René Guénon – Il Cristo Sacerdote e Re

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Pubblichiamo questo interessantissimo articolo di René Guénon, sulla figura di Cristo Sacerdote e Re che, in particolare per i nostri lettori di fede cattolica, potrà rappresentare un ottimo spunto di meditazione in vista della solennità di Cristo Re dell’universo, che avrà luogo la prossima domenica, precedendo la prima domenica di Avvento.
Il contributo è estratto dalla raccolta di scritti di René Guénon, edita da Mediterranee, La Tradizione e le tradizioni.

 

Tra i numerosi simboli che sono stati applicati a Cristo, e dei quali molti si ricollegano alle tradizioni più antiche, ce ne sono di quelli che rappresentano soprattutto l’autorità spirituale, sotto tutti i suoi aspetti, ma ce ne sono anche di quelli che, nel loro uso abituale, fanno più o meno allusione al potere temporale. È così che, per esempio, si trova di frequente posto nella mano del Cristo, il “Globo del Mondo”, insegna dell’Impero, vale a dire della Regalità universale. Il fatto è che nella persona del Cristo, le due funzioni sacerdotale e regale, alle quali sono collegate rispettivamente l’autorità spirituale ed il potere temporale, sono davvero inseparabili l’una dall’altra; tutte e due gli appartengono, eminentemente e per eccellenza, come al principio comune dal quale esse derivano, l’una e l’altra, in tutte le loro manifestazioni. 

Senza dubbio, può sembrare che, in modo generale, la funzione sacerdotale del Cristo sia stata messa più particolarmente in evidenza; questo si comprende, perché lo spirituale è superiore al temporale, e lo stesso rapporto gerarchico dev’essere osservato tra le funzioni che a loro corrispondono rispettivamente. La regalità è veramente di “diritto divino” fintanto ch’essa riconosce la propria subordinazione rispetto all’autorità spirituale, che sola può conferirle l’investitura e la consacrazione che le danno la sua piena ed intera legittimità. Tuttavia, da un certo punto di vista, si possono anche considerare le due funzioni sacerdotale e regale come, in qualche modo, complementari l’una dell’altra, ed allora, benché la seconda; a dire il vero, abbia il suo principio immediato nella prima, c’è tuttavia fra loro quando le si considera come separate, una sorta di parallelismo. In altri termini, dal momento che il sacerdote di solito non è allo stesso tempo re, è necessario che il sacerdote ed il re traggano i loro poteri da una fonte comune; la differenza gerarchica fra i due consiste nel fatto che il sacerdote riceve il suo potere direttamente da questa fonte, mentre il re, a causa del carattere più esteriore e propriamente terrestre della sua funzione, non può ricevere il suo se non attraverso l’intermediazione del sacerdote. Costui, in effetti, gioca veramente il ruolo di “mediatore” tra il Cielo e la Terra; e non è senza motivo che la pienezza del sacerdozio ha ricevuto il nome simbolico di “pontificato”, perché, così come dice anche San Bernardo, “il Pontefice, come indica l’etimologia del suo nome, è una specie di ponte tra Dio e l’uomo” (1). Se dunque si vuole risalire all’origine prima dei poteri del sacerdote e del re, è solo nel mondo celeste che la prima si può trovare; questa fonte primordiale dalla quale proviene ogni autorità legittima, questo Principio nel quale risiedono ad un tempo il Sacerdozio e la Regalità supreme, non può essere altro che il Verbo Divino.

