“Noi e i popoli delle Ande. Quel misterioso ponte” – Intervista a Mario Polia

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Intervista a Mario Polia – Le somiglianze tra la cultura europea-cristiana e quella di Aztechi, Maya e Inca ricostruite dall’antropologo Mario Polia protagonista delle spedizioni Ligabue in America: dal mito della creazione al diluvio, dai sacrifici umani all’eucarestia

Adriano Favaro

da Il Gazzettino di mercoledì 12 ottobre 2022


«Il mondo fu creato nell’oscurità, senza luna né stelle. Dopo aver creato il mondo il “creatore di tutte le cose” creò gli uomini a sua somiglianza, ordinò di vivere senza discordia, di conoscerlo e servirlo. Impose loro un precetto e disse che sarebbero stati castigati se l’avessero infranto. (…) Piovve per sessanta giorni e sessanta notti e ogni cosa creata si affogò e rimasero solo alcuni resti. (…) Terminatosi il diluvio la Terra si asciugò».

Sembra di averlo già letto. Invece è impossibile, o quasi, per moltissimi di noi perché queste parole sono state raccolte in Perù nel 1572 da Pedro Sarmiento de Gamboa. È navigatore, astronomo e poeta spagnolo, un conquistador: ma anche un intellettuale che raccoglie – dalla voce degli indio peruviani – nella sua Historia Indica testimonianze come quella letta della creazione.

Anche se le celebrazioni per le colombiadi sono congelate qualche antropologo non ha smesso di indagare sul quel “mondo che non c’era”. Così basta entrare nella libreria del Santo a Padova e scoprire – i frati di Sant’Antonio se ne intendono – un libro uscito di recente Le tradizioni religiose andine. Aztechi, Maya e Inca, (edizioni Mediterreanee, 19,50 euro), di Mario Polia, antropologo, archeologo romano che, per decenni, grazie anche al mecenatismo del veneziano Giancarlo Ligabue, ha potuto analizzare usi e rituali contemporanei e antichi delle popolazioni centro americane e andine.

Polia, eravamo abituati a crude storie di cuori estratti, cannibalismo, magie, esoterismo. Scopriamo una creazione simile alla Bibbia, il diluvio universale, l’idea di immortalità e anche, come vedremo, una “comunione” molto assomigliante a quella del mondo cattolico.

«Pochi di noi le conoscono. Ho insegnato tredici anni alla Pontifica università gregoriana e ricordo ancora lo stupore del decano gesuita: “Polia mentre noi abbiamo speranza di finire in Paradiso lei mi dice che gli orientali – zen o buddhisti – fanno voto di non entrare nel Nirvana finché l’ultimo filo d’erba non sia diventato Buddha”. Vero, rispondo. Rimase sbigottito. Non sapeva né di Oriente né di Americhe».

Scrive che il creatore, nella cultura Maya, prima fa gli uomini di fango, ma trovandoli ‘mollicci’ li costruisce di legno, popoleranno la Terra.

«Singolare, vero? Nel sistema religioso amerindo gli dèi si aspettano di essere adorati e alimentati: danno la forza vitale del sole e della pioggia; e la salute. Ma consumano energia e devono essere riforniti. L’uomo sorto dal legno? Un mito creativo: gli dèi nelle storie antiche fanno prototipi di esseri umani; si fermano quando l’uomo apre la bocca ed è capace di lodarli».

Il diluvio?

«È mito diffuso, presente anche nella selva amazzonica nelle tribù Jvaro. Il diluvio esiste anche nella cultura andina dei Chachapoya studiata da Ligabue e Kauffman Doig nel 1985: memoria dell’ultimo disgelo».

Dove ha trovato tutto quel materiale?

«Alcune memorie fondamentali sono ancora conservate in parti delle popolazioni, veri archivi viventi: bisogna camminare mesi per incontrarli. Alcune delle fonti principali le ho tradotte in italiano, come quella di Cristobal de Molina, parroco spagnolo del Cuzco che nel 1574 confessò gli ultimi sacerdoti Inca trascrivendo fedelmente la loro visione del mondo. Mandò tutto al suo vescovo spiegando che quella gente aveva valori importanti».

Quando si trovavano inquietanti somiglianze, tra la parola cristiana e quella india?

