Coscienza e Dovere | Il simbolismo del giglio fiorito (terza parte)

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IL VERBO DI DIO E LA PAROLA DEI RE
Ed ecco dunque, attraverso l’iconografia cristiana, presentarsi la questione del giglio quale
simbolo araldico. Il giglio d’oro appare sullo scudo dei primi Re franchi elegantemente
stilizzato. Non è il caso di seguire l’evoluzione del giglio d’oro di Francia attraverso la Storia;
evoluzione che, di volta in volta, riflette lo stile dell’epoca, ora romanico, ora gotico, ora
rinascimentale, ora barocco… E’ tuttavia essenziale il fatto che la stilizzazione del giglio d’oro
araldico non si limita al blasone, passa bensì allo scettro, alla corona, alla spada e persino alla
punta delle alabarde che dalla forma del giglio presero la sagoma dei loro ferri.
La corona d’oro detta all’antica, così come dall’uso tardo romano è tramandata al medioevo,
è corona radiale; vale a dire composta di raggi, sporgenti da un cerchio, quali prerogativa solare
di cui il sovrano veniva investito all’atto medesimo della sua incoronazione; e i gigli araldici
presero, nel Medioevo, a sostituire i raggi della corona. Così nelle corone dei Reali di Francia
e, più tardi, d’Aragona e di Spagna; così nella corona inglese detta di S. Edoardo. Ed è appunto
dal giglio stilizzato che, nel rinascimento, derivano quei fioroni araldici quali ancora oggi li
vediamo sulle corone dei Marchesi, dei Duchi e dei Principi secondo le regole d’araldica tuttora
in uso. Mentre la corona del Granducato di Toscana istituita da Papa Clemente VII, Giulio de’
Medici, per Cosimo I della sua stessa casata si ornava del giglio di Firenze riprodotto in stile
rinascimentale.

In cima allo scettro, il giglio araldico d’oro appare persino nella iconografia cristiana; tanto
è vero che, in molte raffigurazioni gotiche dell’Annunciazione, l’Arcangelo Gabriele, anziché
un giglio al naturale, impugna e porge ala Vergine uno scettro liliare. E nell’Annunciazione
scolpita sul pulpito del Duomo di Barga, presso Lucca, che risale al XIII secolo, l’angelo
impugna addirittura un’alabarda dalla punta a forma di giglio araldico.

Come già abbiamo considerato il giglio, quale simbolo di salvezza e al tempo stesso di
giustizia, ha la virtù di togliere e ridonare la vita, di ferire e risanare. E così lo scettro liliare è
da accostarsi ancora all’asta di Wodan, al Caduceo di Ermes e al bastone di Esculapio. Lo
scettro, insomma, è simbolo della parola del dictator; e chi si leva a parlare all’Assemblea dei
Re, all’atto di iniziare il suo dire ha da impugnarlo e tenerlo ben saldo nella destra fino all’ultima
parola. Lo scettro liliare è perciò simbolo della stessa parola del Sovrano che infligge la pena
di morte e restituisce la vita civile a chi l’aveva perduta. E l’autorità della parola del principe si
accosta così al Verbo di Dio e alla giustizia divina di cui il giglio è simbolo.

IL GIGLIO DEL SANGUE

E i gigli d’oro dei Reali di Francia passarono anche all’arma dell’Ordine dei Cistercensi
fondato da S. Roberto di Molesme; e abate cistercense sarà Bernardo di Chiaravalle che
contemplerà il Salvatore quale fiore bianco e vermiglio dalla radice di Jesse. Bianco è infatti il
colore naturale del giglio e il rosso vermiglio è il colore del Sangue che ha redenta l’intera
umanità.

Lo scudo dei Reali di Francia era azzurro perché il colore della volta celeste è sempre stato
considerato il più nobile colore del blasone, così come più nobile fra i metalli, anche in araldica,
è l’oro. E i gigli d’oro corrispondono in tutto e per tutto al vermiglio cui allude Bernardo; poiché
nel simbolismo dell’opera alchemica per la trasmutazione dei metalli, si ottiene l’oro mediante
il sangue di una vergine. Ebbene l’oro, sempre secondo la grande opera alchemica, simboleggia
lo stato di pienezza spirituale; è l’anima completamente rigenerata e congiunta al suo Principio
supremo.

