Recensione | Ready Player One: tra distopia e triste realtà del Metaverso

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Quello in cui ci siamo imbattuti è un film del 2018, Ready Player One, passato forse un po’ in sordina tra il grande pubblico italiano ma che vede alla regia un “pezzo da novanta” quale Steven Spielberg. Il film è stato comunque un successo nel panorama “nerd” e degli affezionati del regista, così che non si può certo parlare di fallimento, anzi! Ma a noi poco importa di quanto sia ben realizzato o altro, non siamo qui a fare una recensione cinematografica, siamo qui perché la pellicola (tratta dal romanzo di Ernest Cline “Player One“) affronta una tematica troppo seria e presente oramai nelle nostre vite, quella dell’universo digitale, del cosiddetto Metaverso. Sicuramente la affronta in modo troppo superficiale, colorata, agghindata e alla fine la visione edulcorata e zuccherina del “Bene” trionfa, ma esiste, ed esiste sotto forma di realtà distopica che fa da sfondo a tutta la faccenda; purtroppo, quello che resta dopo la visione in realtà, è solo un più che plausibile prossimo futuro degenere per l’umanità. 

In questo futuro aberrante descritto dalla pellicola, infatti, la realtà come la intendiamo noi, la quotidianità umana, è invivibile. Come lo stesso protagonista Wade Watts afferma all’inizio del film, gli esseri umani sono arrivati ad un punto per cui hanno semplicemente lasciato andare le cose, senza più preoccuparsi di risolvere i problemi. Il mondo “occidentale” come società, come sistema complesso, come concerto di nazioni, come qualsiasi cosa normalmente vi immaginate quando pensate ad un grande aggregato umano è morto in silenzio.

Ed eccoli vivere accatastati in baracche in quello che sembra un Pianeta destinato a perire. Nel 2045, anno in cui si svolge la trama, la terra è diventata insalubre e sovrappopolata, un posto in cui la povertà è diffusa e le risorse energetiche scarseggiano, dove chi è ricco fa quello che vuole, dove non esiste più la presenza dello Stato inteso come Ente Pubblico nel quotidiano dei cittadini, una sorta di nuova tribalità in una giungla urbana.

La religione? La presenza del divino o del sacro? Non è nemmeno lontanamente citata, non esiste, non si vede una chiesa, un prete, un simbolo, nemmeno qualche figura esotica o un tristissimo “santone” New Age! Niente, desolazione dello spirito. Ad una realtà così tragicamente desolante l’umanità come risponde? Beh, la risposta è altrettanto desolante: rifugiandosi nella realtà virtuale.

Una scena del film, se ben analizzata, fa rabbrividire: il compagno della zia del protagonista utilizza tutti i risparmi, accumulati nella vita reale e necessari per la sopravvivenza della famiglia (pagare l’affitto, il cibo e probabilmente anche la connessione a internet), per acquistare dei potenziamenti (upgrade) per il suo avatar nel mondo digitale (che si chiama Oasis nel film); e quando il suo avatar muore loro perdono tutto. Eh, sì, perché in questo finto mondo, le cose si comprando con soldi veri, e si possono anche guadagnare soldi veri, ma se si muore in un qualche “gioco” si perde tutto ciò che si possiede. Quanto ci stiamo avvicinando a questa terribile commistione? Meta, NFT, Valute digitali, etc. 

Probabilmente presto ci troveremo a vivere tutto questo, troppo presto, se ci pensate i Virtual Reality Visors difatti, già esistono. Dopotutto nel mondo virtuale si può essere ciò che si vuole, forti, coraggiosi, di un altro sesso, magri, alti, robusti, atletici, palestrati, alieni, ecc. Siamo già stati abituati a modificare la percezione che hanno gli altri di noi stessi attraverso i social media, ma ancora prima della loro esistenza con le chat online, quindi dov’è la novità? 

Inoltre, sembra che in questo film, la popolazione non lavori, o che siano pochissimi a lavorare nel mondo reale, c’è davvero qualcuno che lavora? Oppure tutti vivono ormai in un’economia di sussistenza?

Lo stesso protagonista ammette, nemmeno troppo mestamente, che, le persone trascorrono la maggioranza del tempo su Oasis e, come già accennato, morire nel metaverso corrisponde a perdere tutto anche nella vita reale (ci sono spezzoni di film in cui si vedono diversi uomini che tentano il suicidio nella vita reale dopo essere stati sconfitti su Oasis). Eppure, nonostante questo, tutto ciò non basta a spaventare l’essere umano e a convincerlo che la realtà sia meglio della virtualità.

