Gide e il peccato contro lo spirito

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Tratto dal sito di Heliodromos
Questo testo di Girolamo Comi, amico e collaboratore di Julius Evola per La Torre e Diorama filosofico, uscì su La Fiera Letteraria del 17 dicembre 1961 (dove, stranamente, il nome proprio è coniugato in Gerolamo). Il poeta pugliese, dopo una iniziale infatuazione giovanile per l’Antroposofia steineriana, che gli fece “sfiorare” alcune esperienze e conoscenze spirituali, approdò alla dottrina cattolica, mantenendosi fino all’ultimo fedele al magistero della Chiesa romana.
Egli in questo scritto tratta il caso della mancata conversione del premio Nobel francese André Gide; mostrando di cadere nell’equivoco di sovrapporre e confondere le innegabili qualità artistiche dello scrittore con la sua autentica natura. Non tutte le affermazioni e le pose degli artisti vanno sempre prese sul serio! Gide, per capirci, è colui che aveva dichiarato: «Ma se Guénon ha ragione, allora tutta la mia opera crolla…»; lo scrittore pederasta — o, se si preferisce, il pederasta scrittore — il quale per seguire una moda passeggera e un vezzo intellettuale negli Anni ‘30 aderì al Partito Comunista francese, e durante un suo viaggio in Russia (pellegrinaggio d’obbligo, in quegli anni) i suoi ospiti sovietici fecero di tutto per soddisfarne i “bisogni”, compreso — come poi Gide confidò a Roger Stéphane — il riempire una piscina di bei giovani nudi (tutti soldati dell’Armata rossa, precettati per l’occasione), facendogli credere di avere avuto un’avventura omosessuale spontanea, e non invece appositamente combinata dal potere staliniano, al fine di arruolarlo.
Ci sembra che il presente scritto possa essere particolarmente significativo e alquanto istruttivo per quanto riguarda la coerenza e l’onestà intellettuale, i proclami e le ratifiche, il pensiero e l’azione;  andando ben al di là del singolo caso qui analizzato dall’autore.
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Fra i non molti scrittori che durante il periodo dei miei studi in Francia ritenevo un maestro d’eccezione figurava André Gide che ebbi la ventura di conoscere e d’incontrare più volte nel 1915 a Parigi. Così, continuando a seguire la sua attività di scrittore, divenni collezionista delle edizioni più rare dei suoi libri che per molti anni del resto — come forse non tutti sanno — restarono invenduti perfino sulle bancarelle del lungosenna. Ricordo che in quel periodo Gide si era lasciato assorbire da una attività extra-letteraria delle più meritorie: quella dell’assistenza e della sistemazione dei profughi del nord della Francia e del Belgio invasi dai tedeschi, assumendo la direzione del Foyer franco-belga a Parigi.
Rientrato in Italia seguii ancora per molto tempo con interesse e curiosità la sua attività letteraria. Ma la mia ammirazione per lui andò calando dal giorno in cui cominciai a rendermi conto delle sue molte contraddizioni e deviazioni sul piano spirituale e religioso che intaccavano, non solo a mio parere, l’armonia della sua stessa personalità letteraria e artistica.
A distanza di molti anni dalla mia esperienza parigina sono tentato di esclamare: povero Gide! Non tanto per compiangerlo, ma come per sintetizzare fra me e me il disorientamento e l’amarezza che mi cagiona il suo dramma.
