Maggio 1945, gli ultimi trecento difensori di Berlino

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Nell’era dell’umanità passiva al servizio di Amazon in cui ogni valore di Patria è perito a causa del caldo benessere da pantofole e divano dato dell’iper capitalismo, è oggi importante più che mai ricordare le gesta eroiche di chi ha combattuto con fedeltà e coraggio meno di un secolo fa nel cuore dell’Europa in nome di un’idea da difendere e di un amore senza limiti per la propria terra. 
Chi si sarebbe mai immaginato che gli ultimi difensori della capitale del terzo Reich tedesco attaccato da 2,5 milioni di soldati dell’Armata Rossa schierati da Stalin insieme a 21.000 lanciarazzi Katiuscia, 12.700 pezzi d’artiglieria, 6250 carri armati e 7500 aerei nell’aprile del 1945 sarebbero stati proprio gli uomini francesi della Divisione SS Charlemagne? Probabilmente nessuno, eppure è avvenuto contro ogni previsione in nome della lotta contro il Bolscevismo, in difesa delle terra europea. 
La divisione prese vita nel settembre 1944, anche se il titolo gli fu conferito solo nel febbraio del 1945. Essa era composta inizialmente da circa 11000 soldati, per la maggior parte volontari francesi già al servizio del Reich tramite altre armate, come ad esempio la Legion tricolore creata in Francia nel 1942 o la Legione dei volontari francesi contro il Bolscevismo che aveva già combattuto nel fronte orientale, sia nei pressi di Mosca ed in Bielorussia contro i partigiani. Possiamo ricordare, dal fronte orientale, l’eroica opposizione nel giugno del 1944 sul fiume Bobr durata 2 giorni senza tregua contro l’assalto sovietico resistendo, attacco dopo attacco, senza mai arrendersi, nonostante l’inferiorità numerica e riuscendo a causare gravi danni alle truppe bolsceviche. 
La divisione Charlemagne nacque dunque dalle ceneri di divisioni francesi pre-esistenti nell’esercito tedesco, ed aveva a capo il Brigadefuhrer Gustav Krukenberg. La denominazione della Divisione era in onore di Carlo Magno che veniva ricordato come colui che aveva unito i Franchi contribuendo in modo significativo alla nascita di Francia e Germania. Lo stemma della divisione riprende infatti i simboli storici dei due Paesi, da una parte i gigli francesi e dall’altra l’aquila imperiale tedesca. Il mito della propria identità e della propria civiltà era un fatto comune nella Germania Nazionalsocialista, gli uomini della Charlemagne combatterono fino all’ultimo uomo proprio per difendere ciò che era rimasto del loro credo identitario.
Cinque mesi dopo la sua fondazione nel febbraio del 1945, la divisione, già reduce da combattimenti, contava solamente 7500 uomini e fu mandata in Polonia a respingere l’avanzata dell’Armata Rossa, ma a causa degli scarsi armamenti, del sottonumero e della ormai totale disorganizzazione del Reich assediato da ogni lato, la divisione riuscì a tenere testa all’Armata solo in modo precario e pagando la perdita di molti uomini nonostante comunque la tenace e disperata lotta. La divisione fu impegnata a respingere l’Armata Rossa che ormai prendeva campo nei territori del Reich fino alla primavera del 1945 quando si rese protagonista della Battaglia di Berlino.
Poche settimane dopo, nell’aprile del 1945 la divisione era ormai decimata e contava solamente 700 uomini sopravvissuti al fronte orientale. Dalla Cancelleria del Reich arrivò un telegramma a Krukenberg: difendere la capitale ad ogni costo unendosi anche a ciò che restava della divisione Nordland, divisione composta da volontari provenienti per la maggior parte da Scandinavia e Danimarca. Dunque dei 700 rimasti, 400 furono inviati a supporto di un altro battaglione e agli altri 300 fu dato l’ordine di marciare verso Berlino muniti di fucili d’assalto e qualche Panzerfaust, niente quindi, in confronto alla potenza bellica dell’Armata Rossa. Tutte le forze europee libere erano chiamate a respingere il Bolscevismo.
Fu così che con impavido ardore cantando il canto del diavolo, inno della Charlemagne, nella notte fra il 24 ed il 25 aprile del 1945 i 300 eroici della divisione Charlemagne arrivarono nella capitale tedesca ormai ridotta ad un cumulo di macerie. Sapevano che non potevano arrendersi, sapevano bene che la fine dell’Europa era vicina, il comunismo materialista Bolscevico era alle porte da un lato mentre dall’altro si avvicinava l’America del capitale finanziario che bramava di comprarsi l’Europa. Tutto dunque, dipendeva dal loro eroismo e dal loro irrinunciabile senso di lotta.
Dopo un giorno dal loro arrivo sotto le bombe sovietiche e contro l’artiglieria di milioni di soldati dell’Armata Rossa, i pochi rimasti della Charlemagne sferrarono senza paura della morte un attacco il 26 aprile nell’ottavo distretto di Berlino ormai in mano ai Sovietici combattendo con onore e incredibile coraggio, i volontari della Charlemagne tramite l’utilizzo dei Panzerfaust tennero testa ai Bolscevichi distruggendo circa 70 carri armati e riconquistando parte del terreno perduto. Sarà l’ultimo attacco con esito positivo da parte del Reich e della divisione.
