FUOCO | Mishima. Acciaio, Sole ed Estetica

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FUOCO – (Articolo tratto da Kulturaeuropa.eu)

Di certo, la figura di Mishima (1925-1970) ha avuto un’importanza d’assoluto rilievo nella formazione di diverse generazioni di militanti di quella che veniva definita “Destra radicale”, in Italia e non solo, data la fortuna dei suoi testi tradotti in tutte le lingue occidentali. Opere di grande originalità e di indubbio valore simbolico e letterario quali, solo per citare le più diffuse: Confessioni di una maschera (1949), Il padiglione d’oro (1956), Taccuini olimpici (sulle Olimpiadi di Tokio del 1964), Sole e Acciaio (pubblicato a puntate fra il 1965 e il 1968), Lezioni spirituali per giovani samurai (1969-70). Ma la testimonianza di Mishima va ben oltre gli aspetti del dibattito culturale ed intellettualistico dell’epoca in cui si trovò a vivere. Epoca che giudicava di decadenza, di nichilismo passivo, di tradimento del tradizionale ethos del Giappone imperiale in nome di un’adesione prona agli pseudo valori di un Occidente materialista, gretto e dominato dalla inautentica antropologia di un homo oeconomicus, borghese sradicato. Mishima, come è noto a tutti noi, volle reagire alla desolazione di un’epoca in cui non si riconosceva, dandosi, il 25 novembre del 1970, la morte secondo i dettami del sacrificio rituale noto come seppuku

Grazie al pregevolissimo testo dell’orientalista Riccardo Rosati, scrittore e ricercatore nell’ambito della filosofia, della cultura e della cinematografia, è possibile comprendere, e non solo da un punto di vista intellettuale, l’essenza profonda sottesa all’opera e alla vicenda esistenziale di Mishima. L’Autore ricostruisce, con dovizia di particolari, quel tormentato ma coerente percorso interiore che caratterizza, in termini di coerenza estrema, la complessa personalità dello scrittore nipponico. 

Giustamente Rosati definisce Mishima quale un “tradizionalista ribelle”, per cui un giudizio meramente letterario e politico sulla sua opera, relativo alla condizione di un Giappone sconfitto militarmente nel 1945 e diventato succube dei potenti della terra, risulta del tutto riduttivo. Quella dell’Autore giapponese, infatti, non è solo una critica ad una situazione di fatto. Egli, incarnazione del bushi, cioè del guerriero per vocazione e destino, vuole sì opporsi alla “modernità” e alle sue angustie “borghesi”, ma lo fa nel nome di una Tradizione che, per sua stessa natura, non può essere patrimonio superato di un mondo che più non esiste. La Tradizione è un’idea. Quindi, platonicamente, essa è eterna. 

«La Tradizione può realmente esprimersi solo attraverso lo spirito dell’ardimento, scevro dai conformismi esteriori.»

Spirito d’ardimento, azione eroica, pura, se vogliamo anche disperata…non una triste e meschina attività da intellettuale decadente quanto pavido e imbelle. Il carisma di Mishima, come a ragione sostiene il Rosati, promana dal primato della dimensione estetica e del gesto simbolico volto ad una nuova nascita, al ritorno alle origini pure e incontaminate della Civiltà. “Sole e Acciaio”: rinnovamento insieme dello Spirito, dell’essenza apollinea, e, contemporaneamente, del Corpo, potente armatura dotata di un linguaggio esemplare che va oltre ogni sterile opera da intellettuale decadente, da “ultimo uomo”, per parafrasare la celebre definizione di Nietzsche. Che Rosati riprende per indicare come “nichilismo attivo” l’orizzonte spirituale-fisico di Mishima e la sua etica del sacrificio estremo che vede una “tragica” unione fra bellezza e crudeltà, fra amore e morte. 

Non è possibile indicare in un limitante nazionalismo, o in una dimensione sciovinistica, la posizione di Mishima. Egli, infatti «fissa per sempre la sua visione, che si rivela una continua tensione verso l’Assoluto, più volte associato alla figura dell’Imperatore, come a voler dimostrare che il superamento della sfera del sensibile sia realizzabile solo attraverso il rispetto di regole che pongono dei limiti, ossia che frenano e temperano l’impeto dell’azione stessa, altrimenti effimera e autoreferenziale, insomma “antimoderna”.»

In modo opportuno e sapiente Rosati si sofferma anche su un film, Patriottismo (1966), realizzato e interpretato dallo stesso Mishima sulla base dell’omonimo suo racconto. La vicenda narrata riguarda un giovane ufficiale che preferisce darsi la morte, piuttosto che reprimere un reparto di militari colpevole di un tentativo di colpo di stato, volto a restaurare la pienezza dei poteri imperiali. Patriottismo è l’autentica prefigurazione del seppuku del Nostro, preceduto da un Proclama rivolto a quello che rimaneva dell’Esercito nipponico, ridotto a Forza di autodifesa, dopo la disfatta del 1945, Proclama accolto con freddezza, se non con scherno, da parte di militari ormai asserviti allo spirito del tempo. Ma, col suo gesto, Mishima ha voluto onorare «l’epopea degli irriducibili, dei disperati ma non dei vinti; di coloro, insomma che preferiscono scomparire assieme a quelli in cui hanno creduto […] piuttosto che essere testimoni, e di conseguenza complici, dello sfaldamento della millenaria nobiltà del Giappone.»