Il giglio d’oro è perciò lo stesso fiore bianco e immacolato che, fattosi prima vermiglio per
il sangue versato da Cristo, che è sangue della Vergine Maria nelle vene del vero Dio e vero
Uomo, s’è fatto poi giglio d’oro all’adempimento della grande Opera di Redenzione su, nel
cielo azzurro, asceso alla destra del Padre. Ma quasi certamente il giglio d’oro dei Reali di
Francia ha origini celtiche; quasi certamente, come in Creta, il giglio d’oro, per i Re dei Clan
celtici, già era simbolo di sovranità come la scure bipenne; e quel simbolo di suprema e divina
giustizia si identificò subito col fiore della salute eterna nato dal connubio tra cielo e terra, tra
lo Spirito Santo e Maria Vergine.

LA SCURE E BRANDELYS
Sin dal tempo della loro conversione al cristianesimo i Re dei Franchi erano soliti rinnovare
il loro giuramento di fedeltà alla Chiesa nella città di Reims. Il Sovrano si recava al tempio ove
già lo attendevano il clero e la nobiltà con il loro orifiamma rosso. Il popolo, invece, lo attendeva
fuori con lo stendardo bianco e nero detto Beaucéan, più tardi ereditato anche dai Templari. Il
colore bianco indicava gli uomini della campagna, gli agricoltori; il nero, invece, i fabbri e i
carbonari: era il mondo dell’industria di allora.

Appena il Sovrano usciva dal tempio veniva ricevuto dai delegati del popolo con i quali si
intratteneva a cena. In tale occasione veniva offerto al Re un abbigliamento completo secondo
l’antico costume dei Celti; quindi gli stessi delegati del popolo armavano il loro Sovrano. Tale
armamento era opera dei fabbri di Langres e si componeva di una scure bipenne celtica e di una
lunga spada a doppio taglio, il cui fodero era ornato con gigli d’oro.

Quella spada era detta BrandeLys. Come è anche troppo noto, Lys in francese moderno
significa giglio; quanto al termine Bran, esso indica la spada e muove dalla radice germanica
BRAD (o BRAND) che ha il senso di bruciare. Brand è dunque la spada in relazione alla tempra
col fuoco. E infatti, proprio all’atto dell’incoronazione, erano le maestranze dei fabbri e dei
carbonari che iniziavano il Re al segreto della tecnica per temperare ed affilare il ferro12! Ecco
dunque il simbolo della scure e il simbolo del giglio di nuovo strettamente uniti e del tutto
presenti alla consapevolezza degli artigiani e dei Sovrani dei Franchi, così come lo erano in
Creta per la regalità minoica.

Quanto alla tradizione germanica, stando alla saga nibelungica, anche Siegfried, prima di
diventare Re e accedere al tesoro custodito da Fafner, deve imparare a fare il carbone e a
temperare il ferro presso l’officina del nano Mime; ma di solito il simbolo della bipenne è
sostituito, nell’araldica germanica, dal simbolo dell’aquila bicefala (Droppeladler) che gli
Asburgo erediteranno dall’Impero Cristiano di Oriente e riproposero al Sacro Romano Impero
Occidentale, corrisponde in pieno, con i suoi due becchi, alle due lame della scure bipenne.

E l’aquila vediamo addirittura sostituire il giglio araldico nelle decorazioni dell’Ordine di S.
Giovanni Battista detto di Malta; infatti, anche oggi, i Cavalieri del priorato di Boemia anziché
alternare i bracci della croce, come è uso per i Cavalieri delle altre lingue, li alternano con
quattro aquile bicefali ad ali spiegate. E alla stessa guisa l’aquila degli Hohenzollern si alterna
ai bracci della croce dei cavalieri luterani dell’ordine di Malta germanico.

I giglio d’oro, invece, si tramandano per tutte le casate succedutesi sul trono di Francia e
discendenti da quelle, come gli Angiò, i Valois e, infine i Borboni; siano essi Borboni di Francia,
di Spagna, di Napoli, di Parma.

FLOS FLORUM

Come abbiamo già accennato all’inizio, il giglio non può considerarsi soltanto simbolo di
castità prescindendo dal suo primordiale senso di sovranità e di giustizia. Anzi, ci sembra addirittura di poter affermare che, solamente nel suo primitivo e metafisico senso di integralità
(che non può non essere prima di tutto sovranità e infallibilità nel giudicare), la castità è
veramente tale; sì da non lasciarsi confondere con la inibizione dei sensi che, della castità,
costituisce solo la parte negativa.

