La banalità del brutto: il caso del Sacro Monte di Varallo

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da un nostro lettore


Nel mese di settembre il Sacro Monte di Varallo Sesia, un santuario del XV secolo che presenta diverse scene della vita di Cristo con statue a grandezza naturale distribuite in una quarantina di cappelle, è stato scelto dalla galleria d’arte UMA di Novara come locazione per l’esposizione temporanea di arte moderna “Contatto”.
Premettendo che in linea di massima tendiamo ad essere contrari all’uso degli spazi sacri a scopi profani, la presentazione dell’iniziativa firmata da Jessica Cazzola prometteva «un dialogo tra le antiche architetture del luogo e le opere appositamente realizzate da Canemorto (sic.), Anna Capolupo, Matteo Giuntini e Giacomo Cossio, per inserirsi nelle arcate delle preesistenti cappelle […] L’intero progetto vuole mettere in contatto passato e presente ed evidenziare la matrice artistica che ha caratterizzato le vicende storiche dell’essere umano»; dunque, pur con un certo scetticismo, abbiamo deciso di dare una possibilità a questa proposta.
Ebbene, abbiamo constatato di persona come il titolo dell’esposizione non fosse per nulla azzeccato: le opere dei giovani artisti, realizzate per lo più su grandi pannelli appesi sopra gli ingressi delle cappelle di Piazza dei Tribunali (ovvero lo scenario delle prime fasi del processo contro Gesù) più che entrare in “contatto” con le opere più antiche creano un effetto di sgradevole disturbo: così come un colpo di tosse disturberebbe l’esecuzione di un preludio di Wagner, o la chiazza di icore di un insetto schiacciato disturberebbe la lettura di una pagina di Guido Guinizelli.
Non si capisce bene infatti che altro potrebbero fare una palma e un gruppo di piante da vaso dipinte di rosa, un orso con le ali in mezzo a delle esplosioni, dei mostri deformi che forse vorrebbero parodiare un trittico francescano e dei “cosi” coloratissimi e più o meno astratti (tra cui una mano che stringe delle stelline scintillanti da festa di compleanno degli otto anni e quella che pare una scatoletta per dentiere), se non disturbare la fruizione di uno spazio che non è solo dedicato alla contemplazione puramente estetica dell’arte, ma è anche luogo di pellegrinaggio per i fedeli che vogliono accostarsi al Mistero della vicenda umana e divina del Redentore.
Già Julius Evola aveva fatto notare, a proposito dell’ “arte d’avanguardia”, come «il valore e il significato di essa si riducono a quelli di una rivolta e di una sensibilizzazione del processo dissolutivo generale. Le sue produzioni sono spesso interessanti, ma non dal punto di vista artistico, bensì appunto come indici del clima della vita moderna; rispecchiano una situazione di crisi […] ma non danno luogo a nulla di costruttivo, di stabile, di durevole» (Cavalcare la Tigre, p. 136).
Ebbene, qui siamo se possibile ad una fase ancor più avanzata di dissoluzione: ad un arte che non riesce effettivamente a suscitare più alcuna sensazione, nemmeno di orrore, incertezza, spaesamento e disgusto, ma nella sua grottesca inconsistenza è come una barzelletta raccontata male che cada nel vuoto; un’arte assolutamente impotente, banale e a tal punto ripiegata su sé stessa che malgrado tutte le pretenziose dichiarazioni di accademici prezzolati non è più in grado di entrare in una qualsiasi forma di dialogo, sia pure polemico o di contrasto, con la bellezza, la maestà, la purezza, la pura potenza espressionistica dell’arte antica; quell’arte che quasi intuitivamente assolveva ad una funzione anagogica, e che traeva le sue motivazioni interne da una ben più alta concezione della Vita e dello Spirito.
Qui non c’è contatto, solo una rabbioso e malcelato odio per il Sacro, comunque anodino e senza effettiva capacità di provocazione o denuncia: nel migliore dei casi solo un fastidio, come quello che avremmo provato se le cappelle fossero state avvolte da teloni e ponteggi per un lavoro di restauro.
Certamente nel suo piccolo anche un episodio di questo tipo si fa rappresentante di quella mobilitazione generale delle forze internazionali della sovversione contro tutto ciò che è legato al mondo della Tradizione; eppure proprio qui traspare chiaramente come ogni apparente vittoria di tali forze non possa che essere temporanea, come l’ora più oscura della notte non abbia altra ragione d’essere che rendere ancora più splendido e trionfale il ritorno della Luce.
Gli edifici del Sacro Monte, eretti dalla fede pura e schietta delle genti di montagna, continueranno a elevarsi verso il Cielo più alto, per indicare la Stella Polare e la via del ritorno verso Casa; le cosiddette “opere”, dopo aver salutato lo sguardo annoiato e indifferente di qualche visitatore di passaggio, sono state smantellate e riconsegnate ad un nulla dal quale, dopo tutto, non sono mai emerse per davvero.