Rigenerazione Evola | Le razze e il mito delle origini di Roma

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Tratto da RigenerazionEvola


In occasione del Natale di Roma 2022, proponiamo oggi uno scritto che Evola pubblicò, proprio per celebrare tale ricorrenza, il 20 aprile del 1940, sulle pagine de “La difesa della Razza” di Telesio Interlandi. In questo articolo venivano analizzati alcuni dei temi portanti presenti nel mito delle origini di Roma, preceduti da una breve introduzione su mito, storia e leggenda. Con l’occasione, ricordiamo ai lettori che è stato recentemente edito da Cinabro Edizioni un fondamentale volume di Mario Polia, grande archeologo, antropologo ed etnografo, nonché specialista in antropologia religiosa e storia delle religioni, ed esperto, tra l’altro, della Romanità tradizionale: si tratta di Reges Augures” – il sacerdozio regale nella Roma delle origini. Un’opera da tempo attesa, che rientra nella collana Paideia, diretta per Cinabro Edizioni dallo stesso Polia. Leggiamo, nella descrizione sulla pagina dedicata del portale web dell’Editore: “(…) rielaborazione d’un testo destinato a orientare il lettore alla comprensione di un tema di primaria importanza nella tradizione romana e nella storia d’Europa: l’origine divina del potere. Dalla Roma delle origini, dove il potere regale riceveva l’aumento divino attraverso l’auctoritas conferita da Giove, alla Roma cristiana, dove, d’accordo col principio «non est potestas nisi a Deo», l’origine del potere venne trasferita da Giove a Dio, il concetto di ‘potere’, inteso come elargizione divina alla persona del sovrano, rimase inalterato nella sostanza per un lungo corso di secoli. Affrontare questo tema significa, dunque, illuminare un aspetto centrale della storia d’Europa e della koiné culturale europea”. Un’opera da non perdere, per una corretta comprensione dell’essenza della Tradizione Romana ed Europea.

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di Julius Evola

Tratto da “La difesa della razza”, 20 aprile  1940

Nella sua Vita di Romolo (I, 8) Plutarco scrive: «Roma non avrebbe potuto assurgere a tanta potenza se non avesse avuto, in qualche modo, origine divina, tale da offrire, agli occhi degli uomini, qualcosa di grande e di inesplicabile». Lo stesso ripete Cicerone (Nat. Deor. II, 3, 8), passando poi (Har. Resp. IX, 19) a considerare la civiltà romana come quella, che per sapienza sacra superò ogni altra gente o nazione: omnes gentes nationisque superavimus. Per i romani prischi Sallustio (Cat. 12) ha l’espressione: religiosissimi mortales.

Invece, ancor oggi per molte persone «serie» e per molte menti «critiche» tutto ciò è fantasia o superstizione. I «fatti» sono la sola cosa che per esso contano. Le tradizioni mitiche degli antichi non hanno alcun valore, ovvero ne hanno solo in quanto si suppone che, qua e là, siano riflessi confusi di avvenimenti reali, vale a dire materialmente storici. Vi è, in ciò, un equivoco fondamentale, che pur è stato già denunciato, in una certa misura, dal nostro Vico, poi dallo Schelling, ancor più recisamente dal Bachofen e, infine, dalla più recente scuola di interpretazione metafisica del mito, ancor oggi da noi così poco conosciuta (Guénon, W. F. Otto, Altheim, Kerenyi, ecc.). Secondo tutti questi scrittori, le tradizioni mitiche non sono né creazioni arbitrarie più o meno sul piano poetico e fantastico, né deformazioni e trasposizioni di elementi storici. Specie nel riguardo delle origini, è stato giustamente rilevato che il simbolo e la leggenda, «sia pure in forma drammatizzata, rappresentano effettivamente e veramente la storia dei primordi di una nazione, ma la storia non di vicende svoltesi materialmente sulla terra, bensì dei processi spirituali che han portato alla nascita, accanto agli altri popoli, di una gente nuova e diversa da essi per cultura e civiltà: la storia, per così dire, del periodo prenatale di essa». E ancora: «Leggenda e storia sono strettamente connesse: la prima procede per interiorazione e si dispiega per via di imagini, la seconda procede per esteriorizzazione in fatti ed eventi: quelle, le imagini, sono il risultato di forze formative viventi, questi, i fatti, vengono coordinati dal pensiero umano; là si è trasportati da forze formatrici; qua v’è premeditato coordinamento dei fatti. Ma la leggenda è l’invisibile della storia e la radice della storia; non è poesia, anzi è realtà più vasta della storia stessa. I fili del destino di un popolo, che si disnodano visibilmente nei modi più vari dello sviluppo storico di esso, risalgono agli impulsi, alle sfere creatrici, con cui sono legati gli eroi delle sue leggende». In via particolare il Bachofen aveva rilevato che proprio nel punto in cui una testimonianza, per esser riconosciuta mitica, viene ad esser respinta dalla storia materiale, proprio in quel punto essa è una testimonianza positiva dell’animo di un popolo.

