Rigenerazione Evola | Un’antologia dell'”Amore Sublime”

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Tratto da RigenerazionEvola


Sulla scia degli approfondimenti sui significati reconditi del concetto di Amore, erotismo e Donna presso Dante, i Fedeli d’Amore e nell’ambito di taluni filoni della poesia e della letteratura medievale, proponiamo quest’ulteriore articolo di Julius Evola pubblicato sul Roma nel gennaio 1957, che prendeva le mosse da una recensione di un’opera antologica sul tema dell’amore assoluto del poeta francese Benjamin Péret (1899-1959).

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di Julius Evola

Tratto dal “Roma”, 1 gennaio 1957

Le edizioni Albin Michel di Parigi hanno recentissimamente pubblicato una «Antologia dell’amore sublime» (Anthologie de l’amour sublime) a cura di Benjamin Péret. Essa raccoglie una serie di estratti dalle opere di un numeroso gruppo di autori di tutte le epoche e di varie nazioni, fino ad oggi, di passi nei quali si profila un concetto particolare dell’eros a cui il Péret ha dato il nome di «amore sublime».

Adone e Venere (Canova, 1789-1794)

Uno studio introduttivo, che occupa più di 70 pagine del libro, è inteso a definire le caratteristiche di un tale sentimento e a farne anche, in un certo modo, la storia. S’incontrano, qui, varie considerazioni interessanti dal punto di vista di una filosofia della sessualità e dell’erotismo. Come «amore sublime» il Péret intende, in fondo, l’amore integrale o assoluto, quello che Stendhal chiamò l’«amore passione», che nell’uomo assume carattere di necessità ed è animato da una specie di ardore sacro e trasfigurante. L’espressione «sublime», a dire il vero, è però poco felice, perché fa pensare a qualcosa di soltanto ideale e di «romantico» (e così, secondo noi, poco adeguati sono anche i riferimenti dell’A. al romanticismo). Invece come il Péret lo concepisce, un tale amore ha un doppio aspetto, carnale e spirituale. Se esso implica «il Grande Desiderio che unisce il Corpo allo Spirito, molto al di là dell’unione dei corpi nel piccolo desiderio», pure esso non scarta in un platonismo, in un sentimento sublimato perdente di vista l’essere concreto della donna che l’ha propiziato insieme alle possibilità offerte dallo stesso amore fisico.

In fondo, la base di questo particolare amore è un fatto primario d’ordine quasi magnetico che raramente si verifica. Non occorre necessariamente parlare del «colpo di folgore» nella forma abusata popolare da romanzo; ma, in ogni caso, si deve pensare ad una specie di rivelazione o di illuminazione che interviene all’improvviso e che solo in casi eccezionali si sviluppa nei termini dell’emozione, del sentimento o passione a cui il Pèret allude. Il «brivido sacro» che si può provare nel punto in cui una giovane donna ci si abbandona (Balzac), emozione non diversa da quella per cui Dante poté parlare della «donna del miracolo», può essere il punto di partenza di un processo misterioso in cui «l’anima e il corpo si toccano», di un doppio moto, che dall’anima va verso i sensi e dai sensi va verso l’anima (Novalis) e che investe ogni impulso, in una sùbita metamorfosi la quale, appunto, rende impossibile una distinzione fra spirituale e corporale. Non a torto v’è chi parla, a tale riguardo, di una specie di divinificazione, di una «forma applicata di religione»: nozione, questa, che del resto fu corrente nel mondo precristiano e in Oriente.

È in tale contesto che, fra l’altro, si pongono problemi di una «metafisica del sesso». Ci si può infatti chiedere quale sia il fondamento ultimo di un sentimento, di un trasporto, di una ebbrezza del genere. Il Péret, pur citando Platone, non ha scorto le chiavi che le dottrine di questo grande filosofo dell’eros ancor oggi possono offrire. Egli si rifà piuttosto a Stendhal, il quale si è chiesto se, nell’amore-passione, non si ami essenzialmente una immagine già preesistente in noi e che un dato essere femminile vale solo a ridestare, a sensibilizzare, a galvanizzare: idea, questa, che il Carpenter riprese e precisò.

Per quanto ciò possa sembrare bizzarro, qui si profila l’alternativa stessa che nelle discussioni scolastiche medievali si presentò fra «nominalismo» e «realismo». Applicato al nostro problema, il «nominalismo» consisterebbe nell’affermare che la «donna» al di là delle singole donne non è che un nome, che un concetto astratto e irreale della nostra mente. Per contro, il «realismo» affermerebbe che prima di ogni particolare donna esiste «la» donna come un’essenza unica, come un ente realissimo il quale variamente si individua e si manifesta nei vari esseri femminili. Ora, mentre dal punto di vista «nominalista» ogni grande passione si presenta necessariamente come una infatuazione, come una idolatria per un dato essere empirico e mortale, nel quale si proiettano qualità ideali inesistenti che scompariranno dopo il primo momento o dopo il soddisfacimento concreto del desiderio, dal punto di vista del «realismo» le cose si presentano in tutt’altro modo: l’amore assoluto nascerebbe presso ad una specie di oscura percezione della donna assoluta che si cela in ogni donna, percezione che avviene in circostanze speciali, diverse a seconda degli individui, e che ha il carattere di una specie di corto circuito, di «folgorazione». Baudelaire poté perciò dire di amare, in colei di cui era preso, «un pezzo della donna essenziale». Si può anche dire: in tutte le donne ogni uomo non ama che un’unica donna. E si rende altresì possibile una interpretazione tutta speciale del dongiovannismo: don Giovanni è infedele ad ogni donna e dall’una passa all’altra, solo perché è fedele all’unica donna, alla «donna essenziale» che crede di possedere, ma che, in pari tempo gli sfugge, in ogni nuovo amplesso. Il Péret entra in quest’ordine di idee quando dice che condizione dell’amore sublime è la facoltà «telepatica», poetica o immaginativa, che non è quella di perdersi in fantasie ma quella di cogliere le essenze dietro le apparenze: qui si tratta appunto della «donna essenziale», una di là dai mille volti che essa assume.

Passando ad un altro piano, il Péret, dopo aver rilevato che l’amore sublime non è conciliabile con l’amore coniugale, ritiene anzi che il suo presupposto sia una completa libertà sessuale, solo questa permettendo una libertà di scelta, fuori di ogni restrizione. Egli però si accorge della pericolosità di un tale punto di vista ai nostri giorni, perché oggi «la libertà sessuale è dissociata dall’amore», invece di giustificarsi con esso. «Anzichè accrescere le possibilità di elezione, essa conduce alla formazione di un terreno di non-scelta», ad una indifferenza primitivistica che per ogni forma integrata di trasporto non è meno deleteria dei tabù sessuali di ieri. Ciò è esatto, e per questo è probabile che tutto quanto riguarda l’amore detto «sublime» dal Péret oggi sia poco compreso, sia considerato come una scaduta, vieta fantasia da romantici; mentre si tratta di una esperienza suscettibile a muovere gli strati più reali ed essenziali di ogni essere umano non degradato e non primitivizzato.

Nell’immagine in evidenza, Cupido e Psiche (Bertel Thorvaldsen, 1804-1807)