Rigenerazione Evola | La politica e l’economia

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Tratto da RigenerazionEvola


Torniamo agli articoli di Julius Evola in materia di concezione dello Stato, pubblicati dal barone sul finire degli Anni Cinquanta, con uno scritto dedicato al rapporto tra politica ed economia uscito su “Il Conciliatore” nel 1959, in cui risalta un ampio commento dedicato all’esperienza corporativa fascista, con un breve cenno finale anche alle politiche economiche autarchiche del regime – l’autarchia, tutto sommato, è un tema piuttosto attuale, visto quanto sta accadendo in Europa e nel mondo… – su cui avremo modo di tornare.

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di Julius Evola

Tratto da “Il Conciliatore”, 1959

Avendo considerato, nei precedenti articoli, ciò che dalla dottrina propriamente politica del fascismo può mantenere il suo valore dal punto di vista della Destra, fuor di ogni mitologizzazione, passeremo, in quest’ultimo scritto, al piano in cui politica ed economia s’incontrano.
Il significato del fascismo sta essenzialmente nel suo aspetto politico; solo subordinatamente nel suo aspetto economico-sociale, perché dal punto di vista tradizionale e di una vera Destra i problemi economico-sociali in senso stretto non possono essere assolutizzati, debbono essere sempre considerati nel posto che ad essi spetta nell’insieme di una più vasta gerarchia di valori e di interessi. E questo è stato anche il punto di vista – da accettare – del fascismo, mentre è la premessa di un qualsiasi antimarxismo coerente.

Il sistema corporativo, se lo si giudica in base alla sua esigenza fondamentale, rappresenta indubbiamente un aspetto positivo del fascismo. Tale esigenza era, in primo luogo, di combattere il regime di incompetenza proprio della democrazia assoluta, di sostituirvi un principio di rappresentanze differenziate (rappresentanze di corpi, come negli Stati tradizionali), facendo inoltre valere l’idea dello Stato come regolatore e moderatore dell’economia, con particolare riguardo per gli antagonismi esistenti fra i monopoli del capitale, delle merci e delle forze del lavoro in regime di assoluto liberismo.

In secondo luogo, il corporativismo come esigenza mirava ad una ricostruzione organica dell’economia attraverso la ripresa, entro vasti quadri, adeguati all’economia moderna, dello spirito che aveva già animato le antiche corporazioni ed anche le unità aziendali prima che esse venissero pregiudicate da un lato dalle prevaricazioni del tardo capitalismo, dall’altro dall’intossicazione marxista diffusa fra le masse operaie.

Solo che una tale esigenza nella prassi del regime fascista non fu realizzata che a metà. Nel corporativismo fascista sussistette un residuo classista perché – anche a causa delle origini del movimento fascista e perfino dei precedenti personali di Mussolini – non si ebbe il coraggio di assumere una posizione nettamente antisindacalista; il sistema fascista anzi statuì legislativamente il doppio schieramento dei datori di lavoro e dei lavoratori, dualità che non fu superata dove avrebbe dovuto esserlo, cioè all’interno delle stesse aziende, mediante forme organiche originali e un nuovo regime di solidarietà, bensì in sovrastrutture statali poco efficienti e spesso parassitarie, informate da un pesante centralismo burocratico. Che, rispetto al fascismo del Ventennio, le posizioni del secondo fascismo, con la cosiddetta «socializzazione», col confermato e ampliato riconoscimento del sindacato e col resto, abbiano rappresentato un passo indietro – occorre appena rilevarlo. Un passo avanti, e un esempio da tenere maggiormente presente, lo rappresentò, se mai, la legislazione nazionalsocialista del lavoro, la quale escluse il sindacalismo e dimostrò come anche su tale base si possa venire ad una ricostruzione organica e efficiente dell’economia, con adeguata soddisfazione delle esigenze di una «giustizia sociale» rettamente intesa, anziché in funzione di una demagogia legalizzata (come oggi in Italia). Di passata, si può rilevare che nello stesso attuale «miracolo economico tedesco», le cose, per quel che riguarda la struttura essenziale delle aziende, sono rimaste più o meno come prima, malgrado un diverso regime politico e un largo margine di decentralizzazione e di libera iniziativa.

