FUOCO | Dall’egemonia USA alla resistenza islamica. Intervista a Salvo Ardizzone

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Intervista a cura di Sandro Forte

D. Perché ha voluto scrivere il libro “Medio oriente”?

R. Il libro, anzi: i libri, perché l’opera completa è una trilogia che abbraccia argomenti e fenomeni storici diversi, nascono da un progetto sviluppato all’interno de “Il Faro sul Mondo”, una rivista di politica estera on-line che da diversi anni narra le vicende mediorientali in modo “eretico”, non allineato al pensiero comune. Il fatto è che il mainstream mediatico fa delle vicende di quell’area geografica una narrazione fortemente distorta, funzionale agli interessi del sistema oppressivo mantenuto sulla regione. Al Faro ci siamo resi conto che gli articoli non potevano bastare a spiegare vicende tanto complesse, e per di più inquinate, nel sentire comune, da un racconto che le manipolava largamente; serviva di più, serviva uno strumento che le narrasse in maniera organica mettendo in fila i fatti e collegandoli. Appunto, dei libri che entrassero nel merito degli eventi e smascherassero le tante, davvero troppe menzogne, cercando di far comprendere il senso vero delle cose.

D. Quali sono i temi principali che sono trattati nel libro?

R. Ho cercato di tracciare la Storia del Medio Oriente allargato, indicando dei fili rossi che aiutassero il lettore a orientarsi in un groviglio solo apparentemente inestricabile. E i fili rossi, anzi: il filo rosso principale che collega i fatti e li spiega, al di là delle tante interpretazioni di comodo, esiste ed è la lotta fra chi vuole mantenere un sistema d’oppressione e sfruttamento nel cuore del Medio Oriente e le sue ricchezze – che, con un neologismo, nel libro per semplicità ho definito Fronte dell’Oppressione – e chi da quell’oppressione vuole affrancarsi, da anni ormai rappresentato dall’Asse della Resistenza.

In verità, non è una dinamica nuova per l’area; dalle coste atlantiche del Maghreb alle montagne pakistane, e giù fino al Corno d’Africa e alle acque dell’Oceano Indiano, quell’arco di mondo è stato soggetto per lungo tempo alle dominazioni degli imperi coloniali europei, soprattutto francese e inglese.  Tuttavia, dal 1945 un nuovo egemone si era installato nel cuore di quell’area, gli Stati Uniti. La nuova Superpotenza, appena consacratasi a Yalta, intendeva assumere il controllo delle più grandi riserve energetiche allora conosciute per dare forza al proprio progetto di egemonia globale.

L’accordo, siglato sull’incrociatore Quincy nel Mar Rosso, fra Delano Roosevelt di ritorno dalla Crimea e Abdulaziz al-Saud, capostipite della dinastia saudita, contemplava lo scambio fra la disponibilità delle risorse energetiche della regione (a partire da quelle saudite) e la protezione politico-militare offerta ai regimi dell’area, una serie di potentati dinastici assoluti su cui si sarebbero riversati nel tempo fumi di denaro.

Fu così instaurato un sistema d’oppressione destinato a durare per molto tempo, alla cui guardia venne posto il regime dello Shah di Persia, dopo il colpo di stato orchestrato dalla Cia nel 1953 (Operazione Ajax), che rovesciò il governo di Mohammad Mossadeq.  

In realtà, nell’intero Medio Oriente erano sorti numerosi movimenti di liberazione che avevano condotto alla liquidazione delle dominazioni coloniali e all’instaurazione di Stati (almeno formalmente) indipendenti; le loro leadership si erano ascritte essenzialmente a due ambiti politico-culturali: il nasserismo e il Baath. Tuttavia questi tentativi, se ebbero successo nei confronti degli ormai anti-storici domini coloniali, alla lunga sfociarono in regimi duri, alle volte durissimi o, semplicemente, fallirono.

Ciò avvenne per molteplici ragioni: leadership discutibili, piattaforme politiche insufficienti, mancanza di una dottrina che sapesse parlare alle masse che pur, nelle fasi inziali, si erano fatte largamente coinvolgere. E questo perché sia il Baath che il nasserismo erano largamente influenzati da ideologie occidentali, estranee al sentire profondo dei popoli mediorientali.  

Ma quando sembrava che la regione fosse destinata a un perenne asservimento, nel Paese che era allora fulcro e garante di quel sistema avvenne un fatto che fu lo spartiacque fra il prima e il dopo: nel 1979 in Iran la Rivoluzione Islamica travolse il regime dello Shah. Ciò ebbe effetti immediati quanto dirompenti: privò gli Usa di una pedina fondamentale per il controllo dell’area e, da quel momento, li costrinse a un impegno diretto nella regione (Dottrina Brzezinsky); fece di Israele il pilastro irrinunciabile della politica americana mediorientale.

