La Miccia | Scopriamo l’Atleta combattente pt.4

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Continuiamo la nostra intervista all’atleta combattente, in collaborazione con Matteo Colnago, autore dell’omonimo libro “L’atleta combattente” nonché sportivo e studioso poliedrico come già vi abbiamo presentato. Proseguendo il nostro cammino in questa nuova avventura, ormai divenuta appuntamento fisso, con la volontà e la speranza di creare soprattutto tra i più giovani un ulteriore segnale di rottura e di riconquista della vita. Insieme a Matteo, noi ragazzi di TNT – Studenti e Dinamite, stiamo portando avanti una chiacchierata mensile per chiarire e rafforzare i punti della nostra lotta contro i falsi miti, le incertezze e le distorsioni che questo mondo genera attorno allo sport e alla sua potenzialità d’elevazione. Chiunque volesse contribuire con una domanda, può contattarci alla mail info.lamiccia@gmail.com.
 
D) Matteo ormai sei di casa su La Miccia e con la nostra Comunità. In questi mesi abbiamo parlato della paura, del sacrificio, del superamento; abbiamo dato un volto al tuo atleta combattente e al cammino da intraprendere per diventare tali. A tal proposito, hai ancora qualcosa da dire a tutti quei ragazzi e adulti che ci stanno leggendo?
Le discipline sportive sono una dimensione nella quale accrescersi sviluppando ciò che la quotidianità e l’esistenza “borghese” non ti permette di scoprire. Questa premessa rappresenta la vastità, la profondità e l’interminabile capacità di cui le discipline sportive dispongono per far migliorare l’Uomo in modo radicale e allo stesso tempo dinamico, in quanto lo sport è fautore di una continua elevazione psicofisica (kaizen – miglioramento continuo) basata su principi e valori immutabili nel tempo.
Detto ciò, non basterebbe un intero anno per trasmettere a voi lettori quanto lo sport è intrinseco di vita. È per questo che appare difficile prediligere un argomento rispetto un altro, ma colgo l’occasione per riprendere un concetto espresso poco fa: perché l’esistenza della vita borghese non permette di vivere una vita al pieno delle sue capacità?
Perché l’indole borghese, per formazione sociologica e antropologica, si colloca in uno stato mentale che possiamo denominare “umano torpore”, quella dimensione che rappresenta la fase REM della veglia nella quale la sostanza oscura (come descritto nel libro “L’Atleta Combattente”) avvinghia lo Spirito rendendolo innocuo e bigotto. Ma qual è lo spartiacque che sancisce la differenza abissale tra la borghesia e l’aristocrazia sportiva? Mi permetto di fare due premesse: definisco lo sport borghese e aristocratico per marcare la netta differenza che esiste tra sfruttare lo sport come fine, come un punto di arrivo senza neanche passare dalla partenza, e lo sport come mezzo, come un percorso nel quale le discipline sportive diventano un luogo in cui arricchire l’anima. La seconda premessa, invece, è che non sono state create due dimensioni sportive diverse una per l’animo borghese, l’altra per l’aristocratico: la differenza risiede nella chiave di lettura con cui si riflette sulle proprie sensazioni e sulle proprie esperienze vissute.
Lo sport è come un libro: l’Atleta Combattente è un saggio per tanti ma non per tutti perché tanti si possono avvicinare a questo testo, in molti potrebbero apprezzarlo e altrettanti criticarlo, ma pochi riuscirebbero a vivere il messaggio sulla propria pelle, custodirlo nella mente e tenerlo segregato nel cuore per poi vivificarlo con l’azione su se stessi… ma è giusto così! Non è una questione d’intelletto o di background culturale, bensì si tratta di “razza spirituale”: quella predisposizione d’animo capace di percepire le vibrazioni che conducono lo stato dell’essere ad una frequenza elitaria. Lo sport non potrà mai avere delle sembianze democratiche a meno che non lo si voglia deturpare. Praticare sport, quindi, crea piacere e irradia quel senso di soddisfazione e di appagamento che va a determinare il grado di felicità e di consapevolezza di sé.
Ma da dove nasce la volontà di preservare, di perseguire un obiettivo o d’intraprendere un percorso? Nelle interviste precedenti ho ribadito che noi tutti siamo esseri autentici, straordinariamente unici e antropologicamente perfetti in quanto siamo dotati di una miriade di meccanismi che ci permettono di sopravvivere e vivere a pieno delle nostre facoltà. Fra questi, spicca il “sistema della ricerca”, ovvero il sistema motivazionale: esso ci spinge ad esplorare e padroneggiare l’ambiente estrinseco in cui ci troviamo, individuando risorse, minacce e opportunità presenti, ed è da questo sistema che nasce la spinta umana ad esplorare l’ignoto. Dall’ambiente intrinseco, invece, proviene la spinta di apprendere, la passione per il superamento dei propri limiti, la ricerca della perfezione, la volontà di arricchirsi mediante l’esperienza e – in ultimo ma non meno importante – la capacità di mettere in ordine le emozioni sapendole gustare, decifrarle, attribuirgli un ordine logico e gerarchico, che in termini psicologici significa sviluppare l’intelligenza emotiva. Tutte queste attività sopra elencate costituiscono uno degli elementi fondativi che fanno sorgere lo spirito aristocratico nello sport: il piacere anticipatorio, da distinguere chiaramente dal piacere consumatorio che rappresenta l’antitesi del primo.