Quindi, il Cristo manifestazione del Verbo in questo mondo deve essere veramente allo stesso tempo sacerdote e re; ma, cosa che può sembrare strana a prima vista, la sua filiazione umana parrebbe designarlo anzitutto per la funzione regale e non per la funzione sacerdotale. Egli è chiamato il “Leone della tribù di Giuda”; il leone, animale solare ed emblema regale di questa tribù e specialmente della famiglia di Davide che è la sua, diventa così il suo emblema personale. Se il sacerdozio ha la preminenza sulla regalità, come si spiega che il Cristo sia nato in questa tribù regale di Giuda e in questa famiglia di Davide, e non nella tribù sacerdotale di Levi e nella famiglia di Aronne? È un mistero di cui San Paolo fornisce una spiegazione in questi termini: “Se il sacerdozio di Levi, sotto il quale il popolo ha ricevuto la legge, avesse potuto rendere gli uomini giusti e perfetti, che bisogno ci sarebbe stato che si ordinasse un altro sacerdote, che fosse chiamato sacerdote secondo l’ordine di Melchissedec, e non secondo quello di Aronne? Ora, essendo stato cambiato il sacerdozio, è necessario che anche la legge sia cambiata. In effetti colui a cui sono predette queste cose è di un’altra tribù, nella quale nessuno ha mai servito l’altare, poiché è certo che nostro Signore è venuto da Giuda, che è una tribù alla quale Mosè non ha mai attribuito il sacerdozio. E questo appare ancora più chiaramente per il fatto che si ordina un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchissedec, il quale non è affatto sancito dalla legge di un’ordinanza e da una successione carnale, ma dalla potenza della sua vita immortale, così come afferma la Scrittura con queste parole: ‘Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchissedec’” (2).

Così il Cristo è sacerdote, ma per diritto puramente spirituale; egli lo è secondo l’ordine di Melchissedec, e non secondo l’ordine di Aronne né a causa della successione carnale; in virtù di questa, è la regalità che gli appartiene, e ciò è del tutto conforme alla natura delle cose. Ma, d’altronde, il sacerdozio secondo l’ordine di Melchissedec implica in sé anche la regalità; è sotto tale aspetto, precisamente, che l’uno e l’altro non possono essere separati, perché Melchissedec è, anche lui, sacerdote e re allo stesso tempo, e cosi egli è realmente il rappresentante del Principio nel quale i due poteri sono uniti, come il sacrificio che egli offre con il pane e con il vino è la rappresentazione stessa dell’Eucarestia. È in ragione di questa duplice prefigurazione che si applica al Cristo la parola dei Salmi: “Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchissedec” (3).

Ricordiamo il testo del passaggio biblico ove è narrato l’incontro di Melchissedec con Abramo: “E Melchissedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino; ed egli era sacerdote di Dio l’Altissimo. Ed egli benedisse Abramo (4) dicendo: ‘Benedetto sia Abramo da parte di Dio l’Altissimo possessore dei Cieli e della Terra; e benedetto sia Dio l’Altissimo che ha consegnato i tuoi nemici fra le tue mani’. E Abramo gli diede la decima di tutto quanto aveva preso” (5). Ed ecco in quali termini San Paolo commenta il testo: “Questo Melchissedec, re di Salem, sacerdote di Dio l’Altissimo, che si presentò davanti ad Abramo mentre questi tornava dalla disfatta dei re, che lo benedisse e a cui Abramo diede la decima di tutto il bottino, che è anzitutto, secondo il significato del suo nome, re di giustizia (6), poi re di Salem, cioè re della Pace; che è senza padre, senza madre, la cui vita non ha inizio né fine, ma che così è fatto simile al Figlio di Dio, questo Melchissedec resta sacerdote in perpetuità” (7).

Ora, Melchissedec viene rappresentato come superiore ad Abramo poiché lo benedice, e, “inoppugnabilmente, è l’inferiore ad essere benedetto dal superiore” (8); Abramo, dal canto suo, riconosce tale superiorità poiché gli dà la decima, cosa questa che rappresenta il segno della sua dipendenza. Ne risulta che il sacerdozio secondo l’ordine di Melchissedec è superiore al sacerdozio secondo l’ordine di Aronne, poiché è Abramo che deriva dalla famiglia di Levi e per conseguenza dalla famiglia di Aronne.