Una frase del film dice, “la realtà è l’unico posto in cui puoi ancora mangiare un pasto decente”, ecco a cosa si sarebbe ridotta la realtà. 

Ma alla fine i nostri eroi riescono a sconfiggere i cattivi e salvare il mondo, o meglio, il metaverso, e non è tutto, alla fine Oasis chiuderà! Ebbene sì, per due giorni a settimana…….. il martedì e il giovedì.  Giusto il tempo per permettere alla razza umana di riprodursi e sopravvivere a sé stessa. Nasci, consuma, crepa.

Il film, oltre alla generale trama distopica, ci ha acceso anche altre lampadine di riflessione e di correlazione con molte cose della nostra realtà. Ad esempio, l’accesso principale all’alternativo mondo digitale è offerto da quello che nel film risulta essere una sorta di genio digitale elevato a livello di Maestro di Vita, James Halliday, programmatore informatico e inventore di OASIS (che ovviamente fornisce con accesso gratuito). Come è già accaduto nel mondo reale con l’esaltazione della figura di Steve Jobs, anche James Halliday raggiunge lo stato di una leggenda per le sue invenzioni.

Dovrebbe inquietarvi vedere la vita di un game designer parecchio introverso e impacciato – così nerd da aver scelto una bara e una cerimonia funebre a tema Star Trek – spiattellata ai quattro venti virtuali e venerata come un nuovo Vangelo da dei fedeli che citano le sue conversazioni con i colleghi come fossero nuove parabole.

E pensare che le religioni tradizionali, le vere e legittime vie spirituali, mirano al fine di togliere da davanti agli occhi dell’uomo quel “velo di Maya” che lo avvolge, lo illude, confonde e lo fa perdere. L’arroganza tecnologica e tecnocratica dell’uomo ha pensato che la vera “illuminazione”, il vero fuoriuscire dalla caverna platonica, sarebbe avvenuto con il proliferare di chip, macchine ed elettrodi. L’umanità aveva un velo alla nascita e ora se ne ritrova due.

Ma al di là degli estremi distopici, senza spingersi fino al 2045, la realtà è che la vita vissuta dai protagonisti di questo film può essere benissimo confrontata e ritrovata come già detto con quella del nostro tempo. Già oggi, tramite i social network, alcune persone vivono una vita fatta di sole relazioni virtuali. Tramite Facebook, Twitter, TikTok, etc., sempre più persone hanno tanti amici e sono comunque sempre desolatamente sole.

È una realtà che non si può ignorare e che crea spesso una visione distorta della vita. È ciò che spinge sempre più governi a prendere una posizione sul tema. La rete non è più uno strumento di lavoro e basta. La rete è una parte sempre più importante della nostra vita: lì ci formiamo un’opinione, conosciamo persone, idee, fatti, mostriamo quello che siamo e spesso si cerca di dare un’immagine di sé stessi migliore di quella che è nel mondo reale. Spesso la nostra identità virtuale vale più di quello che siamo. Non importa chi sei, ma ciò che gli altri credono che tu sia: la società dell’apparire elevata a potenza, perché elimina del tutto la componente reale.

Anche il ruolo della fantasiosa multinazionale informatica IOI (che nell’economia del film fa da antagonista generalizzato e onnipresente), ci spinge a riflettere sul nostro presente e sul ruolo delle grandi società di Internet.

L’IOI nel film è quella società multinazionale con mezzi tali da sovrapporsi ai governi nazionali. La massa critica e la struttura virtuale permettono a questi nuovi protagonisti dell’economia mondiale di aggirare il controllo della legge. Queste società producono una ricchezza pari a quella di un piccolo stato europeo. Da queste condizioni di partenza si può temere un futuro distopico in cui la vita delle persone è gestita solamente dalle web-company. Un futuro come quello di Ready Player One, dove viene esplicitamente fatto vedere come per pagare i debiti contratti giocando online, si può diventare schiavi della compagnia in modo totalmente legalizzato e lavorare con turni di lavoro assurdi e in condizioni disumane fino al proprio fine-vita.

Buon divertime e GAME OVER