Alla scoperta dell’Etna, alla scoperta di noi stessi (11 Agosto 2022)

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Ammettiamolo, se avessimo concordato preventivamente il giro programmato in questo suggestivo angolo del più alto ed attivo vulcano di Europa, probabilmente in molti avrebbero nutrito qualche dubbio… eppure, una volta immersi nel pieno di questo trekking estivo, tutti si sono comportati ‘alla grande’.

Partiamo alle 5.30, consapevoli che, anche per quest’anno, non sarà possibile salire al cratere, considerate le condizioni instabili che preannunciano temporali nel primo pomeriggio. Ecco allora il cosiddetto piano B, un bel giro che da quota 1.000 metri o poco più ci dovrà portare fino ai 2.050 metri della Grotta del Gelo. Rappresentata così non sembrerebbe una gita difficoltosa o, comunque, mille metri di dislivello non sono un particolare ostacolo per chi ha un discreto allenamento fisico e frequenta la montagna regolarmente.

Sin dalla partenza, la giornata si preannuncia fresca e la costante presenza di un cielo nuvoloso sono di aiuto nella progressione, tenuto conto che, da queste parti, il caldo intenso è veramente insopportabile, anche alle quote medio alte. Di buon passo, e con una variante non prevista, raggiungiamo prima Case Zampini, superando qualche cambio di pendenza, e poi l’edicola della Madonnina alla quale, in rigoroso raccoglimento, rivolgiamo i nostri pensieri e le nostre preghiere. Il posto è suggestivo, come d’altronde lo è tutto il territorio etneo ove è un continuo alternarsi di boschi di querce, faggi e conifere, colate laviche, secondari coni vulcanici, paesaggi lunari…

In direzione Monte Egitto ci fermiamo per osservare e salutare il sorgere del sole, ‘miracolo’ che quotidianamente si ripete a ricordare che, nonostante tutto, le tenebre non possono mai prevalere. Attraversiamo una prima importante colata lavica, risalente alla fine del XVIII secolo, osserviamo antri e grotte paurose all’interno delle quali scorgiamo inspiegabilmente la presenza di alcune capre, salutiamo ossequiosamente una quercia secolare che da molti secoli è fiera guardiana del territorio. Le sue radici profonde, gambe che conferiscono forza e stabilità nel terreno orizzontale, e le sue fronde imponenti, braccia imponenti che verticalmente si levano al Cielo, stimolano intuizioni propedeutiche al percorso di formazione dell’uomo.

Ognuno assorto nei propri pensieri e fatiche, continuiamo a macinare chilometri fino al momento in cui, percorsa una evidente traccia di sentiero che attraversa l’ennesima ‘sciara’ vulcanica, giungiamo al rifugio di Monte Scavo. Per il gruppo numeroso, formato da circa quaranta persone provenienti da diverse parti d’Italia e che vede la partecipazione di più gruppi escursionistici, è l’occasione per fare una meritata e rifocillante pausa. Ma anche per effettuare una prima scrematura interna: dopo quattro ore di cammino, infatti, alcuni decidono di fermarsi, non certo per spirito di arrendevolezza, ma semplicemente perché, quando si va in montagna, bisogna ascoltare il proprio corpo e riconoscere i propri limiti e, conseguentemente, con senso di responsabilità, evitare di proseguire, al fine di evitare problemi al gruppo.

Terminata la pausa, animati di volontà e determinazione, si riparte per affrontare le circa tre ore e mezza di cammino e gli oltre 10 chilometri di percorso che ci separano dalla meta. I passi regolari e costanti non impediscono di scambiare alcune parole, intervallate da qualche risata, per quanto, man mano che si prosegue, il silenzio e la concentrazione sono i principali compagni lungo il cammino, propedeutici ad osservare la magnificenza della natura e, simultaneamente, a guardarsi dentro ed a meditare.

Senza farsi condizionare dalla fatica della salita e senza lasciar spazio ad eventuali derive sentimentali, l’ascesa in montagna è una grande occasione per essere un tutt’uno col ‘creato’, cogliendo simboli che, spiritualmente parlando, forniscono chiavi di lettura interiori: come dinanzi a quell’immensa e, immaginiamo, essere stata impetuosa, colata lavica che, nonostante la furia distruttiva, non ha impedito ad un boschetto di sempreverdi di nascere, crescere e restare in piedi.

Tra le dure rocce, gli alberi del boschetto hanno avuto la forza di trovare la loro strada e, grazie al nutrimento dell’acqua e soprattutto della luce del sole, hanno intrapreso il loro sviluppo verticale, per quanto le condizioni fossero sfavorevoli o addirittura proibitive. Quanta verità in questo messaggio, rispetto ai tempi attuali ove tutto è sempre più difficile e complesso, in particolar modo per chi non si riconosce nella spietata logica dell’utile, del bisogno e del profitto, tipico di una società materialista, individualista e desacralizzata, per cui ogni cosa, compreso l’uomo o quel che ne rimane, ha solamente un prezzo e non un valore….

