Le fiabe tradizionali | Cuib femminile (La leggenda di Colapesce)

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Riprendiamo il nostro appuntamento con le Fiabe Tradizionali dopo la pausa estiva con un omaggio alla terra siciliana.
Un racconto antico che risale al XII secolo. Seppur conclamata come siciliana, le tante varianti riscontrate finora hanno reso la leggenda di Colapesce una storia dell’Italia meridionale e del Mediterraneo. La versione siciliana e napoletana spicca sulle altre. Il protagonista è Nicola: un abile e giovane nuotatore amante del mare e della sua Sicilia.
Una versione famosa della leggenda di Colapesce è quella palermitana. Il protagonista del racconto è Nicola (Cola di Messina), figlio di un pescatore, che fu sopranominato Colapesce per l’abilità natatorie. A ogni emersione il giovane portava con sé racconti straordinari di ciò che osservava e alle volte dei tesori.
La fama di Colapesce giunse all’orecchio del re di Sicilia Federico II di Svevia che volle mettere alla prova il ragazzo…
Parola chiave: FIEREZZA
Buona lettura!

LA LEGGENDA DI COLAPESCE

♪ ♫ La genti lu chiamava Colapisci

pirchì stava ‘nto mari comu ‘npisci

dunni vinia non lu sapìa nissunu

fors’ era figghiu di lu Diu Nittunu ♪ ♫

Nicola fu l’ultimo dei numerosi fratelli: viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare e fin da fanciullo prese dimestichezza con le onde.

Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d’immergersi profondamente nell’acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare alla superficie se non dopo molto tempo. Poteva rimanere sott’acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e così via. La famiglia, a sentire queste meraviglie, lo prendeva per esaltato; ma, insistendo egli a restar fuori di casa, senza aiutare i suoi fratelli nella dura lotta per il pane, e vedendo che egli passava veramente il suo tempo dentro le onde e sotto il mare, come un altro se ne sarebbe andato a passeggiare per i campi, si preoccupò e cercava di scacciare quei pensieri strani dalla testa del figliuolo. Cola amava tanto il mare e per conseguenza voleva bene anche ai pesci: si disperava a vederne le ceste piene che portavano a casa i suoi fratelli, ed una volta che vi trovò dentro una murena ancora viva, corse a gettarla nel mare. Essendosi la madre accorta della cosa, lo rimbrotto acerbamente:

– Bel mestiere che sai fare tu! Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce. 

Quando i genitori rivolgono una grave parola ai figli, Iddio ascolta ed esaudisce. Così doveva succedere per Nicola. Sua madre tentò di tutto per distoglierlo dal mare, e credendolo stregato, si rivolse a santi uomini di religione. Ma i loro saggi consigli a nulla valsero. Cola seguitò a frequentare il mare e spesso restava lontano giorni e giorni, perché aveva trovato un modo assai comodo per fare lunghi viaggi senza fatica: si faceva ingoiare da certi grossi pesci ch’egli trovava nel mare profondo e, quando voleva, spaccava loro il ventre con un coltello e così si ritrovava fuori, pronto a seguitare le sue esplorazioni. Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d’oro e così continuò per parecchio tempo, finché ebbe ricuperato il tesoro di un’antica nave affondata in quel luogo.

La sua fama crebbe tanto, che quando venne a Messina l’imperatore Federico, questi volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce.

Egli si trovava su di una nave al largo, quando Cola fu ammesso alla sua presenza.

– Voglio esperimentare – gli disse l’Imperatore – quello che sai fare. getto questa coppa d’oro nel mare; tu riportamela.

– Una cosa da niente, maestà, fece Cola, e si gettò elegantemente nelle onde.

Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d’oro nella destra. Il sovrano fu così contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui.

Un giorno gli disse:

– Voglio sapere com’è fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l’isola di Sicilia.

Cola s’immerse, stette via parecchio tempo, e quando tornò, informò l’Imperatore.– Maestà, – disse – tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l’altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.

Il sovrano volle sapere com’era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo v

edere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani, ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi.

– Confessalo, Cola, tu hai paura.

– Io paura? – ribatté il giovane – Anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l’altra, bisogna ben morire. Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.

Si gettò a capofitto nel mare, e la gente stava, ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura. Dopo una lunga inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue.

Cola era disceso fino al fondo, dove l’acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, ricacciando via tutti i pesci: che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.

Qualcuno sostiene ch’egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tuttora.

Ci sono anche di quelli che dicono che Cola tornerà in terra quando fra gli uomini non vi sarà, nessuno che soffra per dolore o per castigo.