Il piacere consumatorio è quello che si prova nel momento della soddisfazione di un bisogno primario, e si esaurisce con la cessazione del consumo, ovvero con l’appagamento del bisogno. Esso è insito nell’animo borghese in quanto dà voce a impulsi caotici, abbagli emozionali che servono a soddisfare esclusivamente una voglia, un capriccio, perseguendo pulsioni e istinti commisurati alle proprie lacune interiori: tutto ciò è figlio del caos spirituale. Pensiamo ai ragazzi che vivono i week-end praticando “sport” come il building-jumping, i lanci in tandem con il paracadute, il passeggero tandem di base-jumping: attività spacciate come prova d’ardimento ma praticate per mettere a tacere temporaneamente l’eccitazione del brivido adrenalinico che possa in qualche modo dare una “sveglia” nel loro umano torpore. Tutto condito dalla frenesia di esibirsi sui social, nell’attesa di aumentare la propria autostima proporzionalmente ai “like” ricevuti.
Il piacere anticipatorio invece, ha a che fare con il desiderio. Parlo di quello stato identificabile nell’euforia, in cui l’uomo si distacca dal mero guadagno immediato e alza lo sguardo verso nuove altezze, verso nuove chiavi di lettura della realtà. Tale piacere è uno degli aspetti principali che incanala l’uomo alle tecniche di visualizzazione descritte nel capitolo “Le origini del futuro – l’arditismo. Prevedere l’imprevedibile” de L’Atleta Combattente. Proprio qui viene sancita la differenza tra l’emozione come fine o come mezzo. A tal proposito, Julius Evola descrive questa condizione nel libro “Il sorriso degli Dei” nel seguente tratto:
«Lo sport vissuto con questo spirito non si distingue dalla caccia all’emozione per l’emozione stessa, che provoca, spesso in America, ogni sorta di stravaganze e di frenesie, miracoli di ardimento e di acrobazia in salti da aeroplani, corsa alla morte ecc…ma che, alla fine, non significa cosa troppo diversa di una specie di eccitante o di stupefacente, il cui uso ci dice più dell’assenza che non della presenza di un vero senso di personalità, un bisogno più di stordirsi che i possedersi».
Praticare una di disciplina sportiva ricercando una trasformazione psico-fisica e spirituale, annichilisce le pulsioni sovversive alimentando il sogno e l’obiettivo da perseguire, ristrutturando il carattere di ognuno in quanto emozioni e sensazioni provate durante l’attività sono cerchi concentrici che ci conducono verso la nostra realizzazione spirituale.
Di primo acchito, per i lettori, potrebbe risultare una forma d’idealizzazione soggettiva o un’intellettualizzazione forzata ciò che è stato appena descritto. Per questo, è doveroso focalizzarci su alcuni aspetti genetici per dare un volto lucido e consapevole alla netta differenza.
Dal punto di vista chimico, il piacere anticipatorio si basa sulla mediazione di un neurotrasmettitore – la dopamina – mentre il piacere consumatorio è regolato da una classe diversa di sostanze – gli oppioidi. La scarica di dopamina viene percepita dal cervello come un’anticipazione del piacere, ed è proprio questo che ci spinge ad agire perseguendo un obiettivo, ad instaurare in noi stessi la volontà d’intraprendere un percorso nel quale l’emozione diventa un tassello che parteciperà alla realizzazione e alla progressione del nostro Spirito.
Il Piacere consumatorio invece è provato nell’effettiva soddisfazione del desiderio e immediatamente dopo. Questo piacere è l’esperienza edonica vera e propria, qualcosa che placa una tensione e una mancanza, e che porta all’esaurimento dell’azione. A tal proposito Evola parla esplicitamente di una condizione uguale a quella provocata da un eccitante o uno stupefacente. Difatti, tale piacere, viene stimolato dagli oppiacei presenti nel nostro corpo.
Questa condizione è tipica di chi, nell’ambito sportivo ricerca l’emozione solo per il gusto di soddisfare un capriccio, come citato: «Lo sport vissuto con questo spirito non si distingue dalla caccia all’emozione per l’emozione stessa, che provoca, spesso in America, ogni sorta di stravaganze e di frenesie, miracoli di ardimento e di acrobazia in salti da aeroplani, corsa alla morte ecc…» atteggiamento che diagnostica un comportamento privo di orientamento.
 
VISIONE DELLO SPORT BORGHESE:
  • PRIVO DI OBIETTIVI FINALIZZATI
  • SCATURISCE DIPENDENZA ALL’EMOZIONE
  • ORIENTATO AL BENEFICIO IMMINENTE
 
VISIONE DELLO SPORT ARISTOCRATICO:
  • OBIETTIVO A LUNGO TERMINE
  • EMOZIONI COME MEZZO E NON COME FINE
  • LO SPORT MEZZO PER EDIFICARSI