L’Età dell’Oro (dalle Metamorfosi di Ovidio) – prima parte

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a cura di Alessandro Zanconato

OVIDIO, METAMORFOSI 1, a cura di Nino Scivoletto, UTET

L’età dell’oro fu la prima a nascere: essa spontaneamente, senza giudici, senza leggi praticava la virtù e la giustizia.

Il timore della pena era assente, né si leggevano sulle tavole fissate a muro prescrizioni o sanzioni né la gente implorante aveva paura del volto del proprio giudice, ma tutti erano tranquilli mancando chi punisse.

Non ancora il pino tagliato sui suoi monti era disceso nelle limpide acque, per scoprire terre straniere, e i mortali non conoscevano altri paesi se non il proprio.

Non ancora cingevano le città fossati a strapiombo, non erano in uso la tromba diritta né il corno dal bronzo ricurvo, non gli elmi né le spade: senza bisogno di soldati le genti trascorrevano in tutta sicurezza ozi piacevoli.

Da parte sua la terra libera e non toccata dal rastrello, non solcata dagli aratri, da sé dava tutti i prodotti, e gli uomini soddisfatti per i cibi ottenuti senza sforzo raccoglievano i corbezzoli e le fragole dei monti e le corniole e le more che allignavano sugli ispidi roveti e le ghiande che cadevano dalla vasta pianta di Giove.

La primavera era eterna e i placidi Zefiri accarezzavano con il loro tiepido soffio i fiori nati senza essere stati seminati.

Inoltre la terra non arata produceva anche messi e il campo pur non rinnovato biondeggiava di turgide spighe: da un lato scorrevano fiumi di latte, dall’altro fiumi di nettare, e il biondo miele stillava dalla verde elce.