Ma, oltre a questo, accadde assai di più: piaccia o no a chi non la conosce, la Rivoluzione Islamica è una dottrina di liberazione, per sua costituzione rivolta a tutti i popoli oppressi, e per ciò straordinariamente capace di diffondersi oltre i confini degli Stati, costituendo una minaccia esiziale per l’egemonismo Usa, per l’imperialismo sionista e per i vari regimi dispotici del Golfo (e non solo).

Per questo, dal 1979 le dinamiche dell’area furono determinate dallo scontro fra il Fronte dell’Oppressione, che intendeva mantenere il sistema di assoggettamento sulla regione, e chi voleva liberarsi dal giogo. Ovvero, fra chi voleva soffocare la Rivoluzione Islamica e chi portava avanti la dottrina della Resistenza all’oppressione. Appunto, il filo rosso che spiega le dinamiche apparentemente intricate della regione. Questo libro, il primo della trilogia, racconta il consolidamento dell’egemonia Usa sulla regione fino al sorgere della Resistenza Islamica, l’unica dimostratasi efficace nell’opporsi all’oppressione e capace di diffondersi e radicarsi fra i popoli.     

D. Nel libro accenna più volte al fatto che in Occidente sia in corso da tempo una campagna di islamofobia funzionale alla creazione di un “Nemico” che giustifichi uno scontro di civiltà nei fatti inesistente. Può spiegarci meglio?  

R. Negli anni Novanta del secolo scorso fra i think-thank neoconservatori americani si affermarono le tesi elaborate già anni prima nella Dottrina Bernard Lewis, uno studioso ex collaboratore dell’Intelligence britannica. E ciò in perfetta assonanza con quanto avveniva in Israele con la Dottrina Yinon, formulata quasi nello stesso spazio di tempo.

Secondo tali tesi, gli Stati Uniti avrebbero dovuto decomporre gli Stati mediorientali, facendo leva con qualsiasi mezzo sui loro punti critici. E ciò per destrutturare quell’area e ricomporla secondo gli interessi Usa o, se ciò era impossibile, provocando quel “caos creativo” evocato da Hillary Clinton, che inibisse quelle aree a chi era giudicato un avversario (lo stesso valeva per Israele).

Era una posizione che, nella corrispondenza ideologica e d’interessi, al tempo realizzava il completo allineamento fra Washington e Tel Aviv. Terzo pilastro del piano era l’Arabia Saudita, il cui ruolo era giudicato essenziale per la creazione, il controllo e l’indirizzo dei gruppi che avrebbero dovuto destabilizzare l’area.

È ovvio che un simile progetto avrebbe dato il via a un ciclo di guerre, ma se lobby, centri di potere e complesso militare-industriale erano entusiasti di una tale prospettiva d’arricchimento, gli elettori americani non ne erano per nulla interessati. Occorreva “qualcosa” che sintonizzasse gli umori dell’opinione pubblica sull’agenda dei “neocon” e che giustificasse quella politica d’aggressione dinanzi al mondo. In breve, occorreva un “Nemico” contro cui gli Usa potessero mobilitarsi con il consenso generale.

Il “qualcosa” accadde l’11 settembre del 2001 e il “Nemico” c’era già da anni, perché creato dalle Intelligence americana e saudita al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e, da allora, mai perso di vista. Da quel momento gli Usa scesero in guerra contro “il Terrore”, ovvero contro chiunque l’Amministrazione del momento ritenesse conveniente, utilizzando ogni mezzo.

Ma la riuscita di una tale strategia è stata resa possibile da una colossale operazione di “framing” operata dal sistema mediatico americano che, come appurato successivamente da infiniti report (per tutti citiamo il più che documentato “Bush’s War: Media Bias and Giustification for War in a Terrorist Age”), si è prestato a una sistematica narrazione dei fatti distorta, lacunosa e faziosa. In pratica, una gigantesca operazione di disinformazione.

È in questo contesto che prese il via una campagna contro l’Islam. Descrivere quella religione e quella cultura nel modo più distorto, accreditando di esse l’immagine oscurantista e fanatica propria del wahhabismo, praticato dai gruppi terroristici nati grazie alle manovre saudite e agli aiuti Usa, è servito ancora una volta a creare il “Nemico” e a giustificare gli interventi di destabilizzazione finalizzati a realizzare gli interessi egemonici di Washington e dei suoi alleati.