«Ai tempi della conquista alcuni le descrivevano come opere del diavolo; altri precisavano che dio dava agli uomini le conoscenze per verità comune. Ma – mentre gli indio assorbivano, spesso con varie forme di sincretismo, alcune convinzioni religiose cristiane – i conquistadores avevano solo intenzione di distruggere quei mondi antichi per sostituirli con il nostro. E poi molti preti e sacerdoti non capivano le raffinate visioni religiose di quelle culture».

Impegnativi i colloqui con gli anziani delle Ande o degli altopiani messicani?

«Dopo aver letto i testi nello spagnolo de11600 si devono affrontare le lingue quechua e nahuatl, perché solo la lingua originale offre chiavi di interpretazione».

Cosa ha trovato?

«Due anni di lavoro nell’archivio della Congregazione di Gesù a Roma e incontro il manoscritto del 1592 di Andrea Lopez del Collegio gesuitico del Cuzco, Perù. Riporta i racconti degli indios su Eldorado e parla anche di una località chiamata Paititi, a dieci giorni di cammino da Cuzco, la capitale incaica: un mito che continua ancora adesso. Nessuno conosceva quelle carte».

Ci spiega il “doppio animico” amerindio?

«La loro antropologia non è molto diversa dalla nostra. L’essere umano andino, per esempio è fatto di spirito ma anche di sombra. La parte che va al di là della sfera sensoriale, dove però lo sciamano può agire: lui può tirarla fuori dal corpo usando canto, danza, strumenti o allucinogeni. Anche il sogno fa uscire di notte dal corpo la sombra. E nel momento della morte lo spirito della persona raggiunge l’ultraterreno ma la sombra resta nei luoghi dove è vissuta».

In caso di forte spavento la sombra si separa dal corpo. E questo evento si chiama, in spagnolo, susto. Mia nonna, veneta, quando la irritavo mi chiedeva di non sustarla o sustegarla.

«La parola susto nelle popolazioni andine indica emozione improvvisa e non controllata, un trauma psichico. Provoca tra l’altro crisi di angustia, rabbia, amnesia, anoressia, perdita di identità, insonnia e tanto altro. Per guarire loro ricorrono al curandero che li cura, solo se hanno fede. È ancora da costruire un ponte tra la nostra e le loro culture, intimamente sopravvissute, nonostante cinquecentotrenta anni dalla conquista».

Il mondo andino stupisce anche perché la natura è animata.

«Pacha Kamaq è l’essere che nel mondo andino che ha dato ordine e forma alla Terra: ma ogni essere nel cosmo ha propria forma di coscienza, dal cristallo agli dèi protettori delle vette: non mi stupisce che sulle Ande qualcuno possa parlare con alberi o animali».

Il sacrifico umano però…

«C’è da superare l’orrore che questo provoca in noi; anche se gli ultimi sacrifici umani dei romani risalgono al tempo dei Cesari. Il cristianesimo supererà il sacrifico umano mettendo dio a rappresentare il sacrificio».

Chi meglio ricostruisce il senso del sacrificio umano amerindio?

«Il missionario spagnolo Bernandino de Sahagún che lascia un’opera preziosa, il Codice Fiorentino: si informa su tutto del mondo Azteco, dai sogni a come cacciano o pescano. E ovviamente sulla tecnica del sacrificio e sul significato profondo. Lui aborrisce quel gesto ma vuole sapere e dice che era convinzione che una divinità entrasse nella persona. Il sacrificio della vita umana “nutre” gli dèi affinché essi, a loro volta, concedano agli uomini vita e nutrimento».

De Sahagún scrive del rito chiamato teoqualo, cioè mangiare dio. Un evento che interesserà anche lo psichiatra Carl Gustav Jung.

«Tra i popoli amerindi quello messicano degli aztechi è quello che capì la profondità dell’eucarestia. Quando arrivano i missionari loro già ritualizzavano – in una sorta di approssimazione barbarica – la volontarietà di dio che permette all’uomo di ucciderlo e mangiarlo».

Soprattutto nelle Ande, ad Huancabamba lei ha frequentato molti curandero.

«Ad uno, vivente, Alfonso Garcia, chiesi ripetutamente come fosse fatto il mondo. Mi rispondeva: è scritto nella Bibbia. Ad un certo punto smetto e annoto: qui si è perso ogni mito della fondazione. Dieci anni dopo mentre beviamo un caffè mi dice: ma lei vuole ancora sapere chi ha fatto il mondo? Gli recito la Genesi. Vero, replica, ma noi abbiamo ancora un’altra storia…».