Rigenerazione Evola | L’eterogenesi dei fini e degli avvenimenti mondiali (prima parte)

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Tratto da RigenerazionEvola


Prosegue il “filone-ombra” con cui cerchiamo di fornire spunti di riflessione più o meno indiretti sulla delicatissima situazione geopolitica in atto, riproponendo articoli di Evola della seconda metà degli anni Trenta o del periodo bellico. Nel febbraio 1940 il barone pubblicò su “Rassegna Italiana” una sorta di giro d’orizzonte sulla situazione della guerra, a distanza di pochi mesi dall’inizio delle ostilità, quando ancora erano lontane le prospettive di un conflitto su vasta scala. L’Italia era ancora in stato di non belligeranza; la Germania, dopo la firma del patto Molotov-Von Ribbentrop nell’agosto 1939, era ancora formalmente vincolata all’Unione Sovietica da un reciproco accordo di non aggressione (che, tramite il noto protocollo segreto aggiunto, disciplinava anche la riorganizzazione dell’Europa orientale secondo le sfere d’influenza delle due potenze). Evola parte dal principio dell’eterogenesi o eterogonia dei fini, elaborato dal filosofo e psicologo tedesco Wilhelm Wundt, in base al quale le conseguenze di un’azione si estendono oltre lo scopo originario previsto e danno origine a nuovi motivi con nuovi effetti, collaterali ed a catena, che a loro volta diventano scopi, dando luogo ad una sorta di “organizzazione” in continua crescita attraverso un processo di auto-alimentazione. Rapportando tale principio a quello dello storicismo, Evola commenta gli eventi in atto, i loro sviluppi ultronei, il rimescolamento geopolitico delle carte, le prospettive su come quel conflitto si sarebbe potuto evolvere nel tempo a venire.

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di Julius Evola

tratto da “Rassegna Italiana”, febbraio 1940

Questa espressione, di sapore un po’ tecnicistico, è stata inventata dal filosofo Wilhem Wundt per indicare tutti quei processi nei quali determinate forze, che perseguono dati fini e si dichiarano per determinati principî, con la loro azione, o direttamente, o indirettamente, finiscono col realizzare tutt’altro. La loro azione, per così dire, li scavalca. Coloro che pensavano di essere gli attori, finiscono con l’apparire degli strumenti; non cause, ma mezzi di fronte ad un fine eterogeneo. Quasi sempre, nel punto in cui ci si accorge della «eterogenesi» del fine, è troppo tardi per ripararvi: per «raddrizzare» il processo, frenare l’azione già in corso o far macchina indietro. Vi è di più: spesso, quasi ad imitazione del caso in cui gli spiriti evocati d’impadroniscano dell’evocatore imprudente, accade che colui che aveva inizialmente determinato l’azione finisce con l’esserne determinato, nel senso che quel fine, che è saltato fuori per «eterogenesi» e domina una corrente che egli non è ormai più in grado di frenare, va a farselo proprio malgrado tutta la differenza fra questo e gli scopi o i principî iniziali e veramente, coscientemente voluti: ed egli allora spinge deliberatamente inanzi il processo secondo la nuova direzione e la nuova finalità.

Wilhelm Wundt 1832 –1920)

In casi del genere può anche darsi che al luogo di una confessione d’impotenza vengano creati dei «miti» vari. Tale è, ad esempio, il mito storico, o quello «realistico». Un conto sono i principî e gli astratti programmi – si dice – un altro è la realtà. Con un «sano realismo» bisogna conformarsi alla realtà; la storia, non pensare di immobilizzarla in schemi preconcetti; e non farsi illusioni sulla portata delle idee e dei programmi teorici. Tali alibi postumi, naturalmente, calzano fino ad un certo punto e lasciano abbastanza bene apparire l’eticità sospetta propria ad una passiva filosofia del fatto compiuto, già per la circostanza che nella storia non tutto si riduce ad «eterogenesi dei fini»: esistono dei casi nei quali l’azione ha condotto ai risultati prefissi, ed allora sarebbe assai difficile decidere se il successo è dovuto a qualcosa, come un intuito o ad una precognizione di ciò che la «storia» voleva, ovvero, più semplicemente, ad una energia sufficiente per non lasciarsi sfuggire di mano l’azione, per imporsi, vincere, paralizzare qualsiasi influenza tendente a condurre su di una direzione diversa e, quindi, a ridurre i fini originari a mezzi rispetto ad altri fini.