E mi ridomando: come una bella intelligenza può ingannare, tradire se stessa nelle proporzioni veramente diaboliche in cui egli lo ha fatto? Come una intelligenza vigile, attrezzata, armata come la sua — (anche se per nove decimi pervertita o si divertiva a parer tale) — può aver voluto affondare, naufragare con tanta lucida e fredda coscienza nella negazione? Ultimo e definitivo suo atto di fede e di volontà è stato un atto di ateismo deciso, preciso, conciso, presidiato da una altera e tagliente serenità. Dove è dunque andata a finire, ci si chiede, la preziosa inquietudine gidiana — che fummo in molti a considerare come un fruttuoso fermento — fatta di pensose incertezze sul margine di certi abissi, di soste e di attese rischiose, inebrianti e angosciose in una selva di meditazioni, di richiami, di riferimenti vitali attinti all’universo delle idee, dell’arte, della poesia, della religione? Di quale inquietudine si può oggi parlare che non sia quella della sua carne cogitante ammorbata di letteratura e di ambizioni e manie, — ormai più che poetiche, — mondane e terrene, oltre che di un vizio (o degenerazione) di cui nessun uomo, per spregiudicato che sia, può gloriarsi? Io che non posso appagarmi dei soli giochi prestigiosi dell’arte e della retorica, resto impietrito davanti alla iperbolica duplicità e alla tenace coerenza di questo temperamento d’eccezione nato e cresciuto ricco e morto povero; tanto povero da determinare nella maggior parte dei suoi fedeli e ammiratori un senso di amaro disagio o di dolorosa incomprensione non necessariamente e non sempre accompagnato, ahimè, di indulgenza…
Del protestante, che si vantava di essere, egli aveva solo l’abito mentale: non la fede, — («Il protestante per lui è l’oppositore», precisa Rougemount) — il (suo) protestantesimo gli ha insegnato a prospettare e interpretare la dottrina di Cristo secondo una visione tutta sua e che è quella di un letterato e non di un credente: così che il Vangelo è stato altro per lui che un pretesto, e una palestra nella quale si è esercitata la sua fantasia di artista e di immoralista nelle forme e nei modi più svariati e sfrenati, deformando e disintegrando il principio e la sostanza stessa della fede e della prassi cristiane. È così che un’altra specie di vangelo sboccia e fiorisce con variazioni e varianti infinite nella sua opera: è il vangelo etico-estetico-poetico di Gide , nel quale — nuovo Narciso — egli si compiace nella contemplazione della sua cangiante immagine. Gide non è che un innamorato fedelissimo di se stesso che ricerca, scopre, identifica incessantemente nelle opere d’arte, negli atteggiamenti dei grandi artisti, negli eventi storici, morali e religiosi, più significativi dell’umanità, ancora e sempre qualche aspetto, qualche riflesso e una giustificazione originale della sua personalità contraddittoria, del suo arbitrio morale non meno che dei suoi umori d’invertito irriducibile…
Quel che accade a tutti i grandi scredenti, è accaduto a Gide: non potere (drammatica impotenza…) ad onta di una cultura solida e brillante e di una intelligenza aperta e disposta alle esperienze più rischiose e impegnative, accedere all’economia spirituale del dogma cattolico. Mistero? — No… Gli è che non è facile esser cattolico perché bisogna credere prima di comprendere o «credere per comprendere», secondo la parola di Sant’Agostino; cominciare cioè col sapersi servire, spiritualmente, della intelligenza stessa. Così, né Claudel, né Jammes, né altri riuscirono a far capire all’intelligentissimo Gide che il cattolicesimo è tanto più arduo da conquistare quanto più lo si affronta armati di argomentazioni e di luoghi comuni contro la fede, contro la Chiesa e contro i fedeli. — «Ahimè — gli scrive Claudel — se voi attendete per convertirvi, che ogni cattolico o sedicente cattolico, vi appaia come un santo, a ben lunga attesa dovete rassegnarvi. Ancora oggi, è sotto gli sputi e le deformazioni più schifose che si nasconde il volto del Salvatore». Chi può intendere, intenda: non certo Gide poteva intendere questo linguaggio; né in verità lo può intendere veramente chi non fa parte della Chiesa: ché cattolici non si può essere che a questa condizione e in un solo modo; e d’altra parte si è liberissimi di non esserlo… (Ma forse questa terribile libertà è un altro dramma, in particolare per chi intende — e sono i più — la libertà come strumento di comodità, di confort temporale politico e intellettuale e non di conquista spirituale e trascendentale). Ora Gide non ha mai capito nulla del cattolicesimo e Claudel ha impiegato molti anni a capire che Gide non voleva e non poteva convertirsi: ecco il mistero o il dramma, lo si chiami come si vuole. Certe pecore — si è fatalmente indotti a pensare, illuminati dal caso Gide —bisogna rassegnarsi a lasciarle smarrirsi perché lo smarrimento sembra essere la loro vera vocazione e la parte delle loro maggiori e quotidiane delizie.
