molte altre forme di religiosità, islamiche e non islamiche). Essa fiorisce nel vuoto dello spazio politico come mero gioco di valori e di credenze – a cui i media imprimono dimensioni percepite assolutamente fuori scala – senza alcun reale potere di incidere sulla costruzione delle forme di potere, né tantomeno sulla loro legittimazione. In questo senso, scomparsa ogni idea di società come insieme di soggetti interdipendenti, così come di una umma di credenti resi ipocritamente ‘eguali’, in forza di una interpretazione ideologica, arbitraria e letteralista della dottrina coranica, si ritorna a quell’homo homini lupus hobbesiano da cui eravamo partiti.