Solo nell’avanzare di fronte al mito «storicista» delle precise riserve, si può aver modo di scoprire molte delle influenze occulte in azione nella storia: influenze o impersonali, o connesse a certe forze mascherate agenti dietro le quinte della storia generalmente conosciuta. Lo studio del «differenziale» esistente fra ciò che si voleva e ciò che è accaduto, fra i varî punti di partenza programmatici o ideologici e le loro effettive conseguenze è invero fra i più fecondi per individuare le vere forze agenti nella storia. Già esaminando un documento, il cui valore è stato da noi discusso in altra sede – i «Protocolli dei Savi anziani di Sion» (1) – si vede che la riuscita del piano ivi descritto si baserebbe, appunto, su di un sistema di «eterogenesi dei fini» sia in sede politica che ideologica. Ideologie e partiti politici non avrebbero affatto realizzato quel che i loro apostoli in buona fede si imaginavano, ma solo contribuito alla formazione di un ambiente favorevole al conseguimento dei fini distruttivi che quelle forze misteriose si sarebbero proposti.

Se un periodo storico di tanto più è normale e spiritualmente superiore per quanto meno posto, in esso, occupa l’«eterogenesi dei fini» non ci si può certo rallegrare nei riguardi di quello che l’Europa si trova presentemente a vivere. Anche la migliore volontà di presentire una qualche logica negli avvenimenti che si stanno svolgendo sembra non potere essere che delusa. Potrà anche essere che domani eventi assolutamente nuovi volgano a capovolgere molte prospettive e a farci accorgere che il non trovar nulla dipendeva solo dal fatto di non cercare nella direzione giusta e dall’esser partiti da premesse false. Ma, come a tutt’oggi stanno le cose, l’ambiguità predomina, la nebbia è più forte di ogni forma dai decisi contorni, l’«eterogenesi dei fini» sembra in pieno sviluppo in tutta una serie di casi e di avvenimenti.

Troppo complesso sarebbe l’esame, se dovessimo risalire a Versailles, ove purtuttavia sta la causa prima, la potenzialità, di quanto poi doveva accadere e che in più di un caso si lascia spiegare con una specie di giustizia immanente. Ci limiteremo a questo rilievo. Ormai non si può andar a dire che a dei ragazzi senza esperienza che la Grande guerra a parte le sue origini insite nella lotta per la supremazia mondiale, nella rivalità navale, nella conquista dei mercati, fu la nobile crociata delle nazioni libere e democratiche contro gli aggressori e gli «imperialisti». La Grande guerra fu, si, simultaneamente anche una guerra ideologica, ma meno in nome dei nazionalismi che in nome della rivoluzione mondiale, la quale – come risulta, per citare un solo documento, dalle dichiarazioni del congresso internazionale della massoneria tenutosi nel 1917 a Parigi (2) – si proponeva di far fare ancora un passo avanti alla sovversione cui la Rivoluzione francese aveva aperte ufficialmente , in Europa, le vie, scalzando i regimi definiti insopportabili e oscurantistici, come quelli della Germania imperiale e dell’Austria cattolica e supernazionale.

I leaders degli stati vincitori alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 (da sinistra a destra: Lloyd George, Vittorio Emanuele Orlando, Georges Clemenceau, Woodrow Wilson)

