In memoriam | Giovanni Papini

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8 Luglio 1956

Vi sono scrittori che hanno dato al Paese grandezza e splendore con la loro penna, con la loro anima vera, uno di questi può essere considerato Giovanni Papini morto sessanta anni fa a Firenze. Amico fraterno di quel grande  scrittore che è stato Giuseppe Prezzolini con il quale fondò delle riviste letterarie a cui hanno collaborato i più grandi intellettuali del Novecento.

Quando muore uno scrittore dovrebbe essere ricordato da quelli che lo hanno amato, ma soprattutto da quelli che leggendo le sue pagine ne hanno tratto una grande forza. Papini era uno scrittore solitario, uno di quelli intellettuali che si erano innamorati della letteratura fin da bambino. Nel suo caso cominciò giovanissimo e diventò un lettore che non si è mai fermato, uno scrittore che ha raffinato e resa grande la letteratura italiana.

Personalmente mi innamorai di lui grazie ad un libro che mi ha preso il cuore, il cui titolo forse fa paura alla gente: – Un uomo finito – edito dalle meravigliose edizioni Vallecchi di Firenze. Vallecchi era un editore che sapeva scegliere gli scrittori, aveva una collana nella quale comparvero tutti gli uomini di penna più importanti. La collazione delle opere di Vallecchi mi fa compagnia da sempre e vi trovo scrittori come lo stesso Papini, Prezzolini, Comisso, Lisi, Rebora e altri. Il libro che lessi d’un fiato fu proprio – Un uomo finito-.

La storia di questo giovane che si innamora dei libri  e descrive questo suo amore illimitato con parole sincere. I libri gli permettono un affascinate viaggio letterario che gli regala solo delle opportunità, perché i libri lo aiutano a superare la sua solitudine. Descrive – nell’uomo finito – in questo modo  la sua passione: “Ma uno dei momenti più divini della mia vita fu quando ebbi ogni diritto sulla biblioteca di casa. La libreria del babbo consisteva in una rustica cesta di truciolo con dentro poco più o poco meno di cento volumi…. Là mi chiudevo ogni giorno, appena ero libero, e tiravo sua uno a uno, con stupore e circospezione, i libri dimenticati.” Il piacere della lettura si impossessa di lui, lo avvolge, diventa la principale gioia. La lettura di questo libro ti prende e affascina.

Da ragazzo di campagna quale sono sempre stato, l’incontro con questo scrittore mi diede sollievo, trovai in lui un caro amico. Leggendo quelle pagine mi accorsi che non lo avrei mai e poi mai abbandonato. Avevo ricevuto delle risposte alla vita, dei passaggi da condividere. Leggendo Papini mi sentivo meno solo. Viene descritto nel libro l’amore per la campagna, per la vita semplice. Un richiamo che sento anche adesso in questo Paese così diverso e così contrario ai principi  di vita che un tempo erano fondamentali. Il padre gli fa amare la campagna e lo porta con sè nelle sue passeggiate dominate dal silenzio e dall’amore per la natura. “

Mio padre, uomo di poche parole e di curiosità  intellettuali superiori al suo stato, mi portava ogni domenica, fin da bambino, fuor di porta. S’andava via soli, dopo aver mangiato, senza parlare. Il babbo sapeva certe strade solitarie, deserte, fuori di mano,  dove si camminava adagio per ore intere e senza incontrare un’anima. Non sempre, veramente: qualche volta ci si imbatteva in un prete, in un contadino, in una vecchia. Ci salutavano e si tirava di lungo”. Mi è difficile riassumere l’opera di Papini, ma altrettanto difficile per me capire perché lo abbiano isolato, e di lui non si parli molto. Quando penso a Papini lo immagino nella sua sterminata biblioteca che trascorre i suoi giorni scrivendo pagine dense di vita e giudizi sinceri sulla letteratura.

Una sera d’estate andai alla presentazione di un libro di un noto professore universitario che raccontava il suo Novecento letterario. Parlava con facilità di tanti personaggi che aveva conosciuto nel corso della sua vita di professore. Presentava quella sera, la storia della letteratura del novecento, da lui scritta e mi stupii perché tra i grandi personaggi letterari non avesse nominato quello che io consideravo il grande letterato Giovanni Papini. Subito mi disse infastidito che Papini era stato un fascista, e questo lo aveva allontanato dal parlarne. Allora dissi che non si poteva condannare una persona per questo motivo, che avevo letto molti libri di intellettuali  fascisti che avevano onorato con la loro presenza la letteratura italiana. Non lo dissi, ma mi venne subito in mente Giovanni Gentile che fu assassinato dai partigiani e altri uomini straordinari. Il professore, alla fine della conferenza, mi vide e mi invitò ad andarlo a trovare all’università per parlare di Papini, ma non ci andai. Portai a casa il suo libro con la  dedica e vi scrissi a stilografica il nome dello scrittore da me amato: L’accademico  d’Italia Giovanni Papini. Qualche giorno  dopo,  nella mia biblioteca raccolsi tutti i suoi libri e diedi a loro una collocazione più in vista possibile.

Non ho mai abbandonato le pagine di Papini mi hanno fatto compagnia per anni, ho raccolto in tutta la mia vita tutte le sue opere, lo amavo come un caro amico solitario come ero stato io. Sentivo le sue parole, la malinconia che dà il ricordare  il tempo passato. Mi sono rifugiato nei suoi libri per sentire e condividere la sua voce. Ho letto molte testimonianze di persone che lo avevano conosciuto e amato.

