L’Età del Bronzo e del Ferro (dalle Metamorfosi di Ovidio) – terza parte

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(A cura di Alessandro Zanconato)

La terza che succedette a quella fu l’età del bronzo, più violenta per carattere e più incline alle armi crudeli; tuttavia non al colmo della perversione; l’ultima si formò dal duro ferro.

Subito si riversò su quell’età del peggior metallo ogni nefandezza, scomparvero pudore, sincerità, lealtà; al loro posto subentrarono le frodi, gli inganni, le insidie e la violenza e la scellerata cupidigia di ricchezze. Il navigante alzava le vele ai venti, nonostante che ancora non li conoscesse bene, e quegli alberi che a lungo si erano innalzati sugli alti monti, trasformati in carene sobbalzarono sopra mari sconosciuti, e uno scaltro agrimensore assegnò lunghi confini alla terra, prima comune a tutti al pari della luce del sole e dell’aria.

E non soltanto alla terra feconda si chiedevano le messi e gli alimenti necessari, ma si penetrò nelle viscere della terra, e si cavarono fuori quelle ricchezze che il dio aveva nascosto e collocato vicino alle ombre stigie, sicché furono stimoli per una mala condotta; e comparve il ferro malefico e l’oro più malefico del ferro: nacque la guerra, che combatte servendosi di entrambi quei due malanni e che brandisce le armi fragorose con la mano macchiata di sangue.

Si vive di rapina; il forestiero non può fidarsi dell’ospite, né il suocero del genero, anche l’affetto tra i fratelli è raro. Il marito agogna la morte della moglie, questa del marito; le spietate matrigne preparano livide pozioni velenose; il figlio indaga sugli anni del padre prima del tempo.

Giace sconfitta la benevolenza e la Vergine Astrea abbandona, ultima dei celesti, le terre grondanti di sangue. 

(Traduzione a cura di Nino Scivoletto, UTET)

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