È quel che afferma ancora San Paolo: “Qui (nel sacerdozio levitico) sono gli “uomini mortali a percepire le decime; ma là si tratta di un uomo di cui si attesta che è vivente. E proprio Levi, che percepisce la decima (sul popolo di Israele), l’ha pagata per cosi dire nella persona di Abramo, poiché egli era ancora in Abramo, suo avo, quando Melchissedec si presentò davanti a questo patriarca” (9). E tale superiorità corrisponde a quella della Nuova Alleanza sulla Legge Antica: “in quanto consta che tale sacerdozio non è stato stabilito senza giuramento (infatti mentre gli altri sacerdoti sono stati stabiliti senza giuramento, questo lo è stato con giuramento), avendogli detto Dio: ‘il Signore ha giurato, ed il suo giuramento, che tu sarai eternamente sacerdote secondo l’ordine di Melchissedec, rimarrà immutabile; è pertanto vero che l’alleanza di cui Gesù è il mediatore e il garante è più perfetta della prima’” (10).

Abbiamo tenuto a ricordare qui questi testi essenziali, senza peraltro pretendere, cosa che ci porterebbe troppo lungi, di sviluppare tutti i significati in essi contenuti, perché vi si trovano verità d’ordine molto profondo e che non si lasciano penetrare di primo acchito; San Paolo stesso ce ne avverte dicendo: “Su questo soggetto abbiamo molte cose da dire, e cose difficili da spiegare per voi che siete diventati lenti a capire” (11). Chi mai potrebbe dire oggi che le cose di questo genere sono divenute completamente estranee alla immensa maggioranza degli uomini, uomini il cui spirito è rivolto esclusivamente alle realtà del mondo materiale ignorando per partito preso tutto ciò che supera tale dominio strettamente limitato? Soprattutto, abbiamo voluto far vedere come l’ordine di Melchissedec sia ad un tempo sacerdotale e regale, e che per conseguenza l’applicare a Cristo queste parole della scrittura ad esso riferite costituisce l’espressa affermazione di questo doppio carattere; ed anche che l’unione dei due poteri in una stessa persona rappresenta un principio superiore all’uno e all’altro degli ordini ove rispettivamente si esercitano questi due poteri considerati separatamente; ed è per ciò che Melchissedec è veramente, per tutto quanto di lui è detto, “fatto simile al Figlio di Dio” (12). Ma Cristo, essendo egli stesso Figlio di Dio, non è soltanto la rappresentazione del principio dei due poteri; egli è anche quel principio in tutta la sua realtà trascendente “per la potenza della sua vita immortale”; ogni autorità ha in lui la sua sorgente perché egli è il “Verbo, Eterno da cui sono fatte tutte le cose”, come afferma San Giovanni all’inizio del suo Vangelo, “e niente di ciò che è stato, è stato fatto senza di lui”.

A queste considerazioni fondamentali aggiungeremo solo qualche osservazione complementare: anzitutto è importante osservare che la Giustizia e la Pace, le quali, come si è visto, sono gli attributi di Melchissedec secondo il significato stesso del suo nome e del titolo che gli viene attribuito, sono anche attributi che convengono a Cristo, chiamato in particolare “Sole di Giustizia” e “Principe della Pace”. Inoltre, bisogna dire che le idee di Giustizia e di Pace, sia nel Cristianesimo, come nelle antiche tradizioni, e pure nella tradizione giudaica ove esse sono frequentemente associate, hanno un significato molto diverso da quello profano, e che richiederebbe uno studio approfondito (13).

Un’altra osservazione che può apparire singolare a chi non conosca il genio della lingua ebraica, ma che non per questo è meno importante, è la seguente: Melchissedec è sacerdote di Dio l’Altissimo, El Elion; e El Elion è l’equivalente di Emmanuel avendo i due nomi esattamente lo stesso numero (14). Tale equivalenza sta ad indicare che si tratta di due designazioni dello stesso principio divino soltanto sotto due rapporti diversi: nel mondo celeste esso è El Elion, mentre nella sua manifestazione nel mondo terrestre è Emmanuel (“Dio con noi” o “Dio in noi”). Ne risulta questa conseguenza: il sacerdozio di Melchissedec è il sacerdozio di El Elion; il sacerdozio cristiano, che è una partecipazione al sacerdozio stesso del Cristo, è quello di Emmanuel; se dunque El Elion e Emmanuel non sono che un solo ed unico principio, anche questi due sacerdozi non fanno che uno ed il sacerdozio cristiano, che del resto comporta essenzialmente l’offerta eucaristica nella specie del pane e del vino, è veramente “secondo l’ordine di Melchissedec”.

