A che punto è la notte

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tratto dal sito di Heliodromos
Grazie alla sua indiscutibile arte e ispirazione Franco Battiato ci ha donato preziosi contributi musicali, con cui ha spesso affrontato temi inusuali per l’ignaro ascoltatore comune, come per esempio nel brano Atlantide, dov’è tratteggiato — in pochi e sintetici versi — il destino del leggendario continente scomparso: «Per generazioni la legge dimorò/nei principi divini,/i re mai ebbri delle immense ricchezze/e il carattere umano s’insinuò/e non sopportarono la felicità,/neppure la felicità,/neppure la felicità.//In un giorno e una notte/la distruzione avvenne./Tornò nell’acqua./Sparì Atlantide». Il cataclisma che portò alla sua scomparsa corrisponderebbe di fatto al diluvio biblico che ebbe per protagonista Noè; e quella civiltà costituì probabilmente la base della tradizione ebraica, attraverso la trasmissione egizia. Del resto, essendo essa collocata geograficamente nella regione che corrisponde alla sera e al tramonto, ricade nell’Età precedente all’inizio del Kali-Yuga; a cui corrisponde, invece, la “notte” profonda e inoltrata che noi oggi stiamo vivendo.
Come si sa, tutte le tradizioni — sia d’Oriente che d’Occidente — concordano nel collocare l’epoca attuale alla fine di un ciclo cosmico che riguarda l’intera umanità terrestre. E autorevoli interpreti ce lo hanno confermato ancora in tempi recenti, fornendoci al contempo gli strumenti dottrinari e le modalità operative utili ad affrontare con la necessaria consapevolezza le fitte tenebre  che caratterizzano questo periodo. Infatti, in base alla dottrina delle quattro età noi oggi ci troviamo a vivere la fase conclusiva di quello che la tradizione indù chiama Kalì Yuga o Età Oscura. Questa età corrisponde a quella che nell’antichità greco-latina è nominata Età del Ferro, la quale, insieme alle altre tre (Età dell’Oro, Età dell’Argento ed Età del Bronzo), costituiscono un intero ciclo che, secondo la dizione indù, è detto Manvantara (in quanto legato ad uno specifico Manu, Legislatore Universale o Polo). 
I Manvantara collocati all’interno del nostro Kalpa (il quale rimanda a cicli più ampi, che non è il caso qui di prendere in considerazione per ragioni di spazio), entro i quali si svolge l’intera esistenza dello stato umano (che ha fra le sue condizioni determinanti, oltre alla dimensione spaziale, proprio quella temporale e cronologica, su cui la dottrina dei cicli appunto si basa), sono complessivamente quattordici e formano due serie settenarie, in cui la prima comprende i Manvantara già trascorsi, più il nostro attuale (la cui fine sarà, dunque, doppiamente epocale); mentre la seconda serie comprenderà quelli futuri e ancora da venire. Come indicato più sopra un Manvantara è suddiviso in quattro Yuga, di cui è possibile trovare, fra l’altro, una raffigurazione analogica nelle quattro stagioni dell’anno, nelle quattro parti in cui è possibile dividere una giornata o nelle quattro età della vita umana.
Ognuno di questi periodi, proprio come avviene per i cicli delle stagioni dell’anno e della vita dell’uomo, è caratterizzato da un processo di degenerazione e discesa, in ragione dell’allontanamento graduale dal Principio. Questo progressivo decadimento comporta, di conseguenza, anche la diminuzione delle rispettive durate di ogni Yuga. Se si rappresenta la durata complessiva del Manvantara col numero 10, quella del primo Yuga (“Satya-Yuga”, ove ricorre la stessa radice comune a Saturno, il dio romano dell’Età dell’Oro) sarà 4; quella del secondo (“Trêta-Yuga”) sarà 3; quella del terzo (“Dwâpara-Yuga”) sarà 2; quella del quarto (“Kali-Yuga”) sarà 1; 10 = 4 + 3 + 2 + 1, che corrisponde alla “quadratura del cerchio” e quindi allo sviluppo totale di un ciclo umano di manifestazione. 