Comunque, dal punto di vista della Destra si può raccogliere, dal corporativismo fascista, da un lato il principio di una solidarietà anticlassista nell’ordine produttivo, con superamento sia di liberalismo assoluto che di marxismo in una concezione organica, dall’altro il principio di un regime delle competenze, tenuto ad avere una valenza anche politica per via della Camera Corporativa sostituentesi al Parlamento democratico. Ciò che da alcuni, in questo campo, è stato considerato come un difetto del fascismo, e quasi come un arresto della «rivoluzione sociale», va invece ascritto a suo merito. Il fascismo si è opposto alla scalata dello Stato da parte dell’economia, alla riduzione dello Stato alle corporazioni (è il cosiddetto «pancorporativismo» affiorato nel congresso corporativo di Ferrara). Il primato del principio politico rispetto all’economia, mantenuta nella sua condizione normale di semplice ordine di mezzi, fu riconosciuto ed affermato – e questo può valerci come il suo messaggio positivo. Se qua e là si affacciò la formula assurda dello «Stato del lavoro», e se qualcuno, portato da un insieme infausto di circostanze ad avere una certa autorità nel fascismo, non pago di aver messo avanti la formula deviata dello «Stato etico» (lo Stato pedagogo per dei minorenni spirituali), ad essa aggiunse quella ancor più deprecabile dell’«umanesimo del lavoro», tutto ciò può essere riferito alle scorie, alle parti caduche, non a quelle essenziali e valide del fascismo.

Passando ad un altro punto, riguardante ora la economia non soltanto nazionale, si sa che agli ambienti più vari oggi è comune il condannare il principio fascista dell’autarchia. Su ciò, non si può essere del tutto d’accordo.
Nell’ambito delle nazioni non meno che in quello delle persone non vi è bene maggiore della libertà, della indipendenza. Si sa che il concetto di autarchia proviene dall’antichità classica, dalle scuole stoiche, ove esso valse come un imperativo dell’etica dell’indipendenza e dell’autosovranità: valori questi, per difendere i quali doveva eventualmente valere come norma l’abstine et substineIl principio fascista dell’autarchia era una specie di estensione di cotesta etica al piano economico-nazionale. Se necessario, tener relativamente basso il tenore generale della vita, ma essere al massimo liberi dai vincoli del capitale e dell’economia straniera – questa è una idea sana e virile. Nel caso di una nazione dalle risorse naturali limitate, come l’Italia, un regime di autarchia e di austerità nel quadro di una equilibrata economia di consumo anziché di produzione sforzata e di economia del superfluo, va opposto a ciò di cui oggi si ha lo spettacolo: apparente prosperità generale e spensierato vivere alla giornata al di sopra delle proprie condizioni, presso ad un pauroso passivo del bilancio statale, ad una estrema instabilità economica, ad una progrediente inflazione e all’invasione del capitale straniero – invasione che oggi porta spesso la graziosa, ipocrita etichetta di «aiuti per lo sviluppo delle zone depresse».

Naturalmente, non si tratta di esagerare nel senso opposto. Basta attenersi a ciò che può suggerirci l’analogia del comportamento di un vero uomo. Questi può promuovere lo sviluppo delle forze del corpo e il benessere corporeo, ma non si fa servo di esse, quando sia necessario le frena e le fa obbedire ad una istanza più alta, anche a prezzo di sacrifici: e lo stesso, qualora si presentino compiti che richiedono una particolare tensione. Non diversi sono i rapporti che debbono intercorrere fra il principio politico di uno Stato nazionale organico e il mondo dell’economia. Come è chiaro, tali rapporti sono irrealizzabili senza il presupposto di un sopraelevato principio di autorità. Ed è così che anche per tal via siamo ridotti a quel che, secondo quanto si è visto nei precedenti scritti, ci è apparso essere essenziale e non caduco nel movimento fascista: il ritorno all’idea del vero Stato, della sua sovranità e della sua autorità in un sistema di adeguate strutture.

Nell’immagine in evidenza, Ambrogio Lorenzetti, “Allegoria del Buon Governo” (1338-39)