Ma la risposta dell’Armata Rossa non si fece attendere ed il 28 aprile partì un attacco su larga scala per le vie di Berlino decimando la Charlemagne che perse il 90% degli effettivi facendo però sudare ogni metro di territorio conquistato ai sovietici. La difesa e la lotta eroica dei soldati francesi giunge fino a noi come un grido di battaglia in nome di un idea. Chi morirebbe oggi per un’idea con così tanta tenacia? Combattevano una battaglia già persa ma non abbandonarono le sorti dell’Europa al fatalismo, loro volevano cambiare il destino, volevano affrontarlo. Erano circondati dall’onda dell’ Armata Rossa che senza scrupoli continuava a radere al suolo Berlino uccidendo civili, violentando donne. I sovietici non credevano ai loro occhi vedendo così tanta resistenza, pensavano di trovarsi dinanzi ad un intera divisione SS quando in realtà erano rimasti poche centinaia di uomini.
Il 1 maggio la battaglia si fece sempre più complicata senza però intaccare la tenacia della divisione ed i pochissimi uomini rimasti della Charlemagne insieme a qualche componente della Hitlerjugend armato di Panzerfaust, furono circondati nell’area che ospitava gli edifici governativi e la Cancelleria del Reich ed attesero i sovietici cantando. Qui si rammenta la più significativa ultima eroica e disperata difesa, sopravvissero circa 30 uomini che resistettero fino al 2 maggio, quando l’Armata Rossa arrivò nei pressi del Fuhrerbunker. Gli altri morirono tutti, ma era l’Europa che moriva con loro.
Senza munizioni, indifferenti al suicidio di Hitler e di fronte all’inevitabile sconfitta, nessun uomo della Charlemagne si arrese nemmeno allora, e i sovietici erano stupiti da cotanto coraggio.
Dopo la totale disfatta del Reich, il bollettino di guerra rendeva comunque grande onore alle truppe francesi della Charlemagne: più di 100 carri armati nemici erano stati distrutti per le strade di Berlino insieme ad altrettanti soldati sovietici uccisi. 
Dei 30 reduci, alcuni di questi riuscirono a fuggire in Francia ma furono poco dopo catturati e condannati a 20 anni di lavori forzati, fra questi merita di essere ricordata l’affermazione di un superstite, Henri Joseph Fenet: “La polvere degli edifici crollati rendeva l’aria irrespirabile, sentivamo le urla delle donne violentate. È stato atroce. Non c’era più niente. Non eravamo più niente. La vita non aveva più senso ma non pensavamo più alla vita, non più. Solo a combattere, continuare a combattere… Fino alla fine”.
Un’altra decina fu catturata dai Sovietici e fu consegnata al generale Leclerc di Francia Libera, che gli chiese, “Perché indossate uniformi tedesche? E loro con orgoglio e fierezza risposero, “E perché lei ne indossa una americana?” 
Senza rispettare alcuna procedura di giustizia militare vennero fucilati all’istante. 
Cosa resta oggi degli uomini della divisione Charlemagne? Qualche foto, qualche libro, qualche articolo e poco più. È nostro compito non dimenticarli mai. Hanno combattuto in nome della lotta vitale della comunità dei popoli europei ed essendo francesi, quindi avendo comunque delle diversità culturali rispetto ai tedeschi, hanno compreso l’importanza che aveva questa disperata guerra nel tentativo di difendere gli interessi comuni di tutti i popoli europei.
C’era una marcata consapevolezza sociale che l’Europa o perdeva e vinceva insieme, non c’erano terze vie da percorrere e gli europei dovevano comunemente raggiungere la vittoria per la creazione solida di una comunità di nazioni degne di questo nome. A Berlino, con i piedi fra le macerie, valeva solo la lotta pura, quella senza pietà e senza scampo. Era questa la loro missione irrinunciabile, al costo di pagare anche con la vita. 
I soldati della Charlemagne materializzavano in pieno la volontà di combattimento plasmata da un‘intransigenza rivoluzionaria che si forgiava nello spirito comunitario di essere europei.
C’era però un azione emergenziale da compiere che metteva in moto tutto ciò: fermare il prevedibile declino della civiltà europea. Dobbiamo rammentare le loro gesta eroiche ai nostri figli, le future generazioni europee devono sapere chi è caduto per loro perché quella europea non è una terra di tutti e priva di identità. La storia dei vincitori li ha dipinti come perdenti, come soldati folli, ma gli uomini della divisione Charlemagne sono destinati all’immortalità. Oggi la loro anima riecheggia per le strade di Berlino e rivendica l’essenza europea contro la dominazione statunitense.
Feriti due volte, feriti tre volte ritornavano a combattere in mezzo alle macerie di un’Europa bombardata da bombe americane e sovietiche, si battevano fino alla morte, potevano benissimo restare in Francia e vivere per altri 100 anni, ma quanto vale la vita quando l’Europa e la sua intera civiltà sta cadendo? Meglio morire in battaglia che vivere da sottomessi, pensavano. Erano mossi da un innato senso di amore verso le proprie radici, minacciate dalle orde sovietiche e da quelle americane. Non si ricorda nella storia bellica mondiale nessun’altra truppa che si difese con così tanto coraggio in una lotta già inevitabilmente compromessa, loro sono il nostro esempio, ci dimostrano che amore e coraggio cambiano la storia.