Per l’economia del presente scritto siamo costretti a limitarci a pochi brevi cenni riassuntivi di un argomento così complesso; senza tuttavia voler cadere in alcun tipo di volgarizzazione o banalizzazione. Va quindi detto che secondo calcoli fondati su precise conoscenze astronomiche (a cominciare dalla precessione degli equinozi) — di cui Guénon ci ha fornito i dettagli e le premesse dottrinarie — la durata complessiva del Kali-Yuga è di 6.480 anni. Per cui se ne potrebbe anche ricavare la data della sua fine, se solo fosse possibile individuare il momento esatto del suo inizio. Ma, come ci ricorda sempre Guénon, se «fosse possibile determinare con esattezza il suo punto di partenza, chiunque potrebbe senza difficoltà arrivare a dedurre la previsione di particolari avvenimenti futuri; ora, nessuna tradizione ortodossa ha mai incoraggiato studi che permettessero all’uomo di arrivare a conoscere l’avvenire, in misura più o meno ampia, tale conoscenza presentando praticamente molti più inconvenienti che vantaggi reali». Una precauzione il cui motivo è facilmente intuibile, se solo si pensa al ruolo negativo esercitato da certe profezie e predizioni, giustamente avversate dalla dottrina tradizionale.
C’è comunque stato un autore che ha provato a “fare i conti” e a tracciare una cronologia attendibile dello sviluppo ciclico del nostro mondo; si tratta di Gaston Georgél, che nella sua opera Le quattro Età dell’umanità (pubblicata nel 1949) ha eseguito uno studio serio e approfondito della concezione ciclica della storia. Egli fu apprezzato, consigliato e seguito nella sua stesura direttamente da Guénon che, in una lettera del 4 ottobre 1950 dal Cairo, gli scriveva: «Mi chiedete se ho avuto il tempo di sfogliare il vostro “Le Quattro Età”; a dire il vero, l’ho anche letto, ma non mi è stato possibile, come per tante altre cose del resto, di farlo con l’attenzione che avrei voluto, e bisognerà che io possa rivederlo meglio per poterne parlare come merita»; mentre in una precedente lettera si era impegnato a farne una recensione per “Études Traditionnelles”. Ma, come si sa, egli si sarebbe spento il 7 gennaio 1951, senza poter dare il suo autorevole giudizio definitivo sull’opera di Georgél, da lui sicuramente incoraggiata.
Presentando la sua opera, l’autore indicava che «il soggetto del nostro studio si trova ad esser ben delimitato nel tempo: tra 62 millenni prima della nostra Era, in cui ebbe inizio la Preistoria nel giardino dal clima allora delizioso del continente iperboreo e l’inizio del prossimo secolo in cui una nuova e ultima guerra mondiale metterà la parola “fine” alla storia, già vecchia di 65 millenni, della presente umanità». Ricorrendo unicamente alla Tradizione come guida delle sue ricerche, e basandosi sugli antichi testi greco-romani, ebraici, indù e cinesi, in cui sono annunciati gli avvenimenti futuri, in virtù di un’ispirazione di ordine spirituale, egli descrive lo sviluppo del ciclo totale della nostra umanità: «Così sarà interamente abbozzato il quadro della storia della nostra vecchia umanità, che alla vigilia della sua scomparsa, come un uomo sul punto di morire, potrà ricordarsi le immagini successive della sua lunga esistenza, della “Grande Pace” della lontana infanzia nei tempi idilliaci dell’Età dell’Oro, fino agli anni di agitazione frenetica e di “guerra d’inferno” degli ultimi tempi dell’Età Oscura». Perché, come insegna la saggezza millenaria, «alla fine tutto sarà distrutto per venire rigenerato quando la malvagità degli uomini sarà arrivata al suo culmine». 
