Amazon scende in campo per i diritti. Al lavoro? No, all’aborto

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Nel clima infuocato che si respira negli USA a seguito della fuga di notizie sulla bozza di sentenza della Corte Suprema, che sarebbe in procinto di rovesciare la nota Roe v Wade del 1973, restringendo fortemente l’accesso all’aborto, anche Amazon scende in campo. 
In particolare, il colosso ha annunciato che rimborserà i dipendenti degli Stati Uniti che viaggiano per gli aborti elettivi, vietati in alcuni Stati, come il Texas.
Ma come, l’azienda nota per calpestare ogni diritto del lavoratore, ora si scopre buona a tal punto da sobbarcarsi le spese per garantire il “diritto” all’aborto delle proprie dipendenti?
Perché ci sono diritti e “diritti”. L’aborto è un “diritto” che, in fondo, fa comodo alle multinazionali: una lavoratrice senza figli, senza gravidanze e maternità, può essere spremuta molto di più, rispetto alla donna che sceglie di essere madre e di dedicarsi alla famiglia.
Idem per i cd “diritti civili” delle “minoranze”, espressione di un individualismo che frammenta la società ed isola l’uomo nei propri capricci, in cui finisce per identificarsi totalmente, illudendosi libero mentre la società consumistica se lo spupazza a suo piacimento.
I diritti sociali, invece, sono indigesti ad Amazon, perché contemplano la dignità dell’uomo quale parte di un tutto.

(tratto da ilfattoquotidiano.it) – Aborto, Amazon si dice pronta a pagare le spese per le dipendenti: “Fino a 4.000 dollari se non disponibile entro 100 miglia”

I rimborsi, si legge nella nota di Reuters, entrano in vigore retroattivamente dal 1° gennaio: oltre alle procedure di interruzione di gravidanza, sono incluse cure bariatriche, oncologiche, di anomalie congenite entro 24 mesi dalla nascita, trattamenti di salute mentale e servizi per i disturbi da abuso di sostanze

Amazon rimborserà i dipendenti degli Stati Uniti che viaggiano per “trattamenti medici non pericolosi per la vita”, inclusi gli aborti elettivi. Un messaggio al personale, secondo quanto riportato da Reuters – ha annunciato che l’azienda pagherà fino a 4.000 dollari ogni anno di spese di viaggio per trattamenti medici non disponibili nelle vicinanze e ha annunciato piani che garantiscono l’accesso all’aborto delle dipendenti. In controtendenza rispetto alle crescenti restrizioni a livello nazionale, la scelta aziendale arriva nelle ore in cui si diffonde la notizia che la Corte Suprema degli Stati Uniti intende votare per annullare la storica sentenza del 1973 Roe vs Wade, che garantisce il diritto all’aborto negli Usa.

I rimborsi entreranno in vigore retroattivamente a far data dal 1° gennaio dell’anno corrente e potranno applicarsi ai trattamenti medici che non sono disponibili all’interno di un raggio di 100 miglia (161 km) dalla casa di un dipendente e per i quali non sono disponibili opzioni virtuali. Un portavoce di Amazon ha poi confermato alla BBC che sono incluse cure bariatriche, oncologiche, di anomalie congenite entro 24 mesi dalla nascita, trattamenti di salute mentale e servizi per i disturbi da abuso di sostanze.

Amazon è uno dei maggiori datori di lavoro del settore privato degli Stati Uniti, con 1,1 milioni di dipendenti a tempo pieno e part-time nel paese: impiega la maggior parte del personale a livello nazionale in California, Texas e nello stato di Washington, sede del suo quartier generale globale. L’azienda offrirà anche fino a 10.000 dollari per problemi medici urgenti e potenzialmente letali.