È così che uno studio delle tradizioni mitiche, fatto con nuovi criteri, può condurci ad interessanti conclusioni dallo stesso punto di vista di un razzismo non esaurentesi nell’aspetto materiale dei suoi problemi, ma volgentesi anche alla realtà interiore della razza. In occasione dell’attuale ricorrenza del Natale di Roma, vogliamo esemplificare questo metodo interpretativo, applicandolo appunto all’esegesi del mito delle nostre origini. Le leggende relative alla nascita di Roma condensano una quantità tali di elementi suscettibili a riallacciarsi a significati generali delle civiltà e delle mitologie di ceppo ario, che per analizzarli e chiarirli adeguatamente occorrerebbe un’opera speciale. Noi qui non accenneremo, dunque, che a qualche tema, fra quelli più noti: la nascita miracolosa, il tema dei «salvati dalle acque», del «lupo», dell’«albero», della coppia antagonista dei gemelli.

Il mito dell’unione di un dio con una donna mortale – nel presente caso, di Marte con Rea Silvia, unione da cui nascono Romolo e Remo – ricorre in quasi tutte le tradizioni riferentesi alla nascita di «eroi divini». Zeus e Latona generano Apollo, Zeus e Alcmene generano Eracle, Eracle essendo l’eroe simbolico delle stirpi arie dorico-achee, ed Apollo avendo relazione con la terra degli Iperborei, culla delle razze nordico-arie primordiali. Analoga origine, nelle tradizioni propriamente germaniche, è attribuita alla stirpe eroica dei Wölsungen, cui appartiene Sigfrido. Nell’antica tradizione regale egizia – la cui origine remota si può fondatamente ritenere, anch’essa aria, atlantico-occidentale – ogni sovrano si pensava fosse generato da un dio congiuntosi con la regina: tradizione, questa, nella quale visse in risalto il senso nascosto del mito, inquantochè non si imaginava una nascita miracolosa senza l’ausilio di un uomo, di un padre umano; dato che la regina aveva il suo consorte, l’idea, che suo figlio fosse generato da un dio, pur essendo destato alla vita dal suo sposo, poteva solo indicare che egli, non nella sia parte mortale, ma, per così dire, in quella eterna e «fatidica», andava pensato come una specie di incarnazione di un determinato elemento sovrannaturale, che veniva a conferirgli dignità regaleNel caso di Roma, tale elemento dall’alto è dunque «Marte», cioè la figurazione divina del principio della virilità guerriera. Una tale forza sta dunque alle origini della Città Eterna e alla base della sua genesi segreta, adombrata dalla leggenda: sì che in alcune tradizioni dell’età repubblicana Roma stessa verrà direttamente concepita come «figlia» di Marte. E questa forza «Marte» è associata a chi può esser custode della sacra fiamma della vita; simbolicamente: ad una vestale (Rea Silvia).

I gemelli Romolo e Remo sono abbandonati alle acque e vengono salvati dalle acque. Ecco di nuovo un tema simbolico ricorrente un molte tradizioniMosè è salvato dalle acque, l’eroe indo-aria Kârna è lasciato in un canestro sul fiume e vien salvato dalle acque, e così via. Ma è soprattutto importante il simbolo contenuto nella più antica tradizione aria, quella vedica, nella quale gli asceti sono raffigurati come «nature sovrumane che stan sulle acque». Le ragioni analogiche e, quindi, il significato nascosto di tale simbolo si possono chiarire come segue: le acque, tradizionalmente, han sempre raffigurato la corrente del tempo, cioè l’elemento-base della vita mortale, instabile, contingente, passionale, fuggente. Preso dalle acque – o capace di star sulle acque, di non affondare nelle acque – è il veggente o passionale, fuggente. Preso dalle acque e dalle acque trasportato è l’uomo debole. Salvato dalle acque – o capace di stare sulle acque, di non affondare nelle acque – è il veggente o l’eroe, l’asceta o il profeta. Nel mito delle origini romane questo simbolo va dunque a controsegnare di nuovo l’elemento «divino» dei fondatori di Roma, la loro dignità, per dir così, sovrannaturale.