Si comprende tuttavia che Claudel non rinunciasse alla conversione di Gide sol che si rifletta che nessun cattolico integrale può disinteressarsi delle sorti e della salvezza dei propri simili e tanto meno dei propri amici. Claudel, cattolico per costituzione oltre che per vocazione, esperienza e sapienza, non poteva non fremere e soffrire seguendo il corso delle scorribande e acrobazie di Gide: il quale, era tanto più vicino all’abisso, quanto più grandi apparivano ed erano le sue possibilità di muoversi con diabolica agilità nel mondo dei miti e delle idee. Ripeto: a nessun vero cattolico può essere indifferente la sorte del prossimo; quasi che a «salvarsi soli» — (secondo la felice espressione di Rops) — «non ci sia gusto». Ed è in virtù di questo alto e attivo spirito di fraternità e di volontà di amore e di armonia che Claudel sembra aver assistito, accompagnato e anche maltrattato Gide nell’ansia e nella speranza di vederlo rientrare all’ovile. Certo Gide non era tipo da tollerare troppo a lungo di essere assistito e amato a quel modo; ma se Claudel aveva torto da una parte, aveva il diritto di sperare dall’altra, perché se è vero che Gide era un insofferente e un ribelle ad ogni specie di disciplina e di costrizione che non fosse di suo gusto, è anche vero che non si difendeva da una certa disposizione, anzi da una passione quasi morbosa a trattare e a manipolare — (come assillato da segrete e autentiche inquietudini e sollecitazioni d’ordine religioso e morale) — soggetti e temi di natura sacra. Nessuno scrittore moderno ha infatti, più di lui — (tocchiamo qui il centro del suo dramma di uomo e di artista) — tratto più spunti e pretesti dai testi sacri per imbastire architetture e organare drammi, apologhi, romanzi e saggi. Nessuno più di Gide ha saccheggiato il campo biblico, scegliendo i passi, gli episodi, le parabole che più sollecitavano ed eccitavano le sue vedute di esteta e di esegeta prima che le sue aspirazioni di mistico. Nessuno scrittore laico si è servito ed ha attinto con tanta avidità ed insistenza alla fonte dei testi sacri conferendo quasi a tutti veste ed espressione ereticali, frutto della sua particolare ed invincibile tendenza a denaturare e intorbidare anche quel che è puro e lineare. Nessuno, infine, degli scrittori moderni ha nominato con maggiore frequenza e in tanti modi diversi il nome di Dio invano, e nessuno più di lui se n’è tenuto — come si è andato vedendo — più decisamente ed orgogliosamente lontano.
«Un poeta come voi» — gli scrive Claudel nel 1908 — «è fatto per intendere il mistero della libertà nella grazia, che è tutta la tesi dell’arte e della teologia insieme». Ma Gide era lontano e ne resterà per tutta la vita, a dispetto di certe apparenze e di certi atteggiamenti pseudomistici e romantici, da una concezione, da una visione così spaziosa, ariosa e spirituale della libertà. Si è visto che a lui non interessava in fondo che la licenza —nell’azione nel pensiero e nelle opere — sapientemente acconciata e trasfigurata dalle preziose ed ingannevoli vesti della sua scrittura di artista alla quale lo stesso Claudel non esitò a rendere omaggio scrivendogli: «…le prestige d’un style admirable qui s’insinue en vous comme una liqueur enivrante et chaleureuse» (1909).
