Verso il Solstizio

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Tratto dal sito Heliodromos
 
Vieni ora, fuoco!
Ansiosi siamo,
Di guardare il giorno.
E quando la prova
È passata per le ginocchia,
Piace sentire il boschivo grido…
Friedrich Hölderlin
 
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Il mithracismo, o culto di Mithra, come è noto, è la tarda forma assunta dall’antica religione ario-iranica (mazdea), in una formulazione particolarmente adatta per una mentalità guerriera. Diffusosi questo culto nella Romanità, sotto Aureliano la data del “natale solare” o solstizio d’inverno, il 25 dicembre, si identificò a quella della celebrazione del Natalis Invicti, cioè della nascita di Mithra considerato come un eroe “solare”.
Circa il mithracismo a Roma, come si è accennato, sarebbe assai superficiale, se non addirittura grossolano, parlare sic et simpliciter di “importazioni” o “influenze orientali”; l’Oriente di quel tempo fu una cosa assai complessa, nella quale figuravano elementi molto eterogenei — ma fra di essi, indubbiamente, anche parti importanti e incorrotte del più antico retaggio spirituale delle genti arie e indoeuropee. Nei riguardi della relazione che fu stabilita fra Mithra e il “natale solare” romano, un noto studioso ebbe dunque a rilevare assai giustamente, che con questo non si venne ad una alterazione, ma piuttosto ad un rinnovamento del calendario romano secondo quel suo antico aspetto astronomico e cosmico, che esso aveva avuto ai tempi primi di Romolo e di Numa e che conferiva alle feste il significato di grandi simboli nella coincidenza delle date di esse con grandi epoche della vita del mondo.
Dopo di che, è importante esaminare l’attributo di invictus-aniketos — dato a Mithra — all’eroe solare nella nuova concezione romana. È un attributo “trionfale”. Nelle originarie tradizioni ario-iraniche e affini esso è l’attributo di ogni natura celeste e, eminentemente, del sole, in quanto la luce che vince le tenebre, forza luminosa urànica su cui mai quelle della notte e della buia terra prevarranno. Ma, a Roma, noi vediamo che lo stesso epiteto invictus diviene titolo imperiale, cesareo, e noi sappiamo che il mithracismo, più che esser culto di una divinità astratta, voleva “indurre” — per così dire — la stessa qualità di Mithra negli iniziati, per mezzo di una certa trasformazione della loro natura. È in ciò evidente la tendenza a comprendere anche in modo simbolico e analogico l’attributo “solare”, sì da poterlo fare valere per l’uomo, e, propriamente, a controsegnare il tipo e l’ideale di una superiore umanità — per non dire addirittura di una “superumanità”. Come il sole risorge, perennemente vittorioso sulle tenebre, così pure, in una perenne vittoria interiore sulla natura mortale e istintiva si compie un essere, che una mistica virtù rende, in via normale, eminentemente atto alla funzione di re, di capo, di duce. È così che in Mithra, l’“eroe solare”, fu venerato a Roma un fautor imperii; è così che si stabilisce una intima relazione del simbolismo solare con le idee di regalità e di impero, nella loro più alta forma.
Julius Evola