L’ipocrisia UE sullo ‘stato di diritto’ contro l’Ungheria

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Diamo spazio alle riflessioni di un nostro amico che, nel segno dell’impersonalità tradizionale, ha scelto di rimanere anonimo.
È da anni che l’Ungheria riceve le “attenzioni” delle Istituzioni europee perché in odore di violazioni dello “Stato di diritto”, concetto mai meglio specificato e che ha perso ormai totalmente qualsiasi nesso con il proprio significato originario, per trasformarsi in una nozione “ideale” di Stato di diritto propria di progressisti e liberali (questa, sí, poco compatibile con il vero “Stato di diritto”).
 
Incuriosisce però l’accelerazione del processo che si è avuta in questi giorni e che, come ha fatto sapere la Commissione, potrebbe comportare una sensibile decurtazione dei fondi destinati alla repubblica magiara.          
Non sembra un caso che ciò avvenga nel mezzo del conflitto ucraino, sul quale il premier Orbán ha assunto una posizione diversa rispetto a quella degli altri paesi e dell’UE, perfettamente adesi alla linea anglo-statunitense: critica verso le azioni di Mosca, ma ben lontana dall’estremismo occidentale.
 
Si contestano, nella risoluzione del Parlamento, non di un organo giurisdizionale (curioso, questo “Stato di diritto”, dove sono le maggioranze a voler decidere chi rispetta le regole), criticità nel “funzionamento dei sistemi costituzionale ed elettorale” (beati noi che siamo stati governati dal 2006 al 2018 con l’illegittimo “Porcellum”); nell’indipendenza della magistratura (è noto, infatti, che a parlare di nomine con Palamara ci fosse Orbán); nell’assenza di un “codice di condotta” per i parlamentari che “contempli, nello specifico, varie situazioni che potrebbero dare luogo a un conflitto di interessi” (anche quelli in Arabia Saudita?); nell’”ampia immunità di cui godono i deputati” (mi pareva che lo Stato di diritto contemplasse anche la separazione dei poteri); e ancora si denunciano preoccupazioni su “corruzione e conflitti d’interesse” (Forza Italia ha votato a favore del documento!); privacy e protezione dei dati” (“scusi, lei è vaccinato?”); “libertà di espressione, compreso il pluralismo dei media” (sic!); “libertà accademica” (sic!); “diritti economici e sociali” (austero ma giusto!).
 
“Il governo ungherese”, conclude il documento, starebbe “trasformando il paese in un regime ibrido di autocrazia elettorale” (pare si chiamino così gli ordinamenti in cui i capi del governo sono espressi dal popolo).
 
De da una parte non si può non evidenziare come emergano i limiti della strategia dei paesi ex socialisti, quella di entrare nell’UE come in un “club”, con l’aspettativa di beneficiare del Mercato unico (leggi: investimenti stranieri e prodotti occidentali a condizioni vantaggiose) e di cospicui contributi finanziari, mantenendo piena sovranità sulla politica interna, quando sappiamo bene che l’UE è un catalizzatore politico e giuridico per la promozione dell’agenda globalista; dall’altra, però, non si può non stare dalla parte di uno statista che cerca di perseguire il benessere del suo popolo e di consentirgli di conservare il modello di vita che gli è proprio da secoli. 
 
Io sto con Orbàn, io sto con l’Ungheria.