È proprio e precisamente nel prestigio del suo «style admirable» che si nasconde non solo la variabilità estrema e più che sospetta — equivoca — dell’itinerario interiore di Gide, ma addirittura la insufficienza e l’incoerenza — per grande che fosse il suo ingegno — del suo organismo spirituale e morale. Dopo avere scoperto segnalato e celebrato in quasi tutti i suoi scritti con il fervore e l’originalità che gli erano consueti, la bellezza e la certezza del segno dello spirito, il bagliore, l’immagine del divino che l’uomo porta in sé, quest’uomo dal gusto sicuro, dalla sensibilità attenta e acuta, dalla cultura ricca e varia, che prediligeva Virgilio, che amava e invidiava l’armonioso equilibrio di Goethe  — al quale ambiva di somigliare — questo artista che ha giocato e tentato di misurarsi coi grandi miti e le figure della mitologia, della storia, della Bibbia, della tragedia, del Vangelo, ha chiuso la sua vita naufragando in un gelido NI a se stesso, cioè all’uomo, che adorava, alla bellezza che lo aveva costantemente nutrito ed ispirato, a Dio che egli cercò secondo il suo variabile estro, deciso, peraltro, — paurosa contradizione… — a non incontrarlo. È paradossale e tragico oltre ogni dire che proprio lui, per il quale il genio era il sentimento della risorsa, abbia smarrito, — attraverso l’esercizio e l’uso più sfrenato delle risorse del suo temperamento, — il senso, la nozione, il riconoscimento, — [per acquisire i quali sembrava aver combattuto, amato e creato,] — di Dio e dell’uomo eterno.
André Gide
La discendenza e l’educazione protestanti, di cui si gloriava come di un’armatura atta a rendere più disinvolta la sua linea di condotta e più libera e generosa la sua personalità morale e spirituale rispetto a quella dei suoi amici convertiti — Claudel, Jammes — non è stata certo estranea al consolidamento progressivo e finalmente irreparabile del suo peccato capitale, l’orgoglio che, pur essendo il peccato di tutti, assume negli intellettuali particolarmente refrattari e ostili all’osservanza di una fede specifica e concreta, proporzioni ed espressioni spesso paurose. «Essi (Claudel e Jammes) mi hanno creduto un ribelle, — egli nota nel suo Journal sin dal 1914 — perché non ho potuto ottenere, o voluto esigere, da me, quella passiva remissione che mi avrebbe garantito la tranquillità» — scambiando e confondendo in modo assai grossolano — a dispetto della sua finezza — il consapevole e illuminante stato di umiltà del convertito con uno stato di cieca e passiva sottomissione. E Jammes, che conosceva la sorgente del dramma di Gide, in una lettera che porta anch’essa la data del 1914, gli ricorda a un certo punto: «Tu mi hai parlato qualche volta del peccato contro lo spirito. Guardati dal commetterlo». E più oltre «…è dunque l’orgoglio, questo vecchio peccato, che ci ha reso putrido tutto il mondo, a distruggere te stesso, poiché tu riponi la tua fiducia in nessun altro che in te…».
È l’orgoglio, niente altro che l’orgoglio, «questo vecchio peccato» da cui discende precisamente il peccato contro lo spirito, di cui Gide aveva intuito la gravità, che ha roso, corroso e consumato quest’anima decisa a giocare fino all’ultimo con le cose supreme…
 Non pretendo e non intendo, né, a poterlo, vorrei, giudicare; ma ancora una volta non posso impedire che la mia amarezza e la mia delusione confinino con un moto di rabbiosa incomprensione, e di drammatica perplessità insieme, davanti alla figura morale che fa tutt’uno — checché si dica — colla personalità letteraria e artistica di André Gide. Vado ripetendomi, nel considerare in profondità il suo caso, la sua opera, la sua vita, la sua fine, che diventerà sempre più vero quel che è vero da tempo: che la personalità dell’artista, per quanto grande, non può vivere di vita propria, non può essere disgiunta dall’umanità dell’artista stesso. Ribadiamo che l’arte è l’umo, insomma, e guai se l’artista non ne sia pienamente persuaso: non è dubbio che anche la sua opera andrà deperendo fino a perire.