Infine Melchissedec non è il solo personaggio che appaia nelle Scritture con il doppio carattere di sacerdote e di re; nel Nuovo Testamento, infatti, ritroviamo queste due funzioni unite nei Re Magi, il che può far pensare che vi sia uno stretto legame tra essi e Melchissedec, o, in altri termini, che in entrambi i casi si tratti di rappresentanti di una sola e stessa autorità. Orbene, i Re Magi, attraverso l’Omaggio che essi rendono a Cristo attraverso i presenti che gli offrono, riconoscono espressamente in lui la sorgente di tale autorità ovunque essa si eserciti: il primo gli offre l’oro e lo saluta come re; il secondo gli offre l’incenso e lo saluta come sacerdote; il terzo infine gli offre la mirra o balsamo d’incorruttibilità (15) e lo saluta come profeta o maestro spirituale per eccellenza, il che corrisponde direttamente al principio comune dei due poteri sacerdotale e regale. In questo modo viene reso omaggio a Cristo, già dalla nascita, nei tre “mondi” di cui parlano tutte le dottrine orientali: il mondo terrestre, il mondo intermedio ed il mondo celeste; e coloro che gli rendono omaggio non sono altro che gli autentici depositari della Rivelazione fatta all’umanità fin dal Paradiso Terrestre. O perlomeno, questa è la conclusione che, per noi, si ricava nettamente paragonando le testimonianze concordanti che s’incontrano, a questo proposito, presso tutti i popoli; e del resto, nelle diverse forme ch’essa ha rivestito nel corso dei tempi, sotto i veli più o meno spessi che talora la dissimularono agli sguardi di coloro che restano fermi alle apparenze esteriori, quella grande Tradizione Primordiale fu sempre, in realtà, l’unica vera religione di tutta l’umanità. Il modo di procedere dei rappresentanti di questa Tradizione, come ce lo riporta il Vangelo, non deve forse essere riguardato, a ben comprendere di che si tratta, come una delle più belle prove della divinità del Cristo, e contemporaneamente come il riconoscimento decisivo del Sacerdozio e della Regalità supreme che veramente gli appartengono “secondo l’ordine di Melchissedec”?

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Note

(1) Tractatus de Moribus et Officio episcoporum, III, 9.

(2) Epistola agli Ebrei, VII, 11-17.

(3) Salmo CIX, 4.

(4) È soltanto più tardi che il nome di Abram fu cambiato in Abraham (Genesi, XVII)

(5) Genesi, XVI, 18-20.

(6) È in effetti ciò che significa letteralmente Melki-Tsedeq in ebraico.

(7) Epistola agli Ebrei, VII, 1-3.

(8) Ibid. VII, 7.

(9) Ibid. VII, 8-10.

(10) Ibid. VII, 20-22.

(11) Ibid. V, 11.

(12) L’unione dei due poteri potrebbe anche, in ragione dei loro rispettivi rapporti con i due ordini divino ed umano, essere considerata in un certo senso come prefigurazione dell’unione delle due nature divina ed umana nella persona di Cristo.

(13) Questa differenza è affermata nettamente da certi testi evangelici, come per esempio questo: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo” (Giovanni, XIV, 27).

(14) In ebraico, ogni lettera dell’alfabeto ha un valore numerico; ed il valore numerico di un nome è la somma di quelli delle lettere di cui è formato; così il numero dei due nomi El Elion ed Emmanuel è 197.

(15) Gli alberi da gomma o resine incorruttibili svolgono una funzione importante nel simbolismo, con il significato di resurrezione ed immortalità, in particolare, essi sono stati presi talvolta, a questo titolo come emblemi di Cristo. È vero che è stato dato anche alla mirra un altro significato, riferendolo esclusivamente all’umanità di Cristo; ma pensiamo che si tratti di un’interpretazione tutta moderna, il cui valore dal punto di vista tradizionale e assai contestabile.