A conclusione di quanto detto, ribadisco che il sedicente “scontro di civiltà” è assolutamente strumentale, creato per giustificare un vasto programma d’aggressione, e che assimilare l’Islam alle farneticazioni eretiche di takfiri (così vengono correttamente chiamati dai veri islamici) è una mistificazione fuorviante, tanto quanto prendere a esempio di cattolicesimo Michele Papa (il “Papa” della mafia) quando ai processi sproloquiava sul Vangelo.       

D. Nel libro si parla dell’Asse della Resistenza, una denominazione che negli anni successivi al periodo trattato nel volume è divenuta sempre più ricorrente. Può dirci cosa s’intende con essa? E da chi è formato questo Asse?

R. L’Asse della Resistenza è l’insieme dei soggetti, statuali e no, che si riconoscono nella Dottrina della Resistenza, per come declinata dalla Rivoluzione Islamica, opponendosi ai sistemi oppressivi che intendono mantenere il loro dominio sulla regione e che, per semplicità, sono stati da noi definiti Fronte dell’Oppressione. Ne fanno parte gli Stati Uniti, Israele e i regimi dispotici dell’area, Arabia Saudita su tutti. Nel libro, come in quelli successivi, dedico diverse pagine a tale tema come alla Rivoluzione Islamica, argomenti rilevanti quanto misconosciuti, perché volutamente distorti, direi demonizzati dal mainstream mediatico.

A fare parte dell’Asse è ovviamente l’Iran, che ne è il soggetto guida e opera attraverso il Sepah, un insieme di apparati politico-militari; vi è poi l’Hezbollah libanese, soggetto non statuale che ha tuttavia assunto peso e caratura regionale; la Resistenza irachena rappresentata primariamente dalle Hashd al-Shaabi (anche chiamate Popular Mobilization Units, Pmu nell’acronimo inglese); l’Ansarullah yemenita, insieme ai Comitati Popolari; la Resistenza Islamica palestinese, oggi passata tutta nel campo dell’Asse; la Liwa Fatemiyoun afghana, la Liwa Zainabiyoun pachistana, la Liwa al-Ashtar del Bahrein e altri movimenti che stanno radicandosi in varie altre parti del mondo come in Nigeria, dove ne sentiremo parlare presto.

Anche la Siria è comunemente ascritta all’Asse della Resistenza, ma per ragioni strategiche, poiché lì si combatte la partita più complessa della regione contro i medesimi avversari dell’Asse; al momento non vi sono movimenti di Resistenza Islamica siriani, se non assolutamente embrionali.

Due ultime notazioni per meglio comprendere ciò di cui stiamo parlando: non è affatto vero che la Rivoluzione Islamica e la Resistenza Islamica siano rivolte esclusivamente agli sciiti e solo fra di essi abbiano proseliti; in quanto dottrine di liberazione esse sono rivolte a tutti e, infatti, Hezbollah, le Hashd al-Shaabi e Ansarullah hanno molti membri sunniti, cristiani, drusi, curdi, yazidi e di ogni altra etnia e credo. La Resistenza palestinese è poi per la stragrande parte formata da sunniti.

Allo stesso modo è un errore pensare che la Rivoluzione Islamica sia un modello rigido e la sua applicazione sia uguale in ogni Paese in cui si radichi. Ogni movimento ha un proprio modo di metterla in atto in funzione delle condizioni culturali, storiche, sociali ed economiche del Paese in questione, per cui dagli stessi principi e ispirati ai medesimi valori vi saranno modelli diversi di società della Resistenza.          

D. Cosa vorrebbe che i lettori comprendessero leggendo il suo libro?

R. Per prima cosa capire che da decenni è in corso in Medio Oriente uno scontro per il dominio sulla regione, una lotta fra oppressori e oppressi. La seconda, e collegata alla prima, è l’essenza della Rivoluzione Islamica e la sua centralità nelle vicende mediorientali, superando la narrazione strumentalmente distorta che ne viene fatta in Occidente.

E poi smascherare la grottesca islamofobia imperante sui media, che mira solo alla creazione di quel “Nemico” che giustifica aggressioni d’ogni tipo; e, ancora, evidenziare natura e matrice dei gruppi terroristici, null’altro che utili strumenti creati e poi usati da Occidente e Golfo. Sì, sono tanti gli argomenti possibili.

Non mi illudo che un libro possa controbattere una narrazione distorta che è ormai divenuta pensiero comune; tuttavia, per coloro che non intendono fermarsi all’informazione omologata esso è uno strumento utile, in grado di fornire le chiavi di lettura di un mondo culturale, valoriale e politico diverso ma, piaccia o no, a noi vicino.