Eppure, anche se non del tutto presente alla consapevolezza degli uomini moderni, il valore
e il senso metafisico del simbolo del giglio ha continuato a seguire l’iconografia della Chiesa.
Lo vediamo infatti allo stato di giglio naturale (e non araldico) nelle icone raffiguranti S.
Antonio da Padova; santo castissimo, ma che usò anche del dono di bilocazione per accorrere,
nel momento istesso in cui predicava in Padova, a far trionfare la giustizia, durante un processo,
con la sua presenza in Portogallo.

E il nome di Antonio – secondo una pseudoetimologia peraltro diffusissima del mondo
cristiano -, dal greco anthos-neos, significa appunto nuovo fiore. E fiore addirittura nuovissimo
non è forse il Messia che giudicherà il mondo? Non è forse il giudice di quel giudizio che in
tedesco si dice appunto Jungste Gericht, vale a dire giovanissimo e, quindi, ultimo?

Non è qui il luogo di discutere sull’autenticità o meno della famosissima profezia attribuita
a S. Malachia Abate, di cui proprio S. Bernardo di Chiaravalle scrisse la vita. Ci limitiamo solo
ad osservare come, stando a tale profezia, è riservato all’attuale Pontefice Paolo VI il titolo di
Flos florum; e lo stemma che già lo stesso Paolo VI aveva ancor prima di salire al santo Seggio
e che oggi si orna della tiara papale, è di rosso ai sei monti d’argento sostenenti tre gigli dello
stesso metallo posti uno su due.

Ci troviamo di fronte, perciò, ad un’arma di quelle che si dicono parlanti; e infatti dal
sostantivo plurale monti si sviluppa il cognome di Montini. Ma è anche vero che, per posizione,
fiore dei fiori è propriamente il giglio più alto dei tre, che sugli altri due emerge.

E d’altra parte lo stemma di Paolo VI, attentamente considerato, si rivela un vero e proprio
arcano del Flos florum; e cioè del Cristo quale Redentore e giudice universale. I monti, visti in
prospettiva, così come appaiono nell’arma, sono sei. E’ lo stesso numero del macrocosmo
corrispondente ai giorni della creazione, ai sei raggi della stella di Salomone e alle sei parti del
giglio nella sua fioritura. Ma se consideriamo la figura vista in pianta ci accorgiamo che l’ordine
inferiore è costituito da otto monti (di cui se ne vedono tre) disposti in quadrato. Indi l’ordine
medio si compone di quattro monti di cui se ne vedono due; mentre il terzo ed ultimo ordine è
costituito da un sol monte posto al centro degli altri quattro e poggiante su di essi. In tutto
risultano, perciò, tredici monti.

E’ questo numero eminentemente cosmico ed è principio di ogni gerarchia: così il Sole tra i
dodici segni dello Zodiaco; così Carlo Magno tredicesimo tra i suoi dodici paladini; così il
Console romano, tredicesimo perché preceduto da dodici littorî; e, soprattutto, il Salvatore,
tredicesimo tra i dodici Apostoli per insegnarsi che il primo ha da considerarsi l’ultimo e servo
di tutti. Ne risulta perciò evidente il simbolo del Cristo quale Pantokrator e giudice universale
secondo il più antico significato del giglio13.

Quanto ai due colori dell’arma del Romano Pontefice: argento (che in araldica è identico al
bianco) e rosso, sono gli stessi del fiore sbocciato dalla verga di Jesse che, per S. Bernardo, era
bianco e vermiglio; e cioè la castità quale integrità, e perciò quale sintesi di tutti i colori
dell’iride nel bianco raggio della luce solare, e il sangue della Vergine che, nelle vene di Gesù,
è stato versato per la redenzione dell’intera umanità.

Ancora una volta, dunque, il fiore dei fiori, il giglio, è fiore di giustizia sovrana; e già prelude
al ritorno del Redentore, che scenderà sulla terra a debellare l’Anticristo. E’ il Flos florum del
Rex regum et Dominus dominantium, fiore nuovissimo della tribù di Giuda, della stirpe di David
e di Salomone, che giudicherà le nazioni con le dodici tribù di Israele per rifiorire ancora nella
creazione ultima di cieli nuovi e nuove terre.

Attilio Mordini