La Fedeltà non si può vendere nè comprare

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di Julius Evola
tratto da “Il Conciliatore”, XXI, 2, febbraio 1972, pp. 66-67

(www.rigenerazionevola.it) – 11/12/2017 – Può non essere del tutto privo di interesse rievocare alcuni ideali etici che ebbero una particolare forza e un prestigio nelle precedenti civiltà delle nostre stesse razze e furono un fattore della loro grandezza, mentre sono quasi svaniti nelle bassure del mondo attuale.
Uno di essi riguarda la fides.
In latino il senso di questo termine non è la «fede», è soprattutto la fedeltà: ad un impegno, ad un giuramento, ad un patto, alla parola data, ad un vincolo liberamente accettato. 
Di là dal mondo soltanto umano, la fides diviene «fede» si estende alle relazioni con potenze superiori, ed allora essa fonda la religio, termine che in origine significava «collegamento»: collegamento fra l’individuo e il divino.
Il presupposto esistenziale della fides nel primo senso e, nel contempo, ciò di cui essa è la manifestazione, è la virtus, non nella sua accezione moralistica o addirittura sessuale, ma in quella di fermezza interiore, di drittura.
Pertanto è alla romanità antica che ci si può riferire in primo luogo, per l’ideale in questione.
Data alla fides la figura di una dea, a Roma essa fu l’oggetto di un culto fra i più antichi e sentiti. Fides romana, si diceva già in tempi preistorici; alma fides, fides sancta, casta, incorrupta, si dirà più tardi.
Essa è una caratteristica romana, afferma Livio, essa definisce il romano di fronte al «barbaro», nell’antitesi fra la norma di una incondizionata aderenza ad un patto giurato e la condotta di chi invece segue le contingenze e l’opportunità, nel segno di quella entità che allora veniva chiamata «Fortuna».
Massima era l’aderenza a quella norma fra gli antichi, riferisce Servio, maxima erat apud majores cura fidei.
Al suo decadere, ammonisce profeticamente un Cicerone, anche la virtus decade, il costume, l’interiore dignità, la forza dei popoli.