Le ultime parole di Gide su letto di morte sembra che distruggano o bastino a rendere nulla tutta la sua sapiente scrittura di poeta, di esteta, di esegeta. Questa opera resta come uccisa dal suo stesso autore che sul letto di morte confida, con una serenità che è ancora un diabolico atto gratuito portato alle sue estreme conseguenze, all’amico Rober Martin du Garde: «…né la vecchiaia, né la malattia, né l’imminenza della morte hanno effetto su me… Io non sogno alcuna sopravvivenza… al contrario; quanto più avanti mi spingo, tanto più mi diventa inaccettabile l’ipotesi dell’aldilà… istintivamente e razionalmente!». Poi, dopo una pausa: «Credo dicendo questo, di rivelarmi uno spiritualista molto più autentico di qualsiasi credente… è una idea che rumino spesso e che amerei di poter congruamente sviluppare, se il tempo me ne viene lasciato…».
L’uomo, in uno con l’artista, sembra con queste parole avere scelto la morte eterna; cosicché anche la sua opera non è più che uno sterile documento di vita e d’arte mancate, spoglio di qualsiasi cittadinanza spirituale. A due ore dalla fine il povero, poverissimo Gide gonfio di solo orgoglio letterario e filologico non si preoccupa, non è angustiato di altro che della possibile perdita della parola…
Dice, ansimando, al dottore Delay: «Temo che le mie frasi diventino grammaticalmente inesatte…». Ci si chiede: forse teneva alla parola, alla grammatica, alla sintassi in quanto segni e strumenti magici della meravigliosa gestione della vita dello spirito, dell’anima, di questa vita che sentiva decrescere…? Senonché si ripensa alle parole di prima, lucide, categoriche: «Non sogno nessuna sopravvivenza…». E non si può fare a meno di ricordarsi ancora delle parole di Jammes, del lontano, e ora tanto vicino 1914: «Tu mi hai qualche volta parlato del peccato contro lo spirito. Attento a non commetterlo…» e non par dubbio, ahimè, che egli lo abbia forse ininterrottamente commesso. E lui, che durante tutta l’esistenza aveva fatto, come si è accennato in principio, che battersi con tutti i problemi attinenti alla vita dello spirito, sia sul piano morale, sia su quello letterario, sia su quello religioso, e che conosceva i testi sacri non meno dei testi letterari non poteva ignorare in che cosa consistesse il peccato contro lo spirito, né aver dimenticato le chiare parole del Vangelo di Giovanni: «Che Dio non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo, ma affinché il mondo si salvi per opera di lui. Chi crede in lui, non è condannato, ma chi non crede, è già giudicato». È giudicato s’intende, in quanto ha scelto, liberamente e consapevolmente scelto… Non è, insistiamo e precisiamo, che egli, Gide, abbia detto: Non posso, o, non so (credere) — che è diverso, ma: non voglio, non mi interessa, non m’importa…
Non si dirà che non sia grave. Non si dirà che questo scrittore preoccupato a pochi minuti dalla morte di perdere il controllo della sintassi più che quello dell’anima, non sia stato oltretutto di una incoerenza paurosa e rovinosa per lui e per chiunque sia caduto nell’incanto del suo contradittorio ed equivoco sacerdozio letterario. Non si dirà che la vita e la morte di questo mago delle lettere, non siano state, ad onta di tante fulgide promesse della sua complessa personalità, uno dei drammi spirituali più impressionanti e sconcertanti di questa nostra già drammatica età.
             Girolamo Comi