Che i Segni dei Tempi dicano chiaramente quanto questo “culmine” sia prossimo è oramai riconosciuto da tutti coloro che hanno una minima conoscenza dei dati tradizionali; ma Georgél si spinge ben oltre le semplici congetture e supposizioni, contravvenendo così alla regola di riservatezza da sempre osservata su simili temi; giustificato in questo dallo stesso motivo per cui Guénon ha potuto rivelare con la sua opera numerose conoscenze prima mantenute segrete, in ragione del precipitare degli eventi e della sempre più imminente dissoluzione finale. Egli infatti calcola, dati alla mano, che è possibile determinare con precisione l’inizio della fase finale in virtù di numerose testimonianze e coincidenze, attentamente vagliate nella sua opera. Ben 4450 anni fa si collocherebbe la scoperta dei metalli e l’episodio della Torre di Babele, con la conseguente confusione delle lingue e l’inizio del Kali-Yuga. Nel VI secolo a.C., inizio del mondo classico, si ha una vera e propria “barriera della storia” e l’ultima svolta epocale; fino alla conclusione del ciclo, che viene a cadere, in base ai suoi convincenti calcoli, nel 2030 dopo Cristo: «il ciclo minore che va dal 600 a.C. al 2030 circa d.C., sembrerebbe un periodo completo, riflesso ed analogo del Grande Anno e dello stesso Manvantara. Tale è il senso (o uno dei sensi) del Sogno della Statua riportato nel Libro di Daniele, e che ha portato all’ultimo ciclo minore di 2600 anni circa, con cui deve concludersi il ciclo totale della presente umanità».
René Guénon in un lettera del 1949 ad un suo corrispondente affermava che per tutta la durata del Kali-Yuga «la “discesa” prosegue, e anzi in maniera sempre più accentuata e rapida, fino alla catastrofe finale». Certo, il fatto che in base ai calcoli di Georgél questa “catastrofe finale” appaia così prossima (per noi, praticamente domani!), potrebbe sembrare inverosimile e indurre allo scetticismo. Ma se si considera la crescente velocità con cui attualmente si susseguono gli eventi, dove cambiamenti che prima ci mettevano secoli a realizzarsi oggi avvengono nel giro di pochi anni, mesi o, addirittura, settimane e giorni — al pari delle acque di un fiume, sempre più veloci all’approssimarsi del salto nell’abisso di una rapida — nulla può essere escluso a priori o dato per scontato.
A confortarci (si fa per dire!) in questa convinzione, si aggiunge la brillante intuizione di un nostro confratello, il quale ci ha fatto notare la singolare coincidenza della data della fine del Ciclo ricavata da Gaston Georgél con quel 2030 dell’agenda per lo “sviluppo sostenibile” dettata dal Forum di Davos, alla base del Grande Reset che intende giustificare i provvedimenti antiumani imposti a tutto il Pianeta, in vista di cambiamenti non soltanto politici o economici; le cui prospettive non riescono comunque a spingersi al di là di questo Ciclo, con la conseguente “fretta” nel realizzare le loro manovre: come il Vampiro che teme la luce della nuova alba, che lo ridurrà inesorabilmente in polvere. 
Data dunque scelta non a caso, quella del 2030, utile a diffondere ed alimentare il terrore e l’inquietudine presso l’opinione pubblica, accentuando il disordine generale e gli stati d’animo negativi, rendendola vittima di una vera e propria epidemia psichica. Se poi si aggiunge il fatto che a servire da “braccio armato” di tale programma c’è il Patto Atlantico, con le sue trame e macchinazioni sempre più pressanti verso l’esplosione di una prossima Terza (e ultima!) Guerra Mondiale, non si può non rimanere turbati per l’evocazione presente proprio nel nome della NATO dello scomparso continente atlantideo. 
Ma, siccome tutti i disordini devono alla fine essere funzionali all’Ordine Cosmico, quest’ultimo doloroso sacrificio servirà, in fondo, solo ad ottenere il “capovolgimento” del Mondo ed il suo raddrizzamento finale: quando, i pochi superstiti cui è affidata la funzione di  custodi della Tradizione da trasmettere al Ciclo futuro torneranno finalmente a “riveder le stelle”.