I gemelli trovan rifugio presso al fico Ruminal e vengon nutriti da una Lupa. Già il nome Ruminal contiene l’idea di nutrire: l’attributo di Ruminus, riferito a Giove, nell’antica lingua latina alludeva alla sua qualità di «nutritore», di «dio che dà nutrimento». Ma questo è l’aspetto più elementare del simbolo. L’albero in genere nelle più antiche tradizioni delle razze arie è simbolo della vita universale, è l’albero del mondo o albero cosmico; e se è in forma di fico che esso si presenta nella leggenda delle origini romane, proprio come «fico indico» – l’albero ashuatta – nella tradizione indo-aria esso viene raffigurato capovolto, ad esprimere che le sue radici sono in alto, nei «cieli». Quanto all’idea di un mistico nutrimento dato dall’albero, esso, è un tema ricorrentissimo: mito di Giasone, di Eracle, di Odino, di Gilgamesh, ecc. Naturalmente, a seconda delle razze e dello spirito loro, questo tema presenta diverse varianti. Si sa che nel mito ebraico cogliere e nutrirsi dall’albero per rendersi simile a Dio è considerato come principio di colpa, di prevaricazione e di maledizione. In modo affatto diverso sono concepite le cose nei miti delle razze arie e perfino in quello paleo-caldaico di Gilgamesh. Perfino nelle leggende del Medioevo ghibellino il tema eroico prevale e l’albero spesso appare come quello dell’impero universale, il raggiungerlo nelle contrade simboliche del misterioso prete Gianni significa assicurarsi la stessa dignità che gli antichi dominatori ario-iranici connettevano al titolo di «re dei re».

Tornando al nostro argomento principale, nel mito dei gemelli, alle origini di Roma, abbiamo dunque l’allusione ad un nutrimento sovrannaturale da parte dell’Albero – ma anche da parte della Lupa. Il simbolo della Lupa, considerato nel suo insieme e in tutte le testimonianze che ad esso si riferiscono, ha un carattere ambiguo. Un Luciano ed un Giuliano Imperatore ci ricordano che nel mondo antico, sulla base della somiglianza fonetica fra le due parole, l’idea di lupo e quella di luce venivano spesso associatelykos che in greco vuol dire lupo, suona in modo analogo di lykè, luce. Ma esistono anche figurazioni del lupo come un animale «infero», come una forza oscura.

Il Lupo ci appare perciò nel doppio aspetto, simbolo di una natura feroce e selvaggia e di una natura, invece, luminosa. Questa dualità è riscontrabile nella preistoria non solo ellenico-mediterranea, ma anche celtica e nordica. Infatti da una parte nel culto nordico-celtico e delfico il «lupo» si connetteva ad Apollo, cioè al dio iperboreo, nordico-ario, concepito simultaneamente come dio solare dell’età aurea e da Virgilio associato significativamente alla stessa grandezza romana. «Figli del lupo», su questa base, fu una denominazione per stirpi guerriere ed eroiche d’origine nordico-germanica, denominazione che permase fino all’epoca dei Goti e dell’epopea nibelungica. Ma, d’altra parte, nell’Edda l’«età del Lupo» ha il significato di una età oscura, contrassegna l’epoca dello scatenamento di forze selvagge ed elementari, quasi delle potenze del caos, contro le forze degli «eroi divini», o Asen.

Ora, questa dualità possiamo ben riferirla anche al principio che, secondo la leggenda delle origini, ha «nutrito» i due gemelli, inquantochè la vediamo riflettersi nella stessa natura di essi, vale a dire nella dualità antagonistica di Romolo e Remo, quale ci risulta dal mito. Come gli altri già accennati, così pure il tema di un unico principio da cui si differenzia una antitesi raffigurata dall’antagonismo di due fratelli o gemelli o, in genere, di una coppia, lo si ritrova in molte tradizioni e non di rado in relazione a momenti particolarmente significativi per le origini di una data civiltà, razza o religione. Ricorderemo solo che p.es., nell’antica tradizione egizia Osiride e Set sono due fratelli della discordia – talvolta concepiti essi stessi come gemelli – e l’uno incarna la potenza luminosa del sole, l’altro un principio oscuro, «infero», la generazione del quale è chiamata dei «figli della rivolta impotente». Qualcosa di simile non traspare forse anche nella leggenda romana? Romolo è colui che traccia il contorno della città nel senso di un rito sacro e di un principio di limite – di ordine, di legge – avendo ricevuto il diritto di porre il suo nome alla città dall’apparizione del numero solare, dei dodici avvoltoi. Remo è invece colui che viola un tale limite e che per questo è ucciso, si potrebbe dire che la forza primordiale delle origini romane così si differenzia ed abbatte le potenze «oscure» che conteneva in sé, si afferma nei suoi aspetti luminosi, di ordine, dominio olimpico, forza guerriera purificata.

