FUOCO 6 | Una volontà di (im)potenza energetica

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Filippo Romeo | Consulente nell’ambito della sicurezza ed esperto di questioni geopolitiche e scenari di rischio del sistema Paese, nonché collaboratore di riviste del settore, sia nazionali che estere.

Le forti e inesorabili perturbazioni in ambito geopolitico ed economico generate dalla crisi pandemica e dal conflitto ucraino condurranno a una totale ridefinizione degli assetti in campo, i cui effetti non tarderanno a farsi avvertire: secondo il parere di autorevoli analisti, si procederà a passo spedito verso la fine della globalizzazione – per come la abbiamo conosciuta nel corso di questo ventennio – e si assisterà alla sua trasformazione in regionalizzazione con la consequenziale ridefinizione delle catene del valore e di perdita di egemonia da parte del dollaro.

Sul fronte asiatico, la Russia andrà sempre più incontro alla Cina. Circa le materie prime e, più in particolare quelle energetiche, si giungerà al pieno consolidamento della tendenza che li ha progressivamente mutati in veri e propri asset bellici, trasformandoli così in armi. Tale aspetto – unitamente all’esplosione della domanda di beni avutasi con la ripresa delle attività produttive e alla crescita dei prezzi dei permessi di emissione di CO2 all’interno del sistema europeo ETS – ha generato un considerevole aumento dei prezzi dell’energia i cui impatti, se non attenuati, potrebbero rivelarsi nefasti visto che i prezzi alti all’ingrosso si traducono in aumenti in bollette, sia per le famiglie che per le imprese.

Per meglio comprendere le dimensioni del problema che sta investendo l’intera Europa, basti considerare che a dicembre del 2021 – quindi ancor prima dello scoppio del conflitto – il prezzo del gas naturale sul mercato spot al TTF (il punto di scambio di riferimento per l’Europa che si trova nei Paesi Bassi) ha registrato un aumento del 500% rispetto all’anno precedente; nello stesso periodo di riferimento il prezzo del carbonio, ossia le quote che le aziende europee si scambiano per ‘compensare’ le emissioni generate dalla combustione di fonti fossili, è più che raddoppiato, passando da 33 a 79 euro a tonnellata di CO2. Tutto ciò ha avuto evidenti ricadute sul prezzo dell’energia che, passando da 61 euro al megawattora a 288 euro, ha fatto registrare un aumento di circa il 400%. Lo scoppio del conflitto ha reso la situazione ancor più tesa e vulnerabile dal momento che l’Europa si rifornisce per circa il 45% del totale di gas importato, a livello comunitario, dalla Federazione Russa, con alcuni paesi, quali appunto Italia e Germania, che si attestano anche al di sopra di questa soglia.

Tuttavia, al momento in cui scriviamo, la cruenta escalation militare e le sanzioni economiche non hanno di certo interrotto le forniture di gas verso l’Europa. Nelle prime settimane di guerra, al contrario, si è registrato un considerevole aumento delle importazioni quasi certamente motivate dalla volontà di accumulare delle riserve, considerato che il rialzo dei prezzi dei mesi precedenti non aveva permesso un adeguato accumulo nei depositi. È evidente che, nonostante si stia consumando il disaccoppiamento di due economie complementari, lo stop generale delle forniture energetiche non conviene né all’Europa né alla Federazione Russa in quanto l’energia costituisce uno degli elementi più consistenti dell’intero architrave economico in assenza del quale è garantito il crollo di entrambi i sistemi e quindi la tenuta sia dei Paesi del vecchio continente che della stessa Federazione Russa. 

Vi è inoltre da aggiungere che tale disaccoppiamento, auspicato ormai da anni dagli Stati Uniti, giunge in una fase cruciale per il continente che, sotto il profilo energetico, aveva appena imboccato la via della transizione energetica. È chiaro che in questa fase, in cui lo scenario della crisi è in continua evoluzione, è difficile valutare se il processo di transizione in atto giungerà a un punto di svolta con consequenziale accelerazione o, contrariamente, subirà un brusco rallentamento. È di certo improbabile che l’Europa possa sganciarsi in un tempo così ridotto dal gas russo, soprattutto adesso che il gas funge da energia ponte. Tale difficoltà diviene ancor più gravosa per Paesi energivori come Italia e Germania. Non è casuale, infatti, che quest’ultima abbia sancito la sua dipendenza da Mosca con la realizzazione del ‘North Stream 2’ il cui processo di approvazione è stato sospeso a seguito dello scoppio delle ostilità. Berlino, inoltre, sotto il profilo infrastrutturale non è pronta a sopperire con il GNL (gas naturale liquefatto) nel caso in cui si dovesse palesare un embargo totale […]

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