“Boris” (la serie) è tornata: non delude ed è più politicamente scorretta che mai

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Dopo ben dodici anni di attesa da parte di un ridotto, ma tenace, pubblico di aficionados, qualche giorno fa è tornata sugli schermi  “Boris”, la serie  «arci»-italiana, con la sua quarta stagione. Non vogliamo parlare della comicità irriverente e dissacrante e dei suoi tempi comici azzeccatissimi, perché lasciamo il giudizio finale allo spettatore che potrà godersi battute al vetriolo e tanto altro, senza fare spoiler.
Quel che più colpisce è che, ancora una volta, la comicità ispirata all’assurdo e al grottesco, diventi nel nostro Paese lo strumento migliore per raccontare (e denunciare) l’involuzione dello scenario politico e sociale dei nostri tempi. Non bisogna scomodare il ciclo di “Fantozzi” per comprendere come, spesso, in Italia siano state opere di assoluta comicità ad essere poi, col tempo, più seriamente comprese anche come opere di denuncia e riflessione sociale. “Boris” non ha forse simili velleità o possibilità retrospettive, tuttavia, come sismografo di una società allo sbando funziona benissimo.
Partiamo dallo scenario politico che fa da sfondo allo svolgersi della serie che racconta, ancora una volta, una sorta di backstage e dietro le quinte permanente di una fantasiosa produzione televisiva (dedicata alla vità di Gesù) alle prese, a sua volta, proprio con la registrazione di una serie tv. In Boris4, infatti, non c’è più il berlusconismo rampante delle prime tre stagioni, dominato dalla lottizzazione e dalle logiche un po’ Prima Repubblica in cui la fantomatica “rete” (cioè il canale televisivo pubblico che commissiona la realizzazione della serie in cui i protagonisti sono impegnati) è coinvolta.
Ora, siamo nell’era della politica tecnocratica alimentata dalla retorica populista dei social. Cambia l’interlocuzione e il destinatario finale nonché il committente: con l’avvento delle piattaforme di streaming video rese possibili dalla diffusione di internet “per tutti”, il “padrone” non è più un uomo dei partiti ma è ora un misterioso algoritmo di una piattaforma di streaming (tipo NetFlix) che decide le sorti della produzione e impone stravolgimenti di sceneggiatura per essere sempre più inclusivo. Nascono così divertenti stratagemmi per fare dell’apostolo san Marco un cinese, imporre varianti ispirate alla “diversity” o mielosi amori “teen”, impossibili nella Palestina di duemila anni fa ma doverosi per assecondare le esigenze di marketing.
A ben vedere, si tratta esattamente degli stessi dogmi “woke” che ci obbligano a vedere oggi sugli schermi un hobbit africano o una Fata Turchina maschile e pelosa. E che dire dell’algoritmo che, come un oracolo, decide dei gusti del pubblico e di cosa questo deve (o non deve) apprezzare? Con tutto questo antirazzismo, inclusione e multiculturalismo forzato si candida ad essere lo specchio dei nostri tempi: tempi ultimi, per la precisione.