Ma già l’«eterogenesi dei fini» si palesa nel fatto che l’aver riconosciuto nell’Austria, per il suo carattere maggiormente tradizionale e gerarchico, il peggiore «residuo» del mondo da superare, per quanto, materialmente, essa non fosse più pericolosa della Germania, condusse allo smembramento dell’Austria stessa, ma con ciò stesso, attraverso conseguenze imprevedute, ad aiutare esattamente lo sviluppo cui si erano dedicati Federico il Grande e Bismarck; distrutta l’Austria, la Germania – lasciata intatta nel punto in cui la rivoluzione aveva prodotto il maggior effetto desiderato, cioè l’eliminazione del regime degli Hohenzollern – diveniva virtualmente la maggiore potenza dell’Europa centrale, come nel sogno di Federico II e del «Cancelliere di Ferro». Le democrazie occidentali si trovano oggi a constatare questo amaro paradosso, in tutta la sua portata, malgrado la loro originaria intenzione di veder nella pace di Versailles «una guerra condotta con altri mezzi». Il loro atteggiamento sostanzialmente antimonarchico e antitradizionale le ha condotte al risultato opposto. Lo smembramento della Germania, la conservazione dell’Austria, in una forma modificata e, naturalmente, diminuita di alcuni territori, sarebbe stata invece l’unica soluzione logica per uno spirito – qui in senso buono – «realistico», non preso dall’accecamento demomassonico.

Un episodio degli svolgimenti successivi, che merita di esser rilevato, riguarda la Cecoslovacchia. Nel formare la quale, gli alleati si dimenticarono, naturalmente, quel principio delle nazionalità in nome del quale essi avevano smembrato l’Austria. Essi credettero sufficiente il fatto che il nuovo Stato era una repubblica e che il governo di questa repubblica, comprendente un mosaico etnico almeno così variopinto come quello dell’antica Austria, era notoriamente di origine massonica, violentemente opposto a qualsiasi idea tradizionale. Cosi Benes, ufficialmente, ebbe a dichiarare, nei riguardi dell’Austria, che, qualora egli si fosse trovato dinanzi all’alternativa fra la restaurazione degli Asburgo e l’annessione dell’Austria alla Germania, egli avrebbe senz’altro preferito la seconda soluzione. E si comportò di conseguenza. Ma, in verità, «realisticamente», la restaurazione per la Cecoslovacchia non avrebbe costituito un serio pericolo. L’annessione, invece, determinò in buona misura il crollo della Cecoslovacchia, attraverso il risveglio del sentimento nazionale dei sudeti tedeschi, che rese a poco a poco impossibile la convivenza dei varî elementi etnici riuniti nello Stato di Benes e, di grado in grado, condusse ai noti risultati.

Senonchè, anche dall’altra parte, sono andati annunciandosi nuovi motivi di «eterogenesi dei fini». Si tratta, essenzialmente, della congiuntura russo-tedesca. Spinta ad impegnarsi – fino a non più poter tornare decorosamente indietro – nella quistione di Danzica e del corridoio polacco dalla ideologia nazionalsocialista, la Germania è stata condotta ad un effetto che contraddice palesemente un lato importante di tale stessa ideologia, quello secondo cui la Russia sovietica, e non soltanto il comunismo, veniva considerata come un fuori legge, col quale è crimine venire a patti: e a giustificare ciò che la ragion di stato aveva dettato e un complesso di circostanze reso, si può dire, quasi inevitabile per non mettere la Germania in una situazione militare ancor più difficile, si viene ad ammettere proprio ciò che, in precedenza, e con maggior coerenza, i giuristi nazionalsocialisti avevano denunciato come un volgare raggiro, nella enunciazione fatta da parte sovietica, e cioè: la distinzione fra Comintern e comunismo come regime interno russo, fra Stato sovietico russo e Stato comunista, piattaforma della «rivoluzione mondiale» (3).

Note dell’autore

(1) Cfr. la nostra introduzione all’ultima edizione, appunto, dei Protocolli, edita da «Vita Italiana» (Milano, 1938).
(2) Cfr. L. De Poncins, La S. d. N., Super-Etat maçonnique, Paris, 1936.
(3) Si cfr., per questa ideologia abbandonata dalla Germania, l’opera tipica, e di carattere semi-ufficiale: BOCKHOFF, Völker-Recht gegen Bolschewismus, Berlin-Leipzig, 1937.

Nell’immagine in evidenza, La caduta dell’Impero Romano d’Occidente dipinta da Thomas Cole (1836)

segue nella seconda parte