Venne alla fine della guerra isolato dall’ambiente letterario, ma da buon cristiano accettò tutto questo. Aveva dato alla letteratura tutta la sua vita. Non temeva il giudizio della gente perché misurava la vita con onestà. In un articolo comparso sul quotidiano il Popolo del 6 febbraio del 1968, scritto da  Ennio Francia, avevo sottolineato alcune righe che credo diano lo spessore di questo artista: “ La scontentezza che nasceva dalla avvertita incapacità di dar consistenza alle proprie ambizioni, provoca la patetica instabilità dei suoi interessi letterari e inasprisce il gusto tipicamente toscano, di venire avanti, di farsi avanti, con piglio gladiatorio, contraddicendo e contraddicendosi, per saltare beffardamente dall’altra parte al primo accenno di consenso. Quando il vertice non s’è potuto toccare, e se ne ha coscienza, una convinzione vale press’a poco l’altra. Magari fosse stato vinto dal timore, cui accenna  Bo, di lasciarsi invischiare nell’ambito di un solo schema! Ci sono dei valori, però, al di là della sfera letteraria e morale ma in connivenza con essa, che erano parte integrante della sua natura.

Quando dopo la guerra si sentì e fu perdutamente un isolato, smise quel piglio  canzonatorio e gladiatorio, e  parve più docile, più a portata di mano. Fu generoso con chi lo aveva offeso e con chi approfittando delle risse della disfatta volle colpirlo alle spalle”. Ebbe una vecchiaia difficile, la malattia che gli tolse anche la possibilità di leggere, passava ore in poltrona con accanto una nipote che gli leggeva libri, e lo aiutava. Nel Corriere della Sera, pochi mesi prima della sua morte, vi scrisse un articolo sulla sofferenza, di una bellezza inimmaginabile. Il dolore non lo aveva piegato, anche se stentava a parlare e  gli occhi non conoscevano più la bellezza di poter leggere autonomamente, e non poteva accarezzare i suoi libri perché relegato in una poltrona. Lasciò parole che andrebbero lette con passione, la stessa passione con cui le ha scritte.  

(di Emilio Del Bel Belluz)

 

La felicità dell’infelice

di Giovanni Papini

“Corriere della sera” 19 febbraio 1956

“Mi stupiscono, talvolta, coloro che si stupiscono della mia calma nello stato miserando al quale mi ha ridotto la malattia. Ho perduto l’uso delle gambe, delle braccia, delle mani e sono divenuto quasi cieco e quasi muto. Non posso dunque camminare né stringere la mano di un amico né scrivere neppure il mio nome; non posso più leggere e mi riesce quasi impossibile conversare e dettare. Sono perdite irrimediabili e rinunce tremende soprattutto per uno che aveva la continua smania di camminare a passi rapidi, di leggere a tutte le ore e di scrivere tutto da sé, lettere, appunti, pensieri, articoli e libri.”Ma non bisogna tenere in piccolo conto quello che mi è rimasto ed è molto ed è il meglio. È bensì vero che le cose e le persone mi appariscono come forme indeterminate e appannate, quasi fantasmi attraverso un velo di nebbia cinerea, ma è anche vero che non sono condannato alla tenebra totale; riesco ancora a godere una festosa invasione di sole e la sfera di luce che s’irraggia da una lampada. Posso inoltre intravedere, quando vengono molto avvicinate all’occhio destro, le macchie colorate dei fiori e le fattezze di un volto. Eppure questi barlumi ultimi della visione abolita sembrano miracoli gaudiosi a un uomo che da più di vent’anni vive nel terrore del buio perpetuo”.”E tutto questo non è nulla a paragone dei doni ancor più divini che Dio mi ha lasciato. Ho salvato, sia pure a prezzo di quotidiane guerre, la fede, l’intelligenza, la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la passione di meditare e di ragionare e quella luce interiore che si chiama intuizione o ispirazione. Ho salvato anche l’affetto dei familiari, l’amicizia degli amici, la facoltà di amare anche quelli che non conosco di persona e la felicità di essere amato da quelli che mi conoscono soltanto attraverso le opere. E ancora posso comunicare agli altri, sia pure con martoriante lentezza, i miei pensieri e i miei sentimenti.”Se io potessi muovermi, parlare, vedere e scrivere, ma avessi la mente confusa e ottusa, l’intelligenza torpida e sterile, la memoria lacunosa e tarda, la fantasia svanita e stenta, il cuore arido e indifferente, la mia sventura sarebbe infinitamente più terribile. Sarei un’anima morta dentro un corpo inutilmente vivo. A che mi varrebbe possedere una favella intelligibile se non avessi nulla da dire? Ho sempre sostenuto la superiorità dello spirito sulla materia: sarei un truffatore e un vigliacco se ora, arrivato al punto della riprova, avessi cambiato opinione sotto il peso dei patiri. Ma io ho sempre preferito il martirio all’imbecillità”. 

Nota: “Giovanni Papini quando scriveva queste cose, non era neppure vecchissimo: aveva 75 anni. Pochi mesi dopo, l’8 luglio 1956, lo scrittore moriva. Un quarto d’ora prima di spirare, testimoniò l’amico Ardengo Soffici, conservava una perfetta lucidità di mente, che gli consentì di ricevere gli ultimi sacramenti dal sacerdote che egli stesso aveva fatto chiamare”.