Ferragni, la storia e l’anima del commercio

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È stato chiesto alla piazzista del superfluo Chiara Ferragni di adoperarsi, con la sua indubitabile arte, per accendere e rinfocolare nelle giovani generazioni un qualche interesse a proposito di remoti avvenimenti bellici la cui memoria viene sempre più erosa e consumata dalle increspature del tempo. In poche parole: fatti di cui non frega un bel niente a nessuno, a parte coloro che hanno un diretto tornaconto personale nella loro perpetuazione. Vano proposito, poiché sarebbe come chiedere ai giovani d’oggi, distratti da un oceano di sciocchezze e vanità, di mobilitarsi per condannare e biasimare i maltrattamenti imposti dagli antichi romani agli elefanti di Annibale!
Ma anche qualora la manovra dovesse andare a buon fine e raccogliere i frutti desiderati, non possiamo dimenticare che la pubblicità — pur non avendo una connotazione necessariamente negativa, trattandosi della propaganda per far conoscere la qualità di una merce, e di una informazione specialistica, utile a presentare un prodotto (di qualunque natura esso sia) alla porzione di mercato che può essere interessata al suo utilizzo — quando diventa strumento del consumismo più sfrenato e della deriva ideologica della politica, degenera in sovraccarico d’informazione e in induzione forzata verso determinate scelte, in suscitatrice di reazioni di massa, in venditrice di “prodotti” di cui non si ha alcun bisogno, e senza i quali si può tranquillamente continuare a vivere.
Il passaggio dall’inganno alla manipolazione è molto breve, specialmente in considerazione della estrema labilità mentale ed inconsistenza psicologica dell’uomo moderno, privo di qualunque autonomia interna e di ogni capacità di discernimento; il quale viene letteralmente accecato dagli slogan, per cui, quando preleva un prodotto dallo scaffale, agisce come sotto ipnosi; finendo così per assumere un rapporto malato con la stessa verità. È solo alla luce di ciò che si può spiegare, per esempio, la vendita del vino in cartone, la diffusione planetaria di una bibita come la Coca Cola, o le file davanti ai McDonald’s, per ingurgitare schifezze. E ci stiamo limitando al solo settore dell’alimentazione. Infatti, com’è giusto che sia, il bello e il buono si affermano di per sé, per il solo fatto di essere tali; senza il bisogno di alcuna spinta esterna e di alcuna promozione. Sono i prodotti scadenti e di scarsa qualità ad aver bisogno della martellante enfatizzazione della loro bontà e della loro eccellenza. La verità si impone da sé, la menzogna va gestita e camuffata. 
Quando l’informatore si trasforma in imbonitore o “tragediatore” (come lo chiamava un nostro compianto camerata, che più che avere in mente Eschilo o Euripide, pensava a un raccontatore seriale di balle e falsità!), la deriva truffaldina e disonesta è oramai in atto, e non sarà più reversibile; perché, come accade al bugiardo, si assisterà ad un “rilancio” continuo verso menzogne sempre più grandi e sempre più improbabili. E questo è uno dei motivi per cui tutti quanti ci sentiamo molestati dalle proposte di televendita che ci perseguitano all’ora dei pasti; proponendoci affari ed offerte imperdibili che mai ci saremmo sognati di richiedere di nostra iniziativa.
Il buonsenso inviterebbe ad adottare il metodo del rifiuto automatico ed immediato di ogni “merce” che ci si vuole appioppare proditoriamente e con l’inganno; partendo dal presupposto che se essa ha bisogno di un simile supporto coercitivo, vuol dire che c’è qualcosa che non va, e che comunque non è diffusa e commercializzata per il nostro bene e a nostro vantaggio. E questo vale, soprattutto, per i prodotti politici, ideologici e propagandisti di ogni specie. Ma è anche vero che oggi il buonsenso non gode di una buona stampa e di efficaci campagne pubblicitarie.