Non sono mancati tentativi di veder nel contrasto di Romolo e Remo il riflesso del contrasto fra opposte forze razziali, arie, o di tipo ario, e non-arie o pre-arie. Una ricerca del genere è senza dubbio interessante: problematica nelle sue conclusioni, se essa intende tenersi esclusivamente sul piano dei fatti materiali, delle testimonianze archeologiche ed antropologiche, essa ha già maggiori possibilità se interroga anche il mito e la leggenda per trarre elementi che integrino i risultati della ricerca in altri domini. E, naturalmente, per venire a tanto bisogna anche decidersi a tracciare inquadramenti generali dei vari aspetti dell’antica società romana, considerando, ad esempio, con vari scrittori, assai probabile che le antitesi sociali e di casta dell’antica Roma avessero un substrato razziale.

In questo insieme, è interessante esaminare la relazione fra i due principii, di cui abbiamo visto or ora che Romolo e Remo potrebbero ben esser le figurazioni simboliche, con i due monti Palatino e AventinoIl Palatino è, come si sa, il monte di Romolo, l’Aventino quello di Remo. Ora, secondo l’antica tradizione italica, sul Palatino Ercole avrebbe incontrato il buon re Evandro (che fonderà significativamente sullo stesso Palatino un tempio alla dea Victoria) dopo aver ucciso Caco, figlio del dio pelasgico (pre-ariano) del fuoco sotterraneo: ed Ercole nella caverna di Caco vinto ed ucciso, posta nell’Aventino, innalza un altare al dio olimpico, di cui è l’alleato, secondo il mito ellenico. Ricercatori, come il Piganiol, sono dell’opinione che questo duello fra Ercole e Caco – con la corrispondente opposizione di Palatino ed Aventino – potrebbe essere una trascrizione mitica della lotta sostenuta da ceppi di razze opposte.

La leggenda mitica delle origini di Roma è dunque satura di significati profondi. Il trionfo di Romolo, la morte di Remo è la chiave della genesi nascosta della romanità – ed il primo episodio di una drammatica lotta, esteriore e interiore, spirituale, sociale e razziale in parte conosciuta, in parte racchiusa in simboli ancora muti o in avvenimenti non ancora penetrati secondo il loro lato più essenziale – quasi diremmo: secondo la loro «terza dimensione»Attraverso questa lotta secolare Roma sorse gradatamente e si affermò nel mondo come manifestazione trionfale di un principio di luce e di ordine, di una etica e di una visione della vita che, nelle sue forme originarie e incorrotte, è testimonianza di spirito ario. E si sa quale è, secondo la tradizione più diffusa, l’epilogo della leggenda delle origini: è l’apoteosi di Romolo, è Romolo divinificato, «restituito dalla terra al cielo dopo che per mezzo del fuoco folgorante fu distrutta la parte mortale del corpo di lui». Anche in ciò non si tratta né di fantasia, né di poesia, né di rettorica. Motivi analoghi ricorrono nelle tradizioni di tutti i popoli, secondo una uniformità, che dovrebbe indurre alla riflessione. Anche nei riguardi di Romolo, il mito contiene una fede e una certezza spirituale: è il senso di una realtà che svincolata dalla persona e dal simbolo, non fu una volta, ma sarà sempre, e sempre assisterà, nella sua grandezza di là dalla storia, la razza che sappia rievocare il «mistero».

Nell’immagine in evidenza, il retro del cosiddetto “Altare di Marte e Venere”, ara romana di epoca traianea, riutilizzata in epoca adrianea (nel 124 d.C.) come base per una statua del dio Silvano. Il rilievo mostra Romolo e Remo con la lupa capitolina e proviene da un sacello del Piazzale delle Corporazioni, ad Ostia Antica; oggi esibito nel Museo di Palazzo Massimo alle Terme a Roma (file from wikipedia commons under “Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license”, author Miguel Hermoso Cuesta.