Dopo cinque chilometri di strada in discesa, incontriamo un bivio sulla destra per la Grotta del Gelo ed anche qui, nuovamente, decidiamo di dividerci, lasciando ad ognuno la scelta se proseguire o se ritornare al rifugio. Ancora una volta la maturità e la responsabilità dei singoli prevalgono, accompagnate dallo spirito di abnegazione che lascia da parte qualsiasi forma di individualismo per tutelare il gruppo e l’obiettivo comune: laddove il passo di alcuni è troppo lento rispetto a quello di altri, di fronte a condizioni che consentono di separarsi in sicurezza e senza correre rischi, ci dividiamo, con la promessa di ritrovarci nel giro di qualche ora davanti al fuoco scoppiettante del camino del rifugio di Monte Scavo.

Prima nel bosco e poi attraverso la colata lavica, saliamo regolari e senza strappi, consapevoli di avere già quasi sette ore di cammino sulle gambe. Nel mentre, il meteo peggiora a vista d’occhio e le nuvole tuonanti sono sempre più vicine, per quanto ormai manchi veramente poco all’ingresso della grotta. Ci troviamo ad oltre 2.000 metri di quota, sopra le formazioni laviche denominate ‘pahoehoe’, un termine hawaiano che serve a indicare una conformazione lavica molto caratteristica, dalla struttura fluida e ondulata al punto da renderla simile ad una schiuma solidificata.

La tempesta in arrivo ed il paesaggio inospitale conferiscono un fascino ancestrale al luogo, suggestivo e spettacolare ma allo stesso tempo capace di incutere timore. Proseguiamo determinati seguendo gli ometti di pietra che indicano la traccia, fino al momento in cui un bagliore di luce precede il fragoroso rumore della folgore che squarcia il cielo. Le nuvole colme d’acqua corrono veloci, il temporale accelera e ci colpisce completamente: via le racchette, spenti i cellulari, ci fermiamo un minuto per indossare i gusci e le giacche antipioggia.

Tempo dieci secondi e viene giù il ‘finimondo’, non c’è possibilità di proseguire anche se ormai mancheranno circa cinquanta metri in linea orizzontale ma, per questioni di sicurezza, dobbiamo tronare indietro ed anche ‘alla svelta’. Siamo in campo aperto ed esposti alle scariche di fulmini, la pioggia a tratti è quasi grandine e rende la traccia di sentiero praticamente un torrente: veloci, ancora più veloci, dobbiamo tornare verso il bosco, nonostante qualcuno inciampi e qualcuno abbia i crampi. Fortunatamente la parte più intensa del temporale riusciamo a lasciarla alle spalle e completamente bagnati, come fossimo usciti da una piscina, facciamo una pausa nel bosco.

Stanchi ed infreddoliti scendiamo a riprendere la strada all’altezza del bivio ove ci eravamo separati dagli altri e da lì risaliamo i cinque chilometri che ci separano dal rifugio. Probabilmente questa sarà la parte più faticosa ed impegnativa dell’intera gita, perché la strada è lunga ed in salita, a recuperare i 250 metri di dislivello ‘ceduti’ all’andata: come reduci da una battaglia, procediamo in silenzio per un’ora di cammino sotto una pioggia non forte ma costante. Stavolta, il silenzio non è meditativo ma è il riflesso di uno scoramento che avanza ma che non deve prevalere, nonostante ci siano tutte le condizioni per cedervi: stringere i denti e proseguire, di lì a poco un fuoco ristoratore scalderà nuovamente i cuori.  

Ci ritroviamo al rifugio, nell’abbraccio caldo del camino e dei compagni di salita che nell’attesa si sono prodigati a rendere confortevole il nostro ritorno. La pausa è sufficientemente lunga per asciugare quel minimo che basta gli indumenti zuppi d’acqua e per ripristinare il buon umore all’interno della truppa. Si riparte quando sono le 17 di pomeriggio, consapevoli che prima delle 20 non faremo ritorno alla base.

Altri chilometri da percorrere che tuttavia scorrono veloci, nel mentre uno splendido tramonto, prima dell’ultimo bosco di querce, sancisce il termine di una giornata intensa ed avventurosa, interamente dedicata al cammino.

Alla fine, dopo circa quattordici ore e mezza, abbiamo cumulato complessivamente cinquanta chilometri ed oltre 1.600 metri di dislivello, lungo un viaggio che ci ha consentito, passo dopo passo, di entrare ‘dentro’ il vulcano: poco importa se la Grotta non è stata raggiunta, in fondo l’obiettivo non è mai la meta in quanto tale, spesso fonte di nutrimento per l’insaziabile ego, quanto il percorso che la precede, occasione per spogliarsi delle tante ed inutili zavorre interiori che appesantiscono la formazione di un uomo.

Attraverso la volontà e la determinazione, il sacrificio e la rinuncia, lo spirito di abnegazione ed il senso comunitario, attraverso l’apertura di cuore al meraviglioso linguaggio della natura, ci ritroviamo più uomini di prima, consapevoli che tutto questo potrà e dovrà fare la differenza nel momento in cui saremo di ritorno alla pianura. Ricordandosi sempre che “esistono cammini senza viaggiatori, ma vi sono ancor più viaggiatori che non hanno